Tra De Laurentiis, Putin e Platoon: le verità di Oliver Stone al Lucca Film Festival 2017

Oliver Stone al Lucca Film Festival 2017 – 08/04/2017 – Teatro del Giglio

LUCCA – Un maestro del cinema americano, una personalità diventata autore, prima tramite la scrittura e poi tramite le immagini, un regista in grado di saltare dentro e fuori dalle logiche di mercato e degli studios riuscendo sempre a portare avanti la sua idea di cinema. Oliver Stone è tutto questo e durante la sua conversazione con Silvia Bizio di La Repubblica e Manrico Ferrucci, direttore del Teatro del Giglio, sono emersi tutti gli aspetti veri e sanguigni del carattere di un grande cineasta contemporaneo.


L’antica location lucchese del Teatro del Giglio – con origini che risalgono alla seconda metà del Seicento – obbliga gli intervistatori a inaugurare l’incontro con una domanda sul rapporto tra cinema e musica. Oliver Stone, ricollegandosi alla proiezione avvenuta il giorno precedente di Alexander, ha raccontato di come quel film volesse essere un’opera che unisse grandi drammi alla musica di un’artista geniale come Vangelis. Con Ennio Morricone, con cui Stone ha lavorato per U-Turn, il rapporto non è stato molto amichevole ma alla fine dei conti «è una persona che sa bene cosa vuole ottenere e non avevamo la stessa opinione». Nella sua filmografia Oliver Stone ha utilizzato la musica sempre in modo vario e camaleontico: ha usato l’arte dei compositori più classici come Georges Delerue (Salvador, Platoon) e John Williams (Nato il quattro luglio), la modernità di Stewart Copeland (Wall Street, Talk Radio) oppure ha utilizzato brani rap, pop-rock o rock industriale per film più crudi come Assassini nati o Ogni maledetta domenica.

Silvia Bizio si è voluta concentrare sull’Oliver Stone sceneggiatore, facendo emergere curiosità e aneddoti molto interessanti anche sulla figura del produttore Dino De Laurentiis. La carriera hollywoodiana di Stone nasce infatti dalla scrittura; suoi sono gli script per film iconici come Fuga di mezzanotte, Conan il barbaro, Scarface, L’anno del dragone. «Ho sempre amato moltissimo scrivere e ho iniziato a farlo ben prima di diventare regista; questo fu anche merito di mio padre che mi dava 25 centesimi a settimana se riuscivo a scrivere un soggetto – ha raccontato Stone – quindi pensavo più ai soldi che al soggetto stesso anche perché volevo andare a comprarmi i fumetti. Per me scrivere è un’espressione dell’anima ed è un modo anche per nutrirla. Le corporazioni e le major americane puntano a censurare molto materiale ed è solo tramite la scrittura che riusciamo ad ottenere la libertà».
Il discorso è poi giunto alla figura di De Laurentiis, produttore con il quale Stone ebbe modo di scontrarsi molto duramente (quattro le cause legali che il regista ha intrapreso contro di lui) perché, secondo Stone, il produttore napoletano era una personalità che rispettava molto i registi ma poco gli sceneggiatori. Rimanendo sul suo lavoro da sceneggiatore, Stone ha parlato dei suoi ricordi riguardanti Scarface, sostenendo che Sidney Lumet abbandonò il progetto perché lo riteneva troppo violento, Brian De Palma ci mise poca energia nel realizzarlo facendo aumentare i tempi di produzione e sforando il budget prefissato, tuttavia «venne subito rispettato e amato dai neri o dagli ispanici e venne amato dai broker di Wall Street per i soldi e per la cocaina, cioè per i motivi sbagliati, mentre io l’avevo scritto come un dramma shakespeariano in stile Riccardo III. Scarface fu il motivo per cui feci poi Wall Street perché il paese stava cambiando e Wall Street stava cambiando, adottando l’etica dei big money». C’è stato tempo anche per citare i primi due film di Oliver Stone, Seizure del 1974 e La mano del 1981, che sono due lavori d’impostazione horror-fantastica. L’esperienza in questi due film ha fatto capire a Stone di non essere molto portato per questo genere anche se «ho sempre stimato maestri italiani dell’horror come Mario Bava e Dario Argento».


La trilogia del Vietnam (Platoon, Nato il 4 luglio e Tra cielo e terra) è stata per Oliver Stone un banco di prova per raccontare in un modo più o meno filtrato la sua esperienza in Vietnam durante gli anni del conflitto. Platoon è da considerarsi il più autobiografico dei tre, mentre Nato il quattro luglio «scaturisce dal voler raccontare una visione più ampia della guerra e soprattutto ciò che cosa succedeva una volta che i soldati ritornavano negli Stati Uniti; volevo una storia che andasse oltre i confini della mia storia personale. Il terzo film, Tra cielo e terra, è la storia di una donna vietnamita che si sposa con un americano. Gli Stati Uniti non erano interessati nella produzione di questo progetto anche perché non volevano una donna asiatica come protagonista, ma per me è un film molto importante». Stone ha rimarcato la difficoltà odierna – dal primo Bush in poi –  di fare film critici sugli Stati Uniti restando all’interno di un sistema di produzione hollywoodiano: «per fare W. ho ricevuto finanziamenti da Hong Kong mentre per U.S.A. – La storia mai raccontata devo ringraziare dei finanziatori brasiliani».

Oliver Stone ha terminato da poco le riprese di un documentario su Vladimir Putin chiamato Conversation With Putin: «c’è una strategia della tensione indirizzata contro la Russia da parte del mondo occidentale. Siamo andati a Mosca per un anno e mezzo. Ho girato 4 ore di interviste che saranno poi suddivise in 4 segmenti da un’ora. Abbiamo discusso di cultura, di arte, di vita. Io ritengo che se una persona vuole dichiararsi nemica di un’altra sia necessario che abbia le informazioni su quest’altra persona».

Tomas Ticciati

Tomas Ticciati

Nato nel lontano 1985 a Pontedera, laureato in Storia dell'Arte a Pisa. Per Tuttomondo, da settembre 2014, mi occupo di critica cinematografica, recensioni e interviste. I miei interessi spaziano dal cinema italiano (in ordine sparso Fulci, Verdone, Fellini, Argento, Scola, Avati i miei preferiti) a quello americano (i maestri della new hollywood e del new horror anni '70/80). Utopia: risvegliarmi in un mondo cinefilo senza cinecomics.
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