La Nascita del Libro

La nascita del libro

 

Amanuense

Monaco Amanuense

Possiamo considerare il libro come lo conosciamo oggi un regalo del Medioevo. Per tutto il periodo classico, infatti, la scrittura avveniva su una pluralità di supporti, tra cui il papiro, arrotolato (volto) alle estremità proprio come siamo abituati ad immaginarlo. E’ da questo modo di lettura, per cui una colonna veniva richiamata e l’altra invece distesa, che abbiamo ricavano il termine volume!

Tuttavia, per scritture come leggi o resoconti serviva uno strumento più versatile, uno che fosse riutilizzabile: si tratta dell’altrettanto celebre tavoletta cerata. Certo, gli spazi da lei offerti erano limitati.

Per questo, se necessario, si legavano assieme più tavolette, ed una finiva per diventare la coda dell’altra: caudes, e da lì il termine codex, lo stesso che sarebbe andato ad indicare, a partire dall’Alto Medioevo, un insieme di fogli pergamenacei contenenti del testo ed uniti tra loro.

Il codice venne acquistando in questo periodo maggiore importanza rispetto al volumen per ragioni religiose: la diffusione dei Vangeli richiedeva infatti letture molto lunghe, e magari un confronto tra diverse parti del testo.La legatura, a questo punto, era pressoché indispensabile.

Vellum

Vellum

Ma come si faceva un codex? Innanzitutto bisognava procurarsi il materiale per le pagine. Come abbiamo già detto, si trattava di pergamena: per la carta bisognerà attendere, almeno in Europa, fino al dodicesimo secolo. Serviva dunque della pelle ovina o bovina, che veniva raschiata, posta in trazione e fatta essiccare. Veniva poi ammorbidita attraverso l’immersione in calce viva ed altre sostanze specifiche, per poi levigarla con pietra pomice. Non è esattamente come andare in cancelleria a comprare un blocco di A4, eh?

Ma la vera preparazione del foglio iniziava adesso. Esso veniva inchiodato ad una tavoletta di legno che i nostri cari monaci poggiavano sulle gambe, proprio come un quadernino.

La pagina veniva dunque rigata con un pettine, ovvero un righello con denti equidistanti con cui si tracciavano le righe che avrebbero garantito il non salire o scendere della scrittura (come è ovvio che succeda su un foglio completamente bianco!); inoltre bisognava prendere un modello e stabilire le dimensioni ed il carattere della copia.

Solo adesso cominciava la vera e propria operazione di scrittura, a cui si dedicavano numerosi copisti, ai quali venivano consegnati singoli fogli da rimettere assieme successivamente: questi individui però scrivevano utilizzando dei caratteri fortemente standardizzati, per cui ad una lettura superficiale il nostro codex avrebbe potuto apparire come se fosse stato scritto da una sola persona.

E’ da questa idea di una scrittura universalmente riconosciuta che verrà poi quella dei caratteri mobili, e potete ringraziare chi per primo la ha avuta se non dovete leggere questo articolo nella mia imbarazzante grafia!

I fogli venivano infine rubricati, cioè venivano tracciate su di essi delle iniziali in rosso e in blu alternati che dovevano marcare i paragrafi così che il lettore non si perdesse tra le pagine. Queste iniziali colorate, insomma, erano i nonni delle nostre pagine numerate. A svolgere una funzione simile concorrevano anche le miniature, oltre ovviamente ad impreziosire significativamente i testi.

I codici, però, erano una proprietà esclusiva dei monaci che li producevano.

E ci mancherebbe pure, con quel che ci voleva a farli! Io non presto volentieri i miei libri nemmeno in edizione economica…

Per una più larga diffusione dell’oggetto-libro, anche se decisamente minore ma grossomodo simile a quella di cui anche noi abbiamo esperienza, bisogna attendere in Italia il periodo Comunale. Detto brevemente, il maggiore fermento politico accrebbe la necessità pratica della parola scritta, e questa necessità a sua volta generò quella di una migliore formazione dei cives (cittadini) all’interno delle università che stavano comparendo in tutta l’Europa.

Inizialmente l’insegnamento era esclusivamente orale, ma con l’aumento del numero di studenti iniziarono a spuntare quelle che oggi chiameremmo dispense: crescendo la domanda, si erano fatti necessari nuovi strumenti per accontentare tutti.

Non diversamente da oggi, il professore (più propriamente, il magister) le lasciava in “copisteria”, dove un professionista (detto cartolaius, spesso un notaio con necessità di arrotondare) le riproduceva più volte così da poterle rivendere agli studenti. Ovviamente la funzione meramente pratica di questi prodotti gli scrollava di dosso tutti i meticolosi procedimenti e le finezze di realizzazione proprie dei codici, ma anche una parte più che decisa del loro costo.

Le conseguenze di questa pratica sono molto significative, e portano il germe della concezione di fruizione del libro che teniamo ancora oggi.

La copiatura non era infatti più ad uso interno di un dato monastero, ma serviva a commercializzare testi che, per la minore raffinatezza, erano alla portata di molte più persone, le quali potevano acquistare a prezzi ragionevoli fascicoli con parti di testo (da prendere tutto intero o solo in parti selezionate, come si fa oggi con le fotocopie).

Pecia

Pecia

Al grande codex riservato all’ambito ecclesiastico e dai lunghi tempi di realizzazione, finemente decorato e tanto prezioso da essere un dono degno di un Re, si accostarono questi fascicoli, detti pecia, malloppi a portata di tasca e finalizzati unicamente alla trasmissione del sapere.

E’ la nascita del libro.

Luca Angeli

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