La Zattera della Medusa

Se volete vedere la vasta e terribile potenza del mare, andate al Louvre e sostate davanti al gigantesco dipinto di Gericault, La Zattera della Medusa. Sopraffatti dall’intensità e dal dolore emanati da quest’opera, avrete ben chiaro che il mare non è solo quello tranquillo che lambisce le spiagge che avete scelto per le vacanze estive, ma è anche quella terrifica enorme massa d’acqua governata da venti e maree, che da secoli cerchiamo di dominare, e che ha chiesto un ininterrotto tributo di vite, come un grande Moloch che ci affascina e ci distrugge.

Mai come in questi anni ce ne saremmo dovuti rendere conto: quante zattere e barconi carichi di dolenti essere umani hanno solcato il Mediterraneo, fuggendo da povertà, umiliazioni, guerre e soprusi, affidandosi alle onde e sperando in un futuro meno sofferente e ingrato! Molte, moltissime volte si sono dovuti arrendere alla potenza del mare e alla sua forza insensata. Quanto dolore fra i flutti, e quanti dormono per sempre nelle sue profonde vastità!

Anche questo dipinto racconta la storia terribile di un naufragio, quello della fregata francese Meduse, che nel 1816 andava a portare un nuovo governatore in Senegal. In anni in cui tutta l’Africa era considerata terra di conquista, dopo anni di protettorato inglese il Senegal tornava alla Francia a seguito dei Trattati di Parigi del 1814 e del 1815.

La tragedia scosse profondamente l’opinione pubblica francese, perché il terribile destino dei naufraghi fu causato dall’imperizia del comandante, e poi determinato dalla decisione assassina di lasciare la zattera al suo destino.

Un convoglio di quattro navi era partito il 17 giugno 1816 dalla rada dell’Isola di Aix, per portare in Senegal autorità, militari, professionisti e operai. Il capitano della fregata Meduse, Hugues Duroy de Chaumareys, non navigava più da decenni e non conosceva bene le insidie della rotta, e finì per staccarsi dalle altre navi del convoglio. Così, nel primo pomeriggio del 2 luglio si arenò contro un banco di sabbia (il cosiddetto banco di Arguin) a circa 86 miglia marine dalla costa della Mauritania. Nonostante tutti i tentativi, non si riuscì in alcun modo a disincagliare la nave, e si decise a quel punto di trasbordare sulle scialuppe. Queste però non bastavano per tutti, e con il legnane tolto dalla nave si costruì una grande zattera, che fu poi legata con una fune alle scialuppe. Tra mille traversie, drammi e pianti iniziò l’abbandono della nave, le scialuppe avanti e per ultima, trainata faticosamente, la zattera. Ben presto però le scialuppe trovarono troppo difficoltoso rimorchiarla, e con tragica decisione tagliarono la fune: centocinquanta uomini, una donna e il giovanissimo mozzo si trovarono così in balia del mare, senza strumenti di navigazione né riparo, senz’acqua, con solo poche gallette e un po’ di vino. Per tredici lunghissimi giorni i naufraghi furono in balia delle onde, fu smarrito ogni senso di umanità e la brutalità ebbe il sopravvento: niente più contava e la civiltà scomparve anch’essa tra i flutti.

Nel 1817 due dei sopravvissuti, l’ingegnere Alexandre Corréard e l’allievo medico Jean-Baptiste Henry Savigny, raccontarono in un libro le incredibili sofferenze che avevano dovuto sopportare i naufraghi, la fame e la sete, l’abbandono totale della dignità umana, gli episodi strazianti di pazzia e cannibalismo, i soprusi sui più deboli, alcuni dei quali si suicidarono semplicemente abbandonandosi alle onde senza opporre alcuna resistenza.

Alla fine del libro scrissero: «Lettori! Vi supplichiamo, non fate ricadere su uomini già troppo oppressi da tanti orrori, il sentimento di indignazione che sta per insorgere in voi. Compiangeteli, invece, e versate qualche lacrima di compassione sulla loro sventura».

Théodore Gericault fu profondamente colpito dalla lettura del libro e dalla vicenda, che decise di rappresentare in un dipinto gigantesco, di circa cinque metri per sette, nel  momento in cui i pochi superstiti, solo quindici, intravedono l’Argus, la nave che li avrebbe tratti in salvo.

Diversamente da quel che accadeva all’epoca, Gericault dipinse senza che alcuno gli avesse commissionato l’opera, spinto solo dalla forza dell’emozione. Paradigma perfetto dell’artista romantico, dipinse gli stati d’animo, i sentimenti, la forza della natura e degli elementi, realizzando l’opera che sarebbe stata considerata il suo capolavoro e lo avrebbe consegnato fra i grandi dell’arte.

Gericault si mise in contatto con i superstiti, iniziò a studiare i morenti in ospedale e i cadaveri alla Morgue, e trascorse diverso tempo a Le Havre per prendere appunti sulle navi, sulle vele e sul mare in tempesta. Si racconta che nel suo studio si trovassero mani e arti smembrati, che studiava per rendere con la maggiore verità possibile i vari stadi della fine di un corpo umano. Studiò i corpi del Diluvio Universale di Michelangelo e le luci tenebrose di Caravaggio, distaccandosi completamente dal Neoclassicismo allora imperante in Francia per creare l’incredibile tensione emotiva che emana da questa tela.

Lo sguardo dell’osservatore coincide quasi con quello dei naufraghi: quasi tutti i superstiti sono di spalle e guardano verso un punto lontano, verso la piccolissima sagoma di una nave all’orizzonte. La rappresentazione ha una struttura piramidale che culmina nello straccio bianco e rosso sventolato dall’uomo di colore raffigurato di spalle, un piede sulla botte, sorretto da un altro disperato in una sorta di abbraccio. La misera vela di gonfia di vento e l’albero maestro inclinato creano un’altra piramide, mentre il mare cupo e verdastro minaccia le povere tavole della zattera e lambisce i corpi dei morti che stanno per essere portati via dalla corrente. Un uomo maturo tiene il corpo di un  giovane fra le braccia, è l’unico che non guarda verso la nave che potrebbe salvarli: per lui la vita è finita con quella del giovane, il cui pallido corpo nudo conserva arrotolate alle caviglie delle calze bianche, ultimo straziante segno della sua esistenza terrena.

Per realizzare il suo capolavoro Gericault si rasò i capelli e si chiuse otto mesi nel suo studio, facendosi portare i pasti da fuori e costringendo modelli e aiutante al più assoluto silenzio, in una sorta di clausura folle, totalmente preso dalla sua creazione.

Il dipinto fu presentato al Salon di Parigi del 1819 con il titolo Scena da un naufragio, e scatenò pareri contrastanti: alcuni vi videro un’allegoria della situazione politica della Francia, altri lo ammirarono, pur turbati dalla veridicità della rappresentazione e dal colore dei corpi. Il dipinto fu premiato con la medaglia d’oro, e dopo la precoce morte di Gericault, spentosi a soli trentatre anni il 26 gennaio 1824 per i postumi di una caduta da cavallo, fu acquistato dallo stato francese ed esposto al Louvre.

Claudia Menichini
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