Racconti punk dal 1977: la parola ai testimoni di un movimento

1977, un anno che raccoglie le esperienze del 1976 fino al 1982-83. Un anno che sembra essere durato più dei soliti 365 giorni e che Tuttomondo ha deciso di raccontare attraverso le parole di chi davvero l’ha vissuto nel pieno della giovinezza e dell’attività musicale. Di seguito abbiamo raccolto tre testimonianze di militanti vicini al mondo del punk: Dome La Muerte da Pisa, Massimo Bianchini e Massimo Rabassini da Lucca. Attraverso i loro ricordi ci immergeremo in una scena musicale ribelle, rivoltosa ed estrema che svelerà come all’epoca il mondo della musica (controculture o meno) era un universo sotterraneo in costante attività, combattivo e creativo, basato sullo scambio e sulla cultura orale e performativa.

DOME LA MUERTE (Cheetah Chrome Motherfucker, PI)

Dome La Muerte oggi

Il 1977 a Pisa come nel resto dell’ Italia è stato un giro di boa sia per i movimenti politici giovanili figli del ‘68 che per la scena musicale ad essi strettamente collegata. Il 1977 è stato il periodo degli Indiani Metropolitani, dell’esproprio proletario, delle autoriduzioni e della musica gratis, dei festival del proletariato giovanile, dell’autocoscienza, dell’ immaginazione al potere, della ricerca spirituale. Si cominciava a pensare che prima di fare una rivoluzione di massa si doveva prima farla su noi stessi. La musica era diventato un grosso business, si sentiva il bisogno di una ventata di aria fresca che è poi è arrivata proprio in quell’anno, e si è protratta fino al 1980, col punk rock, il movimento degli Squatters e dei centri sociali. Il punk a Pisa venne in ogni caso recepito molto male. Chi era già stato a Londra come me e molti altri del movimento, e aveva visto e conosciuto tutto il fermento rivoluzionario di questa controcultura, cominciava a pensare che era ora di cambiare e di rinnovarsi, ma purtroppo questo cambiamento non era ben accetto né a destra né a sinistra. Se eri un punk era facile essere sia picchiato dai fascisti o dai parà, ma anche dagli appartenenti all’estrema sinistra che confondevano il nostro abbigliamento (pelle nera, uso di certi simboli e scritte sui giubbotti, teste con rasature asimmetriche) con una militanza di estrema destra, mentre noi indossavamo quegli abiti solo per provocazione. Non riuscivano a inquadrarci. Molti ci consideravano quasi degli pseudo Nazi. Per questo venivamo visti come dei folli o degli outsiders.
La reazione a tutto questo e la nostra autodifesa fu diventare il terrore della città. Mi ricordo che a Pisa c’era un parrucchiere illuminato che si chiamava Donky: aveva portato da Londra i primi coloranti per capelli usati dai punk e cominciò a tagliarci i capelli in maniera asimmetrica tingendoli di arancione, blue elettrico e verde. Con lui spuntarono le prime creste, quelle che ora sfoggiano i calciatori, ma che a quei tempi bastavano per farsi urlare insulti o passare alcune ora in questura. Altro punto di riferimento era il negozio Gigolò, il primo a importare e soprattutto autoprodurre vestiti punk. La scena era agli inizi e il do it yourself era una scelta obbligata. Iniziammo così, con delle forti provocazioni.
Tutto ciò che rappresentava l’autorità, l’oppressione e la repressione, a cominciare dalla famiglia, dalla censura, dai borghesi e i perbenisti, passando attraverso la polizia, l’esercito, la guerra, e i potenti, era l’oggetto della nostra lotta e della nostra provocazione. Noi non urlavamo “fotti il potere”, e ci divertivamo molto di più a usare l‘ironia quando toccavamo certi temi politico-sociali. Nel 1977 ero alla facoltà di lettere e ricordo in quell’anno l’occupazione della mensa e di varie sedi universitarie, i blocchi stradali e le manifestazioni non autorizzate: il movimento studentesco era molto forte ma non riuscì mai ad unirsi a quello operaio a causa delle differenze di priorità e di estrazione sociale. Mi ricordo anche che in quell’anno, a causa di queste occupazioni, ho subito vari processi e bruciato due anni di condizionale.
Nel 1977 si viveva una situazione decisamente schizofrenica e aperta alla sperimentazione sotto tutti i punti di vista: la sessualità era vissuta in maniera molto più libera, l‘incubo AIDS non era ancora arrivato, il femminismo aveva cambiato i rapporti di coppia e anche il ruolo della donna nella società. La droga veniva vissuta in maniera diversa dai giovani rispetto ad oggi, cominciavano a uscire i primi libri di controinformazione sulle droghe anche se in generale c’era ancora poca informazione a riguardo, e ancora non si conoscevano gli effetti nel tempo di certe sostanze. C’era una fascia di ragazzi ancora legata al mondo hippie che usava prevalentemente hashish o marijuana e sostanze psicoattive come LSD o funghi perché considerava l’uso di questi stupefacenti come un momento di condivisione, socializzazione, sperimentazione e ricerca sul proprio io. C’era chi invece, disilluso dalla rivoluzione che non era mai arrivata e dal terrorismo che aveva infranto definitivamente tutti i sogni, usava l’eroina portandosi all’autodistruzione. Quella droga era scesa nelle piazze e stava diventando sempre più comune, ma ci stava uccidendo silenziosamente. Ci furono anche alcuni suicidi.

