Rosa Gravina, la prima mastro birraio d’Italia

Birra e donne: A Pisa la prima mastro birraio d’Italia

In occasione dello speciale dedicato alla donna, TuttoMondo vuole riportare la testimonianza di una realtà in cui una donna si è distinta in un settore che gli stereotipi forse declinerebbero al maschile: il mondo brassicolo, con i suoi pub, la birra e anche gli impianti di produzione. In questo mondo, Rosa Gravina è un’eccellenza. Ci lavora dal 1995, è la prima mastro birraia d’Italia, e ha saputo, concretizzando il suo sogno: creare una micro realtà economica che funziona con successo da oltre dieci anni.

Rosa, lei nasce e vive a Milano fino alla fine dell’università, poi, decide di trasferirsi in Toscana. Perché? Cosa la spinge a fare questa scelta, lasciare una città così ambita da molti (sopratutto in quegli anni), centro della vita culturale e sociale italiana, per venire in una piccola città di provincia? Racconti brevemente ai nostri lettori la sua storia che, immaginiamo, vada di pari passo con quella dell’Orzo Bruno.
«Nel 1995 frequentavo la facoltà di scienze e tecnologie alimentari a Milano e mi accingevo a scegliere l’argomento della mia tesi di laurea. Avevo già optato per una ricerca sui polifenoli nel vino, quando un amico mi suggerì questo nuovo progetto su un microbirrificio in procinto di aprire in zona Lambrate. Non persi tempo e, anche se non avevo fino ad allora mai sentito parlare né assaggiato una birra artigianale, mi precipitai dal professore referente per autocandidarmi. Iniziò lì la mia avventura. Per due anni analizzai i parametri tecnologici del processo produttivo, ma ben presto la mia ricerca si affiancò al lavoro dei soci del birrificio e nell’aprile del 1997, appena laureata, fui assunta a pieno regime. Il mio lavoro era molto vario e copriva a trecentosessanta gradi tutte le attività del birrificio, come spesso avviene nelle piccole attività artigianali. Continuavo nel frattempo a frequentare i corridoi della facoltà di agraria, dove studiava ancora il mio ragazzo (e attuale marito, Davide) e dove rincontravo i miei attuali soci (alcuni già laureati come me e altri in procinto di terminare: Alessio, Giuseppe e Micaela). Ben presto nacque l’idea di realizzare questo nostro desiderio di un nuovo progetto lavorativo e di vita tramite l’attività del birrificio, che inizialmente doveva allacciarsi a un progetto agricolo, visto che alcuni di noi erano laureati in agraria. A Pisa avevamo un appoggio e ci sembrava il territorio giusto sia per avviare un’attività agricola e sia per aprire il nostro pub come rivendita diretta dei nostri prodotti. Per noi si trattava di una scelta di vita. E paradossalmente Milano, con i suoi orizzonti sbarrati da palazzi e i suoi ritmi a volte eccessivi, ci andava stretta. Vedevamo Pisa come un’apertura di orizzonti e non come la “retrocessione” a una piccola città. Così dopo vari anni passati a studiare il progetto, cercare il giusto spazio, viaggi tra Milano e Pisa, ad agosto 2002 ci siamo trasferiti definitivamente a Pisa e ad aprile dell’anno successivo abbiamo iniziato la produzione. Due mesi dopo apre l’Orzo Bruno» 

Come è stato l’impatto con la realtà toscana? Le vostre aspettative sono state appagate? Avete mai pensato di tornare indietro?
«Se ci ripenso mi dico che siamo stati dei pazzi a catapultarci così in una realtà della quale non conoscevamo nulla, con un progetto così ambizioso per cinque ragazzi appena laureati! Gli aneddoti sono numerosi, ma fondamentalmente sono tutti legati all’incredulità della gente quando si spiegava che volevamo produrre birra (e non vino) e alla scarsa fiducia nella nostra giovane età.
Il primo sogno si è infranto con la scoperta che la vecchia normativa sui birrifici li riteneva produzioni industriali e che quindi la nostra idea di abbinare una produzione agricola non era così semplice. Eravamo dieci anni avanti rispetto all’attuale normativa sui birrifici agricoli! Scherzando, fra di noi, il mantra di quei primi anni era: “Non si può fare!” Perché spessissimo dai tecnici agli impiegati dei vari uffici la prima risposta che ottenevamo era quella! Non ho mai pensato, però, neanche per un secondo di tornare indietro e sono grata a questa città che mi ha permesso di realizzare tutti i miei sogni, che sono andati man mano modificandosi negli anni».

