Angiolo Chini e il “suo” molino: una storia che non va dimenticata

Quando Angiolo Chini varca la soglia del «suo» molino gli si illuminano gli occhi. E inizia a raccontare di come dal 1991, anno in cui il suo mestiere di insegnante l’ha portato alla pensione, ha iniziato a curare ogni singolo dettaglio dell’opificio conservato a meraviglia e, in teoria, ancora perfettamente funzionante. Potrebbe andare avanti all’infinito.

Il molino dei Gangalandi sorge sulla riva destra del torrente Zambra a Calci, ed è l’ultimo esemplare dei 79 che la pianta dei molini del 1869 registra lungo il corso d’acqua della Valgraziosa. Più che ultimo, l’unico in grado di riportare indietro nel tempo una volta entrati, dal momento che gli altri sono stati riconvertiti in abitazioni, garage o strutture ricettive. Attivo già alla fine del Quattrocento, la sua esistenza è certificata da un documento in latino del 1521 che parla della famiglia Gangalandi, citata anche nella Commedia di Dante, il quale, nel XVI canto del Paradiso, li inserisce tra coloro che sono degni di portare la «bella insegna» del marchese Ugo di Toscana.

Il professor Chini ha contribuito in maniera decisiva a rendere magico il molino e gli altri edifici, tanto che nel 1999 sono stati vincolati, assieme all’area in cui sorgono, dalla Soprintendenza, che ne ha riconosciuto il valore storico e artistico.

Scongiurato qualche anno fa l’acquisto da parte dei tedeschi, il sogno di Chini di trasformare il molino in un museo del mondo contadino (calcesano e non solo) non ha mai ceduto un millimetro al principio di realtà – compresa la sterminata collezione di attrezzi e strumenti di ogni genere riguardanti il mondo rurale che conserva in casa. Tanto che, nel corso degli anni, molte scolaresche del territorio lo hanno visitato. Ma, purtroppo, sempre meno. Vuoi il restauro, fondamentale, vuoi un’attenzione non più così viva verso il passato, oggi il rischio di vanificare decenni di lavoro è alto. E non sembra aver portato granché il trasferimento del complesso Cafissi di Cascina – uno dei primi molini italiani a sfruttare l’energia del vapore – nell’area dell’antico opificio calcesano.

L’appello del professore e del figlio Alessandro, che si associa a quello di Ferruccio Bertolini della Compagnia di Calci, associazione da sempre molto vicina al molino e alla sua storia, poggia su un altro suggestivo fatto storico. «Oltre ai privati in generale – spiegano – ci rivolgiamo a Maurizio Mian, già proprietario del Pisa Calcio. Alfredo Gentili, suo antenato, nel fondare l’omonima e celebre azienda farmaceutica, deve molto al molino e a Calci. Perché da sfollato, durante la guerra, nascose proprio dietro al molino dei Gangalandi una scatola con medicinali e ingredienti molto importanti e decisivi per la successiva nascita dell’azienda. Sarebbe bello se investisse qui».

(scritto da Francesco Bondielli su La Nazione del 21 aprile 2016)

Francesco Bondielli
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