La sfida tra Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni

Vo cercando un italiano di una certa età che al liceo abbia letto con gusto e passione sia Manzoni che Leopardi. O almeno che confessi che leggeva i due per divertimento e non per obbligo didattico. Credo francamente che la scuola li abbia fatti odiare entrambi a intere generazioni di italiani; forse quello messo meno peggio è Alessandro Manzoni, rivitalizzato almeno dalla parodia televisiva che il trio Marchesini, Solenghi, Lopez fece dei Promessi Sposi, romanzo fondante della nostra identità e riconoscimento dell’obbligo linguistico di sciacquare i panni in Arno. Ho la sensazione che Giacomo Leopardi sia meno odiato dai liceali di ogni epoca solo perché del tutto ignoto, non frequentato né letto, se non per pezzi di poesie imparate a memoria e presto dimenticate. Chi ha mai letto lo Zibaldone e le Operette Morali? opere fondanti, come e forse più dei Promessi Sposi, della cultura italiana? Pochi, molto pochi. Gli altri, i più numerosi, dovrebbero fare ammenda e correre a migliorare  le proprie letture leopardiane. Un bel film, Il giovane favoloso, ci ha dato lo spunto, ma temo che sia successo poco, in quanto a incremento di lettura della prosa del nostro Giacomo.

A proposito di prosa, mettiamo di fare una specie di gara tra il Gran Lombardo e il Recanatese in quanto a stile di scrittura. L’impresa è ardua e nemmeno risolta dagli italianisti. Io mi cimento con qualche presunzione, ma con molto intento.

Manzoni ci ha dato un esempio di prosa sontuosa, perfetta e barocca nello stesso tempo, che negli epigoni genera mostri come la prosa aulica delle lapidi commemorative appese alle facciate di edifici segnati da eventi memorabili. Tutto è descritto con minuzia, i fatti, le persone, gli abiti, i paesaggi, i sentimenti, perfino l’orto di Renzo. La perfezione del romanzo si nasconde dietro frasi icastiche, che raccontano tutto il fatto e tutta la complessità di un personaggio: La sventurata rispose… il vaso di coccio tra quelli di ferro… questo matrimonio non sa’ da fare…

Sembra di stare a teatro e di vedere scene e personaggi animare il quadro e i paesaggi che ha in mente l’accorto regista. Manzoni è un retore nel senso pieno del termine, sa usare e adattare la lingua alle circostanze e ai fatti narrati. È pure saggio e pio conoscitore dell’animo umano, si uomini e donne che attendono umilmente la provvida sventura per avere ricompensa di ogni sacrificio. Manzoni è stato senza dubbio integrato nella cultura italiana, nonostante le malinconie dei liceali, afflitti e straziati da professori che leggevano il Romanzo con accento siculo, veneto o barese. Ma insomma agli studenti si presentava un modello di come va il mondo. E quello rimaneva. Leopardi non ha avuto la stessa sorte istituzionale.

Se qualcuno leggesse, o rileggesse la prosa di Leopardi proverebbe sorpresa, e un bel sollievo nel confronto col Manzoni. La sintassi delle opere filosofiche (prima di tutto lo Zibaldone) non è consueta, non c’è frase principale e frasi subordinate ordinate in schema rigido; dove sta il succo del discorso? nella principale o nella subordinata? Le frasi sono grappoli, appesi a tralci vigorosi, ricche di chicchi succosi di idee. Manzoni ha certezze, è apodittico, è credente, Leopardi è filosofo, ha dubbi, anzi ha certezze opposte a quelle correnti. Non crede. Pensa cose impensate e impensabili fino a che lui non le mise sulla carta, pensandole e ripensandole mentre scriveva. La prosa è errante come il pastore nel deserto. Il flusso delle parole è il flusso del pensiero, delle invenzioni ideali sulla natura, la vita, la noia, la luna, ec. (…ec., appunto come spesso usa l’autore dello Zibaldone, perché il pensiero corre oltre le parole già scritte).

Leopardi è come un pittore astratto, Manzoni un paesaggista realista, uno che mette in chiaro sia lo sfondo che i fatti che si svolgono in primo piano. Manzoni usa la prospettiva classica, Leopardi ne fa a meno, a che gli servirebbe questa illusione ottica? La Verità, come la prospettiva pittorica, è un’illusione, anzi peggio, perché conoscere il vero significa rinunciare alle illusioni e andare dritti verso l’infelicità. Giacomo Leopardi scrivendo ci toglie il terreno da sotto i piedi. Lo sa che le parole ingannano. Si prenda un pezzo da Il dialogo della Moda e della Morte e si comprenderà il senso di questo:

Moda. Io sono la Moda, tua sorella.

Morte. Mia sorella?

Moda. Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità?

Morte. Che m’ho a ricordare io che sono nemica capitale della memoria.

Moda. Ma io me ne ricordo bene; e so che l’una e l’altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu vadi a questo effetto per una strada e io per un’altra.

Per inciso, Giacomo Leopardi usa soavemente “vadi”, come il geniale duo Fantozzi-Filini. Vi pare poco al cospetto del Manzoni?

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