Cheetah Chrome Motherfucker, 1979

Il 1977 a Pisa fu un anno importante per la musica, oltre al movimento punk: ancora era una viva scena jazz grazie ad un festival (il Pisa Jazz) che tutti gli anni proponeva i migliori artisti della scena e nomi nuovi ancora poco conosciuti (Radu Malfatti, Oliver Lake, Derek Bailey, Tristan Honsinger, Roberto Bellatalla, Evan Parker, la Galaxie Dream Band di Günter Hampel, Filippo Monico, etc). In quel periodo era venuto ad abitare nella nostra città Raphael Garret, contrabbassista di J’Coltraine che spesso jammava con jazzisti pisani come Nanni Canale, uno dei nostri batteristi di punta. Attivissimo in questo contesto era Il C.R.I.M. (Centro per la Ricerca sull’Improvvisazione Musicale) sorto a Pisa poco prima del 1976 da una serie di audizioni pubbliche per musicisti che si tenevano nell’atrio del palazzo comunale e nella saletta di riunioni dell ‘A.R.C.I. di Pisa e costituitosi ufficialmente nel 1978. 
Anche i cantautori, il progressive e tutte quelle band sperimentali che facevano parte della Cramps, la cui punta di diamante erano gli Area, si stavano ritagliando il loro spazio d’interesse. A Pisa c’era un cantautore in particolare, Pino Masi, un personaggio praticamente storico per la nostra città, tutt’ora in attività, che all’epoca organizzava il festival Libertà, dove passava una grossa fetta dell’underground italiano. Altro elemento di spicco era Giancarlo Bianco detto “Zappa” che aveva fondato gli Upper jaw mask, una band rock influenzata dalla musica contemporanea di cui anche io ho fatto parte. Gli UJM hanno creato anche un ponte per la nascita del punk a Pisa e dei Cheetah Chrome MF, band hardcore nella quale ho militato dal ‘79 all ‘84. Chiaramente in tutto questo fermento anche le influenze estere giocarono un ruolo particolare nella creazione di nuovi gruppi di aggregazione giovanili votati all’ascolto e alla produzione di nuova musica. 
Se una figura come quella di Bowie si cominciava a vedere già un po’ al passato, nel 1977 erano senza dubbio Iggy Pop con i suoi Stooges e Lou Reed ad essere presi come esempi e addirittura ad essere visti come i proto-punk per eccellenza. Entrambi gli artisti divennero un simbolo perché parlavano alla generazione contemporanea in modo molto diretto, tale da far sì che molti si riconoscessero nelle loro canzoni. I loro pezzi parlavano più che altro di disagio e insoddisfazione, e anche la loro musica trasmetteva quella disillusione contemporanea, spesso molto incisiva e vicina ai tempi che stavano sopraggiungendo, ormai lontana dai messaggi di pace e amore delle band hippie.
Nonostante questo della vecchia guardia ammiravamo gli Who per la loro energia e ribellione. Patti Smith, considerata una sorta di ponte fra la beat generation e il punk, era la nuova immagine del “femminile”, androgino e poco curato, e poi c’erano i Sex Pistols, i Ramones, i Devo, Suicide, gli Stranglers, gli Heartbreakers etc, tutti rappresentanti del nuovo clima che subito venivano imitati e apprezzati. C’era più voglia di ricerca di ora, si andava ai concerti, a volte si andavano a vedere band che nemmeno conoscevamo, non era tutto a portata di mano come ora con i social (che non so quanto bene abbiano fatto alla musica). L’atmosfera che si respirava era frizzante, era un momento di transizione, c’era fame di nuovo, si andava ai concerti con molto entusiasmo, c’era voglia di stare insieme e condividere delle emozioni. Si andava non solo per la musica ma anche per conoscere nuove persone che avevano i tuoi stessi ideali e la stessa voglia di cambiamento.  Si compravano tanti dischi, giornali specializzati come “Ciao 2001”, “Qui giovani”, ”Re nudo” che oltre alla musica parlavano di tematiche giovanili, letteratura, teatro e cinema. Ti sentivi parte di una famiglia, andavi a casa del tuo amico per ascoltare l ultimo disco dei Pink Floyd, e se non avevi i soldi per comprarlo intanto te lo facevi registrare su cassetta.
Se volevi sentire musica dal vivo e ballare in centro non c’erano veri e propri locali ma solo piccoli club con arredamento in stile Swinging London, come il Tau in Borgo Stretto e il Cico sul Lungarno a volte aperti anche di mattina per chi faceva festa a scuola. Locali apposta per il live non c’erano, bisognava arrangiarsi. D’estate le band suonavano soprattutto nei campi sportivi, alle feste dell Unità, alle sagre di paese, oppure al Giardino Scotto o in Piazza dei Cavalieri. Spesso i concerti si tenevano anche nei posti più improbabili come gli ex studi cinematografici di Tirrenia o il Babalù dove nel 1977 ho visto i Soft Machine e dove giravano le migliori band della scena prog. D’inverno invece i concerti si facevano nei cinema, al teatro verdi, oppure nelle chiese di S. Zeno e S. Bernardo o nei cinema di Corso Italia.


