Kubla Kahn: memoria e sogno in Coleridge

Kubla Kahn: or A Vision in a Dream

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In Xanadu si fece costruire
Kubla Khan un duomo di delizie:
Dove Alfeo, sacro fiume, verso un mare
Senza sole giù correva
Per caverne che l’uomo non può misurare.
Per cinque e cinque miglia di fertile suono
Lo circondò con torri e mura;
C’erano bei giardini, ruscelli sinuosi,
Alberi da incenso in fioritura;
C’erano boschi antichi come le colline
E assolate macchie di verzura.

Fu George Gordon Byron in prima persona, uno dei suoi successori nella grandiosa stagione romantica inglese a spingere nel 1816 Samuel Taylor Coleridge alla pubblicazione di Kubla Kahn: or A Vision in a Dream: A Fragment, poemetto considerato oggi tra le migliori opere del poeta originario di Devon. Coleridge riportò alla luce una composizione risalente con tutta probabilitá al maggio del 1798, che non soltanto i critici contemporanei ma l’autore stesso considerarono una sorta di glossa in clausola alla raccolta in cui campeggiava il più apprezzato Christabel. Il travagliato percorso che accompagnò l’uscita della versione definitiva del testo fu particolarmente lungo, dal momento che dal 1816 al 1834 vi furono ben quattro versioni differenti che soltanto in quella conclusiva portarono al titolo completo.

220px-Coleridge2Il termine chiave da cui vale la pena partire per indagare a ritroso l’inconsueta creazione del poema viene rappresentato da Fragment, didascalia che Coleridge appose in ultima analisi per mettere in rilievo l’incompiutezza del suo lavoro strutturato in “soli” 54 versi divisi in due stanze dal contenuto visionario variegato tra l’universalità e l’introspezione. Diciamo “soli” 54 versi perché in maniera evidente la lirica e’ incompleta, troncata sul più bello dall’autore che per primo avvalora questa impressione riportando in una Preface un resoconto preciso delle circostanze relative alla genesi di Kubla Kahn. La sua versione “ufficiale” (e dopo spiegheremo il perché di tale precisazione) consegna l’immagine di un Coleridge parecchio giù di tono, egli afferma addirittura in ill health, molto ammalato, e per questo motivo forzato a trascorrere un periodo di ritiro presso la casa in campagna tra Porlock e Linton, al confine tra le contea natale del Devon e del Somerset. A causa di una slight indisposition (leggera indisposizione di stomaco) racconta di essere stato costretto ad assumere un analgesico il cui effetto subitaneo lo aveva fatto calare in un sonno profondo mentre si trovava immerso nella lettura dei Pilgrimages del Purchas, raccolta di memorie dei viaggi spirituali compiuti dal religioso Samuel Purchas all’inizio del 1600. Nello specifico Coleridge cita il seguente passo:

“Here the Khan Kubla commanded a palace to be built, and a stately garden thereunto: and thus ten miles of fertile ground were inclosed with a wall.'” (“Qui il Kublai Khan ordino’ che fosse eretto un palazzo, e un imponente giardino tutt’intorno: e così dieci miglia di fertile terreno vennero recintato tramite delle mura”).

che descrive la costruzione dello sfarzoso palazzo eretto nella cittá mongola di Xanadu dall’imperatore Kublai della grande dinastia dei Khan alla sua elezione al potere nel 1271. Con il tono di vivida creatività che contraddistingueva abitualmente il suo modus operandi, il poeta sosteneva di aver vissuto nelle tre ore successive uno stato di trance esclusivo durante il quale non avrebbe potuto senza alcuno sforzo comporre meno di due o trecento versi in virtù dell’incredibile dose di immagini, sensi e oggetti pressoché reali presentatisi dinanzi agli occhi. Ma non era finita lì. Al suo risveglio non soltanto non aveva rimosso il sogno, anzi al contrario la visione di cui era stato diretto protagonista albergava adesso completamente intatta nella sua memoria, al punto che imbracciata una penna all’istante egli non aveva perso un attimo a sciorinare su carta i versi eagerly, vale a dire in preda simultanea all’entusiasmo quanto all’ansia. Ma ad un certo momento, che corrisponderebbe al cinquaquattresimo verso finale del poema, la visita di affari improvvisa da parte di un tale di Porlock aveva interrotto la trascrizione per circa un’ora, e con non poca sorpresa e mortificazione provocato la scomparsa altrettanto repentina del ricordo del sogno magnifico.

