Leopardi, il fanciullo celeste dai vaghi confini

Non è mai troppo difficile immaginare un poeta col naso rivolto all’insù, intento a guardare il cielo notturno nella speranza di trovare ciò che si può chiamare conforto o semplice ispirazione. Ed è ancora meno complicato pensare a un Leopardi che guarda ogni notte, magari con un telescopio e col padre Monaldo al fianco, gli astri tutti, dalle comete alle stelle erranti alle stelle fisse. Effettivamente doveva essere così: la poetica della vaghezza, dell’indefinito e dell’infinito, che si sviluppa in Giacomo Leopardi nella prima giovinezza, appare sempre legata a una certa visione di paesaggio, di limite e non-limite fra il cielo e la terra, fra l’uomo e il mondo: certamente suggerita da alcuni eventi, essa non può e non deve essere inscritta solamente entro un rapporto di causa-effetto.L’anima costantemente errante di Leopardi si scontra in modo apparente con la stanzialità, se così si può dire, della sua figura in senso fisico: se escludiamo i viaggi, peraltro assai deludenti, a Roma e Firenze, rimangono solo due città negli occhi del recanatese, ossia il «natio borgo selvaggio» e Napoli. L’educazione ricevuta dal poeta si distanzia infatti notevolmente dai grandi intellettuali del XVIII e XIX secolo, in quanto Leopardi pare crearsi un proprio grand tour personale attraverso i sentieri delle righe d’inchiostro nella biblioteca paterna: non il corpo ma la sua mente si agita di continuo, in un movimento incessante che si dirige ora verso le case cittadine, ora lungo il versante del monte Tabor, ora verso l’orizzonte terrestre, ora verso l’Orsa maggiore e le stelle più luminose. Non è dunque necessario al vero poeta, pare egli dirci, il compimento di innumerevoli e fantastici viaggi o la vista di luoghi tradizionalmente deputati alla formazione culturale: è la sua natura pellegrina che si manifesta compiutamente, se presente, senza alcun bisogno di ordinarie velleità intellettuali. Non esiste difatti alcun poeta coevo che abbia la medesima anima di homo viator: non c’è Byron, Shelley, Stendhal o Goethe che manifesti la stupenda sensibilità verso la dimensione dello spazio. Solo in Leopardi non v’è differenza alcuna fra un notturno di Omero e ciò che si erge maestosamente sulla sua testa ogni notte; e due sono gli ingredienti necessari e sufficienti al poeta: gli occhi e i classici.

In tal senso il giovane poeta può ben dirsi “antico nell’animo”: oltre a quelli fisici, vengono a cadere anche i confini disciplinari, rientrando tutti nelle ampie braccia del vago. Egli ha in mente ciò che per gli antichi erano i grandi poemi classici, vale a dire la poesia come atlante di tutte le conoscenze umane apprese fino a quel momento. Così accade che la letteratura si mescoli all’antropologia, che le scienze si uniscano alla storia e la musica si sposi appassionatamente con la geografia. Ne consegue che Leopardi si presenta non solo come una personalità geniale e multidisciplinare ma soprattutto come un’anima duttile, flessibile, capace di comprende che l’esistente è frutto di un nucleo originario e che niente è distante dall’altro: tutto ciò che esiste fa parte di un disegno straordinariamente ampio per cui ogni metodo che l’uomo possiede per leggerlo in parte deve essere utilizzato.

Eppure è vero che quando si tratta di Leopardi ci si dimentica troppo spesso del suo essere fortemente “enciclopedico”, non solo per la vasta quantità di nozioni apprese e portate sin nella tomba ma anche per la capacità che il poeta sempre presenta di provare interesse per attività umane che paiono distanti solo a un occhio superficiale. Se consideriamo questo aspetto, non ci si può certo stupire che Leopardi si affezioni già giovanissimo – a sei anni – alla scienza, primo gradino nella scala della comprensione della natura. Contrario all’astrologia, all’ignoranza e al bigottismo provinciale e ignorante, Leopardi fa professione di fede nella scienza che più di tutte è poesia dell’universo, l’astronomia. «La più sublime, la più nobile tra le Fisiche scienze» – così lui dice, quasi con affetto – è l’inizio e la fine dello scibile umano, uno strumento deputato per rendere sempre più labile il confine che separa l’uomo dal cielo; se la geografia terrestre è necessaria per comprendere dove si poggiano i piedi, se l’antropologia è utile alla scoperta delle tradizioni e della storia dei pensieri umani, se la chimica è il linguaggio muto di tutte le cose, l’astronomia è la poesia che si manifesta fisicamente, la disciplina per cui «l’uomo s’innalza al di sopra di essa come al di sopra di se medesimo».

Il giovane Leopardi, che durante gli anni giovanili dello «studio matto e disperatissimo» impara da autodidatta il greco, poi l’ebraico, traduce i classici e viene a conoscenza della musica, non pone alcuna distanza fra Omero e Newton, fra Tasso e Galileo: la sua Storia della astronomia non è lontana dall’essere un compendio, un’antologia di testi di classici: pur sempre di classici si parla, ma di quelli del cielo. E il quindicenne recanatese, imbevuto di cultura illuminista e allergico alle credenze popolari, reputa sinceramente le scienze, e dunque la conoscenza vera e tangibile della natura, necessarie allo sviluppo umano. Lo spazio, nell’accezione più ampia del termine, è il libro dello scienziato, mentre la pagina è il laboratorio del poeta; la poesia diventa scienza verificabile, la scienza diventa poesia dell’animo. Non esiste una distanza di verità e di attendibilità fra le due discipline, e Leopardi lo sa bene: si scrive con l’astrolabio o con la penna e il poeta non vede, fra tali strumenti, alcuna differenza.

Sara Ronzoni

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