MASSIMO BIANCHINI  (Diatriba, LU)

Volantino dell’Università Popolare di Pistoia, 1976

Il 1977 per me assomiglia ad un letto sfatto, una stanza vuota, lasciata in fretta: il calore ancora avvertibile di una presenza che ne trattiene ancora i rumori prima che diventino un eco.
Il 1977, è l’anno della morte di Elvis (ma non la sua scomparsa: sono due cose molto diverse) e della morte di Mao, ma il ricordo mi ha ingannato. Mao è morto poco prima del 1977, ma nella mia percezione la morte di Elvis e di Mao coincidono perché coincidono con la fine di un periodo che è connotato politicamente e musicalmente.
Il 1977 rappresenta per me la fine dell’insegnamento del latino nella scuola media inferiore. Ero in terza media e la professoressa di italiano decise comunque di insegnarcelo: il testo si chiamava Sermo Nativus. Il latino e la scuola, l’inglese e il rock.
Il 1977 era una anno in cui le minacce erano globali (prima esperienza di globalismo postbellica), la minaccia nucleare (ben espressa nel video, molto più tardo del 1982, New Frontier di Donald Fagan), la droga e il terrorismo. Dalla riforma del 1969 l’Università era diventata di massa con la legge n. 162 sull’assegno di studio universitario, gli atenei una volta quasi esclusivamente frequentati da studenti provenienti dai ceti più benestanti si aprirono anche in larga parte ai giovani provenienti dalle famiglie dei ceti più poveri. E proprio nelle Università del ’77 che la tensione tra destra e sinistra era arrivata al massimo. Studenti operai, neo-borghesia e aristocrazia del denaro erano tre poli che si scontravano spesso. Ma l’Università si apriva anche a delle sperimentazioni dal basso: esemplare è il caso dell’Università Popolare di Pistoia, costituita dagli studenti come un collettivo, in quella città dove una vera Università non esisteva.
Dal 1976 esistevano le Radio Libere che trasmettevano di tutto e permettevano a chiunque di presentare le proprie selezioni. A Lucca esistevano tre Radio Libere: Altraradio, Radio Centro Città e Radio Città sempre aperta notte e giorno. Un luogo memorabile.
A livello di controcultura punk Lucca è stata un ambiente ideale. Una matrigna impareggiabile che ha favorito la nascita e lo sviluppo di una generazione che provava ancora, forse per ultima, un senso di inferiorità nei confronti della generazione precedente: la generazione del ’68. Ma al tempo stesso si sentiva lontana da quella generazione e dalla relativa colonna sonora: rock sinfonico, psichedelia, ecc..
