“La bocca sollevò dal fiero pasto”. Piccola storia dell’antropofagia

Il più famoso, presunto, cannibale della storia occidentale è senza dubbio il Conte Ugolino della Gherardesca. Dante ne narra la triste storia nel canto XXXIII dell’Inferno, la sua lotta di potere contro l’Arcivescovo Ruggieri e la fine miseranda, murato vivo a Pisa insieme a due figli e due nipoti nella torre della Muda, che si chiamerà da allora torre della Fame. In realtà il verso “Poscia, più del dolor potè ’l digiuno”, che è stato interpretato come la conferma di un atroce atto di cannibalismo del Conte sui figli e nipoti morti prima di lui, va inteso in maniera diversa: nonostante l’infinito dolore di vedere tutta la sua discendenza morta, non il dolore uccise il Conte, bensì il prolungato digiuno.

Inferno, canto XXXIII, Gustave Doré

Inferno, canto XXXIII, Gustave Doré

Partendo allora dal povero Conte Ugolino, diffamato per secoli come cannibale, andiamo a ritroso, alla ricerca delle origini di quello che è sempre stato il più grande tabù alimentare della storia umana.

Nella nostra epoca, almeno in occidente e nei paesi occidentalizzati, il cibo abbonda, la curiosità alimentare è elevatissima e i facili spostamenti aerei ci permettono di assaggiare cibi di tutto il mondo, e specialità anche controverse: avete forse voglia di provare il Kopi Luwak, carissimo caffè fatto con le bacche defecate dello zibetto delle palme, oppure di assaggiare zuppette di vermi o spiedini di scorpioni e cavallette, o ancora vorreste, in un attacco di estrema perversione, infilarvi nei segreti meandri di New York alla ricerca dell’esclusivo e introvabile ristorante per coprofagi?

C’è chi ne ha voglia, ma anche per i più arditi sperimentatori il vero grande e insormontabile tabù è ancora, fortunatamente, quello dell’antropofagia. Facciamo guerre e attentati terroristici, commettiamo soprusi di ogni genere sui più deboli, chiudiamo frontiere e paesi persino a donne e bambini, distruggiamo culture e monumenti antichissimi, e tutto senza vergognarcene, ma nessuno osa neppure pensare di cibarsi dei propri simili.

Francisco Goya: Saturno che divora i suoi figli

Francisco Goya: Saturno che divora i suoi figli

Eppure, secondo dotte tesi antropologiche, il cannibalismo è stato alla base del sistema di sopravvivenza all’inizio della nostra storia evolutiva. Uno studio condotto sull’ultima popolazione cannibale di Papua Nuova Guinea, che fino agli anni ’60 del ’900 ha praticato riti antropofagi sui defunti, ha riscontrato nei maschi (che si cibavano del cervello, mentre donne e bambini di altre parti), la diffusa presenza di una forma di encefalopatia spongiforme (una sorta di morbo della mucca pazza), ma in molti soggetti era presente anche un gene protettivo, che ne impediva lo sviluppo. Proseguendo lo studio su altre popolazioni da tutto il mondo, un gene protettivo molto simile è stato ritrovato ovunque e più volte, avvalorando l’ipotesi che il cannibalismo sia stato una pratica universale.

Probabilmente scaturito all’inizio per pura sopravvivenza, nei grandi periodi di carestia in cui venivano sacrificati i più deboli, si specializzò poi nel cannibalismo verso la prole di cui non era sicura la paternità. Ecco qua il mito di Cronos, divoratore dei figli anche se per altri motivi, e comunque in ogni testimonianza storica di cannibalismo si prediligono bambini e giovinetti, oppure gli anziani che in situazioni tribali erano spesso un peso per la comunità. Alcune teorie sostengono addirittura che l’evoluzione del linguaggio sia avvenuta in concomitanza con l’evoluzione sessuale femminile e con la necessità, da parte della femmina, di difendere la prole dall’aggressione del maschio divoratore.

Proseguendo nel difficile cammino verso la civiltà, nel corso di cerimonie religiose celebrate per ingraziarsi gli dei saranno eseguiti sacrifici umani, (come nei riti Precolombiani o Fenici) spesso seguiti dal relativo banchetto sacro a base dei resti dei malcapitati di turno, mentre dopo le battaglie ci si cibava di parti del nemico ucciso, nella convinzione di appropriarsi, così facendo, delle sue presunte qualità.

E’ con la nascita di una coscienza morale, che permette di vedere l’altro come un sé entrandovi in empatia, e con l’acquisizione di una coscienza sociale, che il sacrificio umano assume una valenza totalmente negativa e disturbante, per cui alla fine ne restano solo tracce simboliche, una delle più evidenti nella religione cattolica, in cui durante l’Eucarestia si assume il simbolico “Corpo di Cristo”. Il cannibalismo scompare così praticamente in tutto il mondo, anche se pare che ancora oggi piccole sacche di cannibalismo sopravvivano in Papuasia.

Chiaramente, in chiusura non posso suggerirvi una ricetta diretta relativa all’argomento, ma per rasserenarvi dopo la sottile inquietudine che prende ogni essere umano sano di mente quando si parla di antropofagia, vi do la ricetta dei biscottini di pasta frolla, ai quali potrete dare la forma che volete: dato l’argomento vi consiglio uno stampino a omino, così che, mentre gli sbocconcellate un braccino o una gamba, potete riflettere sulla grande fortuna di essere nati nel XX secolo!

antropofagia

Biscotti di pastafrolla

500 gr di farina 00
200 gr di zucchero
250 gr di burro
2 uova
1 busta di vanillina
scorza di arancio o limone

Sbattete con un frullino le uova con lo zucchero finché non diverranno un composto chiaro e spumoso, aggiungete lentamente la farina, amalgamandola al composto un po’ per volta, poi il burro tagliato a piccoli pezzi, la vanillina e la scorza grattugiata di mezzo limone o di mezzo arancio. Cominciate a impastare con le mani fino a che non otterrete un composto morbido e perfettamente amalgamato. A questo punto fatene una palla e mettetela a riposare in frigorifero per 20-30 minuti. Riposato il composto, stendetelo con un mattarello, e con gli stampini prescelti date forma ai vostri biscotti. Cuocete per 20 minuti in forno a 180°.

Se fate gli omini, dopo la cottura potrete decorarli con la ghiaccia reale che si prepara così: 30 gr di albume, 150 gr di zucchero a velo, alcune gocce di limone. Montate gli albumi a neve con il frullino, aggiungete lentamente lo zucchero a velo e poche gocce di limone continuando a montare finché il composto non risulta morbido. A questo punto mettetelo in un sac-à-poche dal becco piccolo e fate agli omini facce, sorrisi e vestiti. Lasciate asciugare e mangiateli accompagnati da un buon caffè o una tazza di tè.


Claudia Menichini

Francesco Bondielli
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