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A dire il vero occorre registrare la scoperta nel 1934 di  una testimonianza si potrebbe dire “non ufficiale” contenuta nel cosiddetto Crewe Manuscript, manoscritto privato inviato da Coleridge alla nobildonna Mrs Soulthey, al’interno della quale Coleridge rivelava di aver ricavato l’ispirazione del poema da una serata a base di oppio trascorsa nella taverna londinese di Ash Farm. Tale ipotesi molto verosimilmente si avvicina alla realtà dei fatti in virtù della nota dipendenza dell’autore per tutta la sua esistenza, ma allo stesso tempo consente di apprezzare in misura maggiore l’escamotage della Preface da lui orchestrato nell’intento di compiere un’innovativa analisi delle trame strette esistenti tra sogno, immaginazione e memoria. Difatti Coleridge furbescamente dipinge in apertura alla poesia un affascinante antefatto che riesce ad elevare ad alti livelli la sua maestria nel trasmettere al comune lettore la potenza senza freni di cui l’immaginazione e l’arte umana siano capaci. La fancy ossia l’arte del fantasticare, la discesa in dimensioni estreme ed ultraterrene espresse nel loro culmine ne La Ballata del Vecchio Marinaio costituivano il tratto caratterizzante del suo comporre, che all’interno delle Lyrical Ballads si fondeva in simbiosi con l’intento di cogliere invece le componenti della realtà nelle sue valenze piú dettagliate e emozionanti. Dal punto di vista stilistico l’elemento di maggior importanza consisteva invece nella dichiarata volontà di proporre un linguaggio asciutto e netto, comprensibile a tutti, in particolare alle classi inferiori.

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E il Kubla Kahn segue in pieno i suddetti dettami stlistici e narrativi mettendo in scena lungo i 54 pentametri giambici che lo compongono lo spettacolo magnifico della reggia tirata su senza precedenti per volontà del Gran Khan incontrato anche da Marco Polo nel Milione. Toni epici e sensazionalistici si elevano sin dal primo verso che sembra più un’invocazione alla mitica capitale di Xanadu. L’imponente duomo di delizia (stately pleasure-dome) come viene chiamato il palazzo regale diventa ben presto in realtà il pretesto, il gioiello solido intorno a cui si sviluppa attraverso la musicalità delle rime anche interne e delle allitterazioni una raffigurazione densa di iperboli dei giardini di cedri (cedarn cover) delle caverne chilometriche (caverns measureless to men) avvolte dal fluire tumultuoso dell’antico fiume Alfeo. Con la libertá che gli consente la finzione poetica, Coleridge trasporta il fiume del Peloponneso all’interno di un concerto progressivamente imbevuto di suoni e colori (“and ’mid these dancing rocks at once and ever,

it flung up momently the sacred river”, “E in questa danza di pietre-cristalli
Il fiume sacro nasceva improvviso”)
, sinestesie che si sovrappongono a perdifiato l’un l’altra sino a toccare l’apice, il climax dei due versi: “And ’mid this tumult Kublai heard from afar
ancestral voices prophesying war” (“E nel tumulto Kubla udì le voci remote degli antenati che predicavano guerra”
).

Solamente qui compare il nome dell’imperatore, e il vortice impazzito delle acque riflesse nelle mura di cristallo del dome si trasforma nel contraltare umano della guerra e sete di conquista infinita. É un semplice accenno, perché sin dal verso successivo riparte la decantazione delle bellezze del palazzo, del suo miracle che nella rinnovata atmosfera distesa conduce alla seconda parte della narrazione in cui campeggia la figura accecante della Abyssinian maid. Identificata dal critico Harol Bloom nelle vesti di Mnemosyne, la madre delle Muse e personificazione della memoria, presentata sotto le fattezze di una giovane misteriosa che attraverso il semplice accompagnamento musicale dato dalle corde di un saltery (salterio) cattura l’attenzione completa del poeta distraendolo da qualsiasi altra cosa presente nei paraggi.

Mnemosine, Dante Gabriel Rossetti

Mnemosine, