PILLOLE DI STORIA: Reggatta De Blanc.

Police-album-reggattadeblancIl suono della new wave portato dai Police tra punk, raggae e rock: Reggatta De Blanc.

Ascoltando spesso la radio e leggendo i vari commenti sulla musica dei Police, l’affermazione
che spesso si sente dire è: “i Police hanno unito il punk e il reggae”. Ma si può ridurre la
prima carriera della band a una tale sentenza? Questa band sperimentatrice ha prodotto sì un
tale connubio, come altri si creeranno nella storia della musica degli anni 80, ma alla base di
questo sound caratteristico vi sono ragioni di ricerca personale e in particolare un’eccellente
preparazione tecnica dei componenti.
Il nucleo originario della band nacque nella Londra della seconda metà degli anni 70,
trascinandosi dietro le ceneri del virtuosismo progressive e l’estremismo del giovane punk.Il
primo motore della formazione fu il batterista statunitense Stewart Copeland, figlio di un
agente della CIA, che sin da bambino entrò in contatto con il mondo della musica jazz e
imparò a suonare la batteria da un insegnante libanese. Dopo aver vissuto a Beirut per anni, la
famiglia Copeland si trasferì in Inghilterra nel 1966 dove Stewart terminò gli studi
universitari. Nel 1973 Stewart si trasferì a Londra e venne in contatto con Darryl Way, ex
membro del gruppo progressive dei Curved Air, di cui entrò a far parte intorno al 1975.
L’ingresso nel gruppo avvenne però in un momento poco propizio, poiché nella seconda metà
degli anni 70, il progressive stava vivendo una pesante crisi produttiva, i gruppi non erano più
in grado di autofinanziarsi e nemmeno di produrre grandi guadagni. Dopo aver realizzato due
album, il gruppo dovette scontrarsi col fallimento: canto del cigno dei Curved Air fu un
esibizione a Newcastle nel 1976, momento in cui Copeland decise di abbandonare il gruppo
per dedicarsi ad una sonorità più giovane e più diretta, priva di ogni pretesa strumentistica e
della consueta sovrabbondanza di componenti tipica delle band prog. Disgustato dai mostri
del rock, Stewart trovò sfogo nel punk, trasferendosi a Londra dal fratello Miles (manager
musicale) dove si ritrovò in diretto contatto con i Sex Pistols, che poteva ascoltare in tempo
reale, dato che avevano affittato una sala prove direttamente sotto l’ufficio di Miles. Folgorato
dalle idee e dalla filosofia musicale punk, grazie anche agli interessi del fratello, decise di
formare un trio: aveva anche già in mente il nome, si sarebbero chiamati “The Police”, nome
provocatorio ma anche ottimo mezzo per pubblicizzarsi, poiché richiamava alla mente
l’onnipresenza della polizia per le strade londinesi e le repressioni da essa compiute nei
confronti delle bande punk, problema all’epoca, all’ordine del giorno. Stewart venne
casualmente in contatto con Gordon Matthew Sumner nel 1977, durante un’esibizione della
sua band jazz-fusion, i Last Exit. Gordon era soprannominato Sting, ovvero “pungiglione” a
causa delle maglie a righe gialle e nere che indossava ai concerti e che lo facevano
assomigliare ad una vespa. Sting era quello che Copeland cercava, un uomo modesto,
cantante e bassista, grintoso e pronto a sperimentare. Il problema che però Copeland non
calcolò subito, fu che Sting non andava d’accordo con il punk: se Stewart aveva scoperto tale
musica per fare tabula rasa del virtuosismo, Sting nel virtuosismo ci restava, praticava il jazz e
snobbava la musica dei Clash e dei Damned considerandoli banali sia per la tecnica che per i
testi. Il punk fu però il suo trampolino di lancio per il successo, o almeno l’atmosfera in cui i
Police riuscirono veramente ad emergere, conciliando le due personalità opposte. Dopo i
primi concerti in locali punk storici, con Henri Padovani alla chitarra, venne reclutato il
chitarrista Andy Sumners, che diverrà membro stabile e sostituirà Padovani. Andy era il più
grande dei tre e alle spalle vantava una formazione con Robert Fripp, Animals, Mike Oldfield e i Deep Purple, e fu lui a portare quel caratteristico sound che possiamo ascoltare sin dal
primo album Outlandos D’Amour (1978) e che divenne un marchio in Reggatta De Blanc.
Ma veniamo al dunque. Reggatta De Blanc è il secondo album della band ed esce nell’ottobre
del 1979. Il titolo condensa il manifesto del loro stile musicale: il Reagge suonato dai bianchi,
