La Forma dell’acqua di Guillermo del Toro, una fiaba magica al tempo della Guerra fredda

Il film la Forma dell’acqua di Guillermo del Toro ci fa ricordare che il cinema è magia. Non interessa il realismo per comprendere la realtà: occorre l’emozione del cinema, del racconto che si svolge nel buio della sala. Del Toro ha sempre fatto film che funzionano su livelli molteplici e il suo ultimo, che ha vinto 4 Oscar, non smentisce la cifra stilistica e, anzi, raggiunge un livello di raffinatezza estrema. I piani del racconto sono molti e si intessono in un’atmosfera di fiaba romantica, di sesso, violenza, paura del diverso e minaccia sconosciuta. Ma non semplicisticamente.

Il film inizia sott’acqua, nel cui volume verde e azzurro flottano fotografie, mobili, oggetti che sono l’arredo sentimentale e materiale dell’appartamento di Elisa Esposito (Sally Hawkins); capisci subito, appena Elisa si sveglia sul suo divano asciutto, che stai entrando in una fiaba. Non ti aspetti più niente di realistico, ma vai incontro al vero, per quanto duro e complesso sia.

È il 1962 e siamo in America. Elisa ha un cortese vicino, l’anziano Giles (Richard Jenkins), insieme al quale passa il giorno a guardare vecchi film classici in televisione. Il cinema entra nel film come nostalgia, la nostra e quella di Guillermo del Toro per l’arte smagliante dei tempi d’oro di Hollywood. L’appartamento di Elisa e lo studio di Giles sono posti sopra una vecchia sala cinematografica, che proietta ininterrottamente, da anni, sempre lo stesso film biblico per un pugno di spettatori mezzi addormentati. Di notte Elisa lavora in un centro segreto di ricerche militari, dove insieme a Zelda (Octavia Spencer), un’amica di colore, pulisce i cessi, che gli agenti maschi sporcano facendola apposta di fuori.

I militari del centro di ricerche segrete hanno catturato in Amazzonia una creatura marina, dotata di capacità anfibie, che respira in acqua e nell’aria. L’hanno strappato alle venerazione degli indigeni che lo onoravano come un dio. La “cosa” è recitata dall’attore Doug Jones, ma appare come un artefatto costruito apposta per il cinema. La creatura è capace percepire e comunicare sentimenti, ma non parla, emette suoni indistinti (con la voce dello stesso Guillermo del Toro),  deve stare in acqua, ha le squame e mani e piedi palmati, necessità di proteine grezze e di un certo grado di salinità per alimentarsi.

Come in altri film il regista messicano parla di mostri e di esclusi; Elisa è muta, non parla per un trauma infantile, anche se ci sente benissimo; il suo vecchio amico è solo ed è gay, un bravo illustratore di cartelli pubblicitari che ha perso il lavoro; la creatura è una specie di mostro, mezzo pesce e mezzo uomo. Chi lo tiene prigioniero ha in mente qualche cosa per lui.

Anche Elisa ha in mente qualcosa per lui, ma qualcosa di tenero, che inizia con l’offerta di uova dal bordo della piscina, dove la creatura nuota incatenato. Il mostro impare la lingua dei segni per comunicare con Elisa; sboccerà l’amore.

Nel centro di ricerche segrete l’agente Strickland (Michel Shannon) è cattivo con la creatura come con chiunque altro, a partire dalle due addette ai gabinetti. Tortura e tiene a bada il mostro per conto di agenti segreti ancora più cattivi di lui.

La vicenda romantica si svolge in contrasto con uno sfondo intrigante, sorprendente, narrato con un registro molto profondo da Guillermo del Toro che immerge la storia nell’anno 1962. L’atmosfera è quella della Guerra Fredda e dell’America del Sogno. Gli Americani temono i Russi, guidano automobili lunghissime, hanno frigoriferi giganteschi, mogliettine cotonate che aspettano il bravo marito nella casetta linda; disprezzano i deboli, i neri, i disabili, gli omosessuali. Gli americani intendono usare senza scrupoli il mostro per mandarlo in orbita nello spazio, superando i russi che hanno fatto i primi progressi spaziali, mandando in orbita una cagnetta. I Russi odiano gli Americani, sono infiltrati come spie nei centri di ricerca segreta, si ammazzano tra di loro appena sospettano il minimo tradimento dei compagni. Però, insieme, Russi e Americani sono i normali e condizionano la vita degli onesti.

Ma i sognatori, gli artisti, e le addette ai cessi saranno i rivoluzionari, le persone più adatte a fare la cosa giusta. L’amore dei diversi è più forte della cattiveria dei normali. Il terzetto di perdenti fa evadere la creatura, portandolo fuori nel furgone della lavanderia, come nei migliori film di fuga dal carcere.

Il mostro è dotato di poteri taumaturgici, la sua mano viscida e pinnata guarisce le ferite di Elisa e Giles, al quale ricrescono perfino i capelli sulla pelata. Il mostro è in grado anche di amare Elisa e di avere con lei rapporti sessuali.

Il cattivo agente Strickland insegue e uccide il mostro nella disperata speranza di non essere sbattuto fuori dal servizio per essersi fatto scappare il prigioniero per mano di due donne di servizio, una muta e una nera.  Ma il mostro è veramente un dio e resuscita, si cura le ferite dei colpi di pistola. Si tuffa in mare con in braccio l’amata, morta anche lei per i colpi sparati dal cattivo. La stringe al petto, la bacia e la resuscita, per vivere insieme nell’acqua dell’infinito mare. Lei ha perso una fiammante scarpetta rossa, che flotta nell’acqua.

La voce narrante di Giles chiude il film recitando una poesia:

Incapace di percepire la tua forma

Ti trovo tutt’intorno a me.

La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore,

Rende umile il mio cuore,

Perché tu sei sei ovunque.

L’autore dei versi è forse lo stesso Del Toro, ispirato dal poeta persiano del XIII secolo Rumi, che ha diretto un film bellissimo, affascinante, curato nell’aspetto e nella forma della narrazione. Non c’è da sorprendersi che abbia vinto i premi Oscar per la regia, il film, la musica e la produzione.

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