La generazione punk avvertiva la generazione precedente conservatrice e legata (in rapporto di antagonismo) ad un modello sociale superato dalle mutate condizioni economiche e politiche dei primi anni 80: l’avvento del reganismo, del tacherismo e del craxismo. La generazione del 68 di fronte ai nuovi modelli economici e sociali sembrava inattuale e inoffensiva: incapace di metterne in scena le debolezze. Il punk, e il punk a Lucca in particolare, acquistava il senso dell’avvio di un’indagine sociologica: “turbare, per osservare le reazioni”.
A Lucca, in quegli anni bastava pochissimo per fare scalpore. In tutto il liceo eravamo in tre a fare certi esperimenti sociologici. I Diatriba, il mio primo gruppo, sono nati a scuola, dentro la scuola, sono la galleria che abbiamo cominciato a scavare a scuola, non per evadere o per raggiungere qualcosa: scavare è un atto ripetitivo che riduce il proprio egotismo. La dittatura più dura è quella delle “proprie convinzioni”. Il nostro studio artistico, il nostro laboratorio era la piazza e il vicolo, e le relazioni personali che vi si instauravano erano le collisioni che si potevano studiare dentro all’acceleratore atomico del punk.

Diatriba e colleghi: Lucca 1983

In quegli anni nella mia città era la piazza il fulcro di tutto. Si viaggiava tra le piazze, le cantine e i garage dove si andava a suonare coi gruppi e dove si incontrava chi condivideva il tuo punto di vista e magari anche i tuoi gusti musicali. Eravamo una grande famiglia e la società ristretta della piazza ha rappresentato un modello di organizzazione gerarchica affine quel nucleo familiare che molti di noi non avevano: l’ordine della piazza, le sue gerarchie erano un focolare per molti di noi, un nucleo alternativo.
Io all’epoca ero solo un ragazzino e ricordo il 1977 come un lungo periodo che per me è arrivato fino al 1981, anno in cui mi sono avvicinato concretamente alle novità musicali. Alcuni miei compagni venivano direttamente dagli anni 70, carichi di tutto il progressive a cui faceva la guardia Tarkus degli EL&P. Io non sapevo bene che ore fossero, non venivo da nulla e non sapevo dove andare. Ero un mod, ma ascoltavo solo i Gong. Mi ricordo che con degli amici leggevamo e ci facevamo raccontare dal Raga (fondatore del gruppo punk lucchese Gas) le ultime novità sulle riviste musicali come New Musical Express, Sounds e Melody Maker. Mi stupiva vedere un giornale (l’aspetto era quello di un quotidiano nostrano: anni dopo, seppi che era il formato tabloid) che, al pari del Corriere della Sera per la politica o la Gazzetta dello Sport per lo sport, si occupasse principalmente di una sola cosa. Ma questi momenti di condivisione erano bellissimi perché all’epoca la cultura orale esisteva ancora.

MASSIMO RABASSINI, “IL RAGA”  (Gas, LU)

Il 26-11-76 esce Anarchy in the UK, e il 27-5-77 esce God save the Queen.