o meglio dai tre ragazzi biondi ossigenati che avevano schiarito i loro capelli per una pubblicità delle chewing gum nel 1978. Il Reagge era un modo di espressione solare che correva su un binario parallelo ma opposto al punk; anche il gruppo di Birmingham, gli UB 40, formatosi nel 1978, presentava la medesima sonorità unita ad accenti caraibici, ma per i Police tale sonorità fu metabolizzata e unita ad una nuova lucentezza acustica, la stessa che Edge, il chitarrista degli U2, userà in Boy (1980), il primo album della band irlandese. In Reggatta De Blanc non ci sono ancora le pretese intellettualistiche che caratterizzeranno l’ultima fase del gruppo, ma nemmeno il sentimento anarchico del punk; vi è invece un residuo comunicativo del punk, ovvero quel concentrato d’immediatezza percettiva che colpisce direttamente chi lo ascolta. E’ l’album della codificazione della band dove Copeland dà il maggior apporto compositivo con ben cinque canzoni, e dove Andy Summers crea quel suono inconfondibile con flanger, chorus e delay, che segna indelebilmente tutte le canzoni e le rende riconoscibili ancor prima che Sting intervenga col suo timbro acuto. La voce di Sting è tagliente e acida, la chitarra è uno strumento che scintilla, non è invadente come nel punk o nell’hard-rock, si esprime in un suono che in parte è gerarchicamente paritario e armonizzato con basso e batteria. Il basso assume gradualmente un ruolo principale e diventa uno strumento dalla voce guida, quello che nel post-punk diventerà melodia, già assaporabile in Unknown Pleasures, album dei Joy Division uscito pochi mesi prima di Reggatta de Blanc. I giri di basso di Sting, continui e in levare, tipico modo si suonare della band che genera quella sonorità saltellante del reggae, sono i protagonisti di pezzi come “Walking On The Moon” e “Message In A Bottle”, i suoni si ripetono in riff quasi ipnotici e circondati di echi presi in prestito dai Blue Oyster Cult; elementi ritmici e cambi di tempo repentini tra tempo pari e tempo dispari, tipici del prog, si trovano nel pezzo “Reggatta De Blanc” che stempera il suono punk in una chitarra luminescente, pur mantenendone le ritmiche. A chi ascolta “It’s All Right For You” potrebbero venire in mente i Joy Division nel pezzo Interzone, gridato e crudo come un pezzo punk, ma anche il riff principale di “Echo Beach” dei Martha & The Muffins, già in sé contenuto, come elemento germinale, all’interno del pezzo dei Police. La rabbia si ammansisce con la tecnica, e subito dopo ritorna l’anima reggae in “Bring On The Night”, giocata su contrattempi rubati, schitarrate al chorus aggressive e melodiche e con un testo semplice che guarda al futuro con degli interrogativi: «The future is but a question mark, hangs above my head, there in the dark» abbandonando il pessimistico «no future for you» che faceva sgolare i Sex Pistols. In “Deathwish” si moltiplicano i cambi di tempo, la musica domina e la voce echeggia come di contorno. “On Another Day” è un puro headshake proveniente dagli anni 60 dalla musica di Bo Diddley, e dalla cultura mod di cui Andy aveva seguito le tracce da ragazzino. “Does Everyone Stare” è un po’ jazz, un po’ Waterboys, sembra quasi che manchi quel sax alto per condensare l’atmosfera.
Le critiche verso l’album non furono tutte positive: c’era chi lo considerava troppo pop, altri criticavano la voce di Sting, altri lo consideravano un manifesto per gli adolescenti o un semplice mix reggae da ascoltare con spensieratezza. Ma il successo coprì questi nei e dei Police venne avvertita anche la componente accademica, mentre “Message In A Bottle” scalava le classifiche.
A partire dal 1980 uno dei marchi del decennio sarà la chitarra squillante di Summers, che verrà imitata in moltissime formazioni tra il post–punk e la new wave: U2, Ultravox, Siouxsie and the Banshees, A Certain Ratio, Psychedelic Furs, Smiths, Cure, etc, insomma in tutti i primogeniti del punk che si sentivano incompresi dal loro genitore. I pezzi sono brevi, semplici, basati su giri di accordi spesso sospesi, in prevalenza maggiori che rendono l’ascolto piacevole e frizzante, sono ripetuti con circolarità, orecchiabili e soprattutto creativi: suoni liquidi, gli echi, la batteria con effetti di riverbero, la sovrabbondanza del chorus, luci e neon dell’immaginario sinestesico della new wave, hanno in parte la loro origine “rock” in questa formazione. L’apporto del progressive alle spalle dei Police fu fondamentale: ascoltate Love Beach, l’album degli Emerson Lake and Palmer del 1978 e sentirete che molti suoni degli anni 80 sono anche lì dentro. Come in Reggatta si sente l’embrione del suono della new wave, l’eco che rimbomba e scintilla in un capannone vuoto.

Virginia Villo Monteverdi


Virginia Villo Monteverdi

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