Qual è la vera Italia da salvare?

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Le soliti tristi storie della bellezza mandata in rovina. Ne abbiamo tristemente le tasche piene di vedere il nostro ricco patrimonio storico artistico e archeologico vittima di tanti carnefici: dalla lenta burocrazia alla finta (e talvolta reale) carenza di fondi, fino alla poco giustificabile e palese noncuranza delle istituzioni.

Ma se è vietato arrenderci all’inesorabile corso degli eventi, rimanendo tristi spettatori della definitiva decadenza dei luoghi che ci appartengono da millenni, dove trovare una strada di salvezza?

Una soluzione è proposta in “L’Italia da salvare. La fraternità attorno all’arte e alle bellezze del paese” (ed. San Paolo) del saggista Luca Nannipieri, che dell’amore personale e dei cittadini italiani  per il proprio territorio fa carburante per condurre le sue battaglie finanche in Parlamento.

Il titolo del libro vi sembrerà forse di averlo già sentito. “L’Italia da salvare” fu la famosa opera antologica di uno dei fondatori dell’associazione Italia Nostra, il quale volle chiarire come, salvando materialmente i monumenti e la storia di Italia, si salva insieme anche l’identità delle persone. Nannipieri ribalta l’assunto e proprio da queste ultime vuole ripartire: dalle libere organizzazioni di persone che tacitamente al Nord e al Sud portano avanti le loro silenziose ma importantissime battaglie.

Generalmente siamo portati a pensare – poiché questo è quello che ci propinano –  che i problemi alla radice, siano la storica mancanza di fondi per provvedere alla manutenzione, al restauro e al rilancio dei beni, e la non corretta azione di “valorizzazione” che ne viene proposta. Eppure a Nannipieri il conto sembra non tornare: lauti finanziamenti da parte dell’Unione Europea e dallo Stato Italiano spesso hanno già permesso in numerosi luoghi del paese restauri, allestimenti e opere di musealizzazione, come nel caso, citato nel libro, di Altilia Sepino, in provincia di Campobasso, dove si trova uno dei più interessanti siti archeologici dell’Italia centro-meridionale e che oggi resta un sito misconosciuto. Un pugno di persone, guidate dall’Architetto Antonello Filippi, creando una vasta rete di associazioni e progetti ben coordinati fra loro ha richiesto la gestione o l’affido dell’area archeologica di Altilia Sepino a persone specializzate, e del vicino tratturo, per avviare un’opera di recupero etnografico con l’aiuto di una famiglia di pastori, che cura la produzione di latticini e la coltivazione di erbe pratoline locali. Quel che hanno fatto le istituzioni finora è stato solo tacere, poi rimandare, ostacolare e infine bloccare la voglia di riqualificare il proprio territorio dei propri cittadini ed elettori.

Quale cieca ideologia può pensare dannoso il contributo di queste persone, se regolarmente vagliato, opportunamente verificato e controllato, come si controlla il lavoro di un medico o quello di un notaio? Può un luogo come Altilia Sepino rinascere senza di loro, senza persone con il loro amore? Non serve un comitato di saggi, non serve un’università o l’Unesco che prenda in gestione il sito. Ci sono loro, con tutte le generazioni che si portano dietro.”

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Nel libro si parla anche del caso di Morimondo, piccolo paese che ospita un bellissimo complesso cistercense del 1134. Situato a pochi chilometri dal capoluogo lombardo, oggi conta circa 1000 anime, e se non è più un coacervo di abitazioni incapace di rigenerarsi, è grazie agli intensi sforzi di un’ostinata parte della popolazione locale e della storica dell’arte Sandrina Bandera, ex soprindentente di Milano. Né gli sforzi congiunti della Parrocchia e del Comune, guidati dalla competenza della Bandera, né la creazione di una Fondazione e di un buon progetto di sensibilizzazione sono riusciti, per anni, a dipanare gli attriti di una forte componente della popolazione. Le divergenze sembravano portare tutto in alto mare. Ma nonostante i limiti di una struttura istituzionalizzata come una fondazione (che secondo Nannipieri “finisce spesso per recuperare dignitosamente le architetture e le opere per cui è nata, ma perde il contatto con la gente”) Morimondo è tornata a risorgere e oggi è in grado di sostentarsi con il turismo.

Dunque quale è la vera Italia da salvare?

 “Eccola l’Italia da salvare. Non è l’Italia dei monumenti, delle chiese, delle piazze, delle opere d’arte, del patrimonio, ma l’Italia delle persone che unendosi curano quella chiesa, quella piazza, quel monumento, quell’ospedale, quella biblioteca, in quel loro darsi da fare, diventano una delle presenze più preziose che si possano incontrare”

Ripartire dal basso, dal senso spirituale di comunità che aggrega le persone intorno ai monumenti, simbolo della nostra storia e della nostra cultura – ovvero delle nostre radici – è la vera azione risolutiva. Bisogna dare valore a coloro che “non compaiono quasi mai in televisione, non hanno voce sui grandi giornali, non possiedono cattedre illustri nelle università, non pubblicano libri con noti editori, non sono incoraggiate dai partiti che governano il paese, eppure chi ha occhi per vedere, le può vedere ogni giorno queste persone: attorno a quella piccola chiesa, a quella scuola, a quella statua, a quell’archivio impolverato e mal custodito, a quei ragazzi nati con sfortuna. È giustizia non considerare tutta questa ricchezza di cure, premure, conoscenze, ideali, anche se vengono dalle mani di un contadino, di un tabaccaio o di un vecchio che non ha studiato? Tutto questo lavorio di piccoli gesti, attenzioni, sbagli, approssimazioni, ricerche, gentilezze dettate da amore: è giustizia sommergere tutto questo? È giustizia non osservarlo? Alla luce di quanto detto,verrebbe da pensare che talvolta i ruderi da salvare, siamo soltanto noi.

Daniela Farina

 

Bibliografia: L’Italia da salvare. La fraternità attorno all’arte e alle bellezze del paese, Luca Nannipieri, ed. San Paolo

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