Raccontare il nostro tempo: la mostra World Press Photo 2017 a Roma

ROMA – Si è conclusa il 28 maggio la mostra internazionale di fotogiornalismo World Press Photo 2017 allestita presso il Palazzo delle Esposizioni a Roma. Tutti gli scatti continueranno però a peregrinare fra i continenti, svelando al pubblico la potenza dello scatto fotografico come strumento in grado di catturare la complessa realtà di oggi. Più categorie, più temi, tantissimi scatti di fotoreporter internazionali ci fanno esplorare l’epoca post-globale fra migrazioni, guerre, proteste e cambiamenti.

FOTOGIORNALISTI E FOTOGIORNALISMI – Per l’edizione 2017, le immagini sottoposte alla giuria indipendente sono state 80.408, inviate da 5.034 fotografi di 125 nazionalità. I giudici hanno suddiviso i lavori in otto categorie, premiando 45 fotografi provenienti da 25 paesi. Non a caso, il Premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo internazionale da ormai più di 60 anni. L’obiettivo – perdonando il gioco di parole – è proprio quello di esplorare diversi spaccati di realtà da più angolazioni del globo, nel segno di una metamorfosi storica e antropologica in atto nel nostro pianeta. Come afferma il maestro Jonas Bendiksen «La fotografia è una lingua. Pensa al modo in cui vuoi usarla per parlare.
Che cosa ti interessa? Che domande vuoi porre? Poi lanciati, e buttati». Ognuno quindi usa differenti parole di uno stesso linguaggio. Ognuno è fotogiornalista a suo modo e produce differenti fotogiornalismi: ecco che la poliedricità diviene il fil rouge dell’esposizione.

1° classificato nella categoria Contemporary Issues – Lousiana, luglio 2016 Leshia Evans, infermiera e attivista per i diritti dei neri, durante una manifestazione per l’uccisione dei cittadini afroamericani Philando Castile e Alton Sterling.

 

TESTIMONIARE IL NOSTRO TEMPO – La parola più importante per un fotogiornalista è proprio testimonianza. Un equilibrio di inquadratura e composizione si traduce de facto in un equilibrio di comunicazione. L’abilità tecnica diviene così la possibilità con cui si congela la realtà, testimoniandola e quindi raccontandola tramite un linguaggio che è differente dallo scrivere, ma neanche più di tanto (in effetti, “fotografare” deriva dal greco e significa ‘scrivere con la luce’). Ciò che gli scatti in mostra ci regalano sono difatti pure testimonianze visive. Osservandole possiamo catapultarci in realtà distanti facendo un vero tentativo di comprensione culturale, sociale e politica. La mostra mira alle emozioni tramite un percorso prima visivo e poi interiore, svelando l’incredibile potenza dell’immagine. Oggi più che mai siamo abituati a vedere il nostro tempo tramite immagini – dai social media alle televisioni – ma siamo sempre meno educati a soffermarci sulle stesse, osservarle accuratamente e entrarci dentro mentalmente.

VINCITORE ASSOLUTO – La foto vincitrice assoluta del World Press Photo 2017 è quella che ritrae l’attentatore Mevlut Mert Altintas nell’istante immediatamente successivo allo sparo dell’ambasciatore russo in Turchia, il 19 dicembre 2016, in una galleria d’arte di Ankara. Il fotografo in Burhan Ozbilici dell’agenzia Associated Press, ha documentato l’attentato per caso, mostrando una prontezza unica nello svolgere la sua professione. Passando dalla galleria di ritorno dal lavoro, ha notato la presenza dell’ambasciatore e ha pensato di scattare foto per arricchire l’archivio fotografico redazionale. Quando l’uomo ha iniziato a sparare, nonostante la paura tremenda, il reporter non si è tirato indietro e ha fatto il suo dovere raccontando l’accaduto, regalandoci e consegnandoci una testimonianza unica da più punti di vista: il terrore dei presenti, l’esultanza dell’attentatore, lo strazio della morte dell’ambasciatore.

3° premio Reportage. Il fotografo tedesco Peter Bauza documenta le condizioni precarie del Brasile.

 

ALTRI SCATTI MAGNETICI – Esplorando le varie categorie è facile perdersi nelle storie e affezionarsi a tematiche differenti. Dallo sport alla natura passando per il sociale: quasi tutti gli scatti sono in grado di intaccare l’anima dello spettatore. Alcuni però lo fanno più di altri: è il caso della foto di Jonathan Bachman (1° classificato nella categoria Contemporary Issues) che ha immortalato in Lousiana nel luglio 2016 Leshia Evans, infermiera e attivista per i diritti dei neri, durante una manifestazione per l’uccisione dei cittadini afroamericani Philando Castile e Alton Sterling. Onore al merito anche per Francis Pérez (1° classificato nella categoria Natura) con la foto di una tartaruga mpigliata in una rete da pesca, al largo della costa di Tenerife, nella Isole Canarie, in Spagna. Un bel traguardo italiano è quello di Giovanni Capriotti (1° classificato nella categoria Sport Storie) per il progetto fotografico sulla prima squadra di giocatori gay di Toronto, formatasi nel 2003. In uno degli scatti si vedono i giocatori travestiti da donne e in un altro il bacio fra Jean Paul Markides e il suo partner e compagno di squadra Kasimir Kosakowski.

Quella che la Fondazione World Press Photo cerca di promuovere è una libertà di espressione connessa ad un giornalismo visivo di qualità con la finalità di regalare al fruitore un’informazione obiettiva ed indipendente. Per questo ogni anno aumentano le domande di partecipazione da parte di fotogiornalisti con una forte passione e visione delle cose. In fondo per raccontare il mondo serve prima di tutto un grande amore per la realtà: come consigliava Abbas ad aspirati fotogiornalisti: “Procurati un paio di scarpe comode e innamorati”.

Valery Melnikov – “I giorni neri dell’Ucraina” Un uomo innaffia fiori in una strada di Spartak, un paese distrutto negli scontri.

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