“Il Raga” prima della trasformazione punk. Lucca, estate 1977

Qualcosa stava arrivando anche in Italia. Radio RAI in una notte imprecisata del 1977, passò i singoli. Si cominciava a parlare di questo nuovo modo di suonare e di essere. All’inizio il concetto di punk si identificava con l’unico gruppo che riuscì a penetrare fino a questa estrema periferie sonnolenta, i Sex Pistols, ma per capire quello che si muoveva in Inghilterra ci sarebbero voluti anni, e nel frattempo là il fenomeno sarebbe già mutato.
A Lucca eravamo invece in un’altra dimensione. Il tempo ancora era fermo a stili musicali precedenti (musica popolare, progressive) e ormai senza più forza. L’abbigliamento e lo stile di vita andavano (anzi stavano) di pari passo. A Lucca l’evento più socialmente importante del 1977 fu l’occupazione di Villa Bottini per 4 mesi, da febbraio a maggio, dove i partecipanti erano in maggioranza esponenti di quella cultura che di lì a breve si sarebbe estinta.
Io non presi parte all’occupazione, non per l’età (avevo 21 anni, sono coetaneo dei Pistols) ma per mancanza di assonanze socio-culturali. Pur provenendo da una visione del mondo legata alla cultura hippie, in quel momento già sentivo la ristrettezza e la chiusura dell’idea che si esprimeva nell’occupazione di quella Villa. A febbraio non avevo ancora ascoltato i Pistols, e non suonavo ancora (il primo concerto l’ho fatto nel 79), ma sentivo che c’è qualcosa che non mi attirava.
Quelle stesse persone (con cui avevo anche rapporti di amicizia) che cercavano uno spazio espressivo che era stato loro negato tramite l’occupazione della Villa, negli anni successivi negarono validità (e spazio) all’espressione di una subcultura, o anti-cultura, che io andavo a rappresentare nel ristretto mondo musicale e sociale lucchese.
A mio giudizio il caso di Villa Bottini è sicuramente stato un fenomeno di espressione di lotta e di liberazione, ma anche l’ultimo grido di un’idea che non riuscì a rinnovarsi e guardò dall’alto in basso in maniera giudicante quello che arrivò in seguito e che ne decretò la fine.
D’altra parte, in alternativa a questo, a Lucca non c’era altro che un borghesia i cui figli si occupavano solo di passare il tempo in modo indolore, cercando di non uscire dal solco della “normalità”.
Ricordo la notte in cui radio RAI fece ascoltare i primi brani dei Pistols, anche se non riesco a collocarla in un momento preciso. La prima cosa che capii era che non occorreva una grande tecnica dello strumento: la musica tornava in mano alla gente, anche io potevo esprimere quello che avevo dentro con una chitarra, e mi sentivo allineato allo spirito di ribellione totale espressa dai testi. L’ironia estrema del messaggio visivo, l’ostentazione del look, basato sul do it yourself, rendeva liberi di seguire una “moda” senza esserne ingabbiati.
1977: io ascolto, guardo, penso. Comincio a modificare il look e a suonare da solo, in casa, una chitarra elettrica distorta. Nel giro di 2 anni metterò su una band dalle idee musicali varie e confuse (i Gas), che produrrà il primo brano punk lucchese, i Gas.

Condividi l'articolo
,
One comment to “Racconti punk dal 1977: la parola ai testimoni di un movimento”
  1. lI nucleo creativo dei Gas (io e AndyX) fonderà nel 1981 i NoFun. Il brano dei Gas aveva per titolo “I am the Devil” e trattave di un “diavolo” sessista e maschilista in opposizione alle contraddizioni di certo femminismo di provincia.
    Nella foto si testimonia il passaggio estetico tra le 2 culture (vedi dettagli dell’abbigliamento) in un momento di totale confusione per mancanza di informazioni non filtrate. Il passaggio a Londra in quel periodo resta l’unico modo per vedere come stanno le cose realmente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Leggi articolo precedente:
1977, break the rules! Intervista al critico musicale Vittore Baroni

Vittore Baroni (Forte dei Marmi, 1956) è un critico musicale (Rockerilla, Rumore, Blow Up, ecc.) ed esploratore delle controculture. Dalla...

Chiudi