Rosa Gravina

Rosa Gravina è la prima donna mastro birraio italiana. Una responsabilità importante. Come la vive?
«Sinceramente non rispondo volentieri alle domande legate al genere nel mio lavoro perché mi sento la pioniera di un movimento non in quanto donna, ma perché “c’ero”: ero lì a muovere i primi passi, partecipare alle prime riunioni fra i produttori che avevano aperto in quegli anni, e che cercavano aiuto l’un l’altro perché era un problema solo acquistare il malto o ottenere le autorizzazioni per produrre in quanto non c’erano le leggi che contemplassero la nostra attività!».

Nel 1995 il mondo brassicolo era pronto alla prima mastro birraia donna o ha incontrato difficoltà? Se si di che genere? 
«Finché ho vissuto a Milano, dove comunque ero una dipendente, non ho incontrato nessuna difficoltà nella mia professione. Quando mi sono trasferita in Toscana le cose sono cambiate. Forse perché semplicemente ero io a decidere, magari anche per conto dei miei soci uomini, e questa cosa appariva strana agli occhi dei tecnici che erano a lavorare per noi nell’allestimento del birrificio. Però mi sono sempre fatta una risata, a volta in compagnia di mio marito, sui vari episodi, anche perché in fondo per me non cambiava nulla: ero sempre io a decidere!
Tutt’oggi ridiamo fra me e mio marito Davide perché spesso nuovi clienti continuano a chiedere a lui informazioni commerciali o tecniche sull’impianto, mentre sarebbe il mio ruolo lavorativo. A volte sono necessarie due, tre volte prima che capiscano che devono rivolgersi a me. Ma ripeto, penso che sia un problema loro e non mio».

Storicamente parlando, la birra e le donne sono un binomio nuovo o abbiamo riscontri storici di questa attività? 
«Storicamente, le donne hanno sempre avuto il ruolo di accudimento della famiglia, e la produzione della birra faceva parte, proprio come la cucina, dei compiti della donna fin dal tempo dei Sumeri».

Oggi, nel 2017, la sua azienda (anzi le sue aziende, quella di produzione a Bientina e quella di distribuzione a Pisa) le danno ancora la soddisfazione di vent’anni fa? 
«La mia attività mi dà ancora enormi soddisfazioni proprio perché si è man mano trasformata con me, o meglio, in ogni fase della mia vita di questi ultimi anni, ho avuto la fortuna di poterne apprezzare una parte o una diversa prospettiva. È la fortuna, o la sfortuna, di lavorare in una attività in proprio della quale si segue ogni fase. Non ci si annoia mai e, a seconda del proprio personale “momento storico”, se ne ama di più una parte e se ne odia un’altra o ci si appassiona a un nuovo progetto. Ad esempio, nei primi anni ero molto concentrata sulla produzione, mentre ultimamente mi appassiona anche molto la ricerca di nuovi prodotti per il pub o la realizzazione di nuovi piatti e panini, e il contatto con la gente al bancone, quando lavoro all’Orzo».

In realtà la birra artigianale in questi anni sta vivendo un grande momento, c’è una maggiore consapevolezza tra i consumatori, una grande voglia di conoscenza. Possiamo dire che negli ultimi dieci anni in questo settore sia in atto una importante trasformazione culturale. Che effetto fa sentirsi parte attiva di un processo così grande? Possiamo dire che a Pisa ne siete stati sicuramente gli attori principali.

«In realtà, per me, essere stata parte di questo processo culturale, ha significato, oggi, semplicemente, incontrare meno facce dubbiose quando parlo del mio lavoro e di quello che faccio. Scherzi a parte, proprio perché quest’attività è fondamentalmente una scelta di vita, per me è sempre stato naturale parlare con le persone e spiegare con passione tutto quello che è inerente al mondo della birra artigianale, senza avere la pretesa di insegnare alcunché; ma ovviamente, essendo stata una pioniera del settore, le cose che avevo da dire erano poco conosciute».

Rosa, a questo punto una domanda al mastro birrario. Potrebbe dirci la ricetta della sua birra preferita?
«La mia preferita è la birra Wombat: cento per cento malto Pilsner, luppolo Hallertau e Galaxy come aroma. La più semplice e la più complessa al tempo stesso».

Come donna qual è il ricordo più bello che ha (legato ai vent’anni di attività) e il desiderio che vorrebbe ancora realizzare?
«Per una volta vengo meno alla mia ritrosia sulle domande di “genere'” e risponderò: vedere mia figlia di pochi anni che vuole aiutarmi a tutti i costi in un laboratorio di degustazione, portando ai partecipanti i diversi vasetti di materie prime, e vederla indovinare a colpo sicuro, da vera esperta, un difetto del luppolo senza averne mai sentito parlare! Desideri ancora da realizzare? Non ragiono per grandi obiettivi, ma penso a realizzare bene ogni mia giornata, per poi scoprire, dopo un po’, che i miei desideri si realizzano come per magia».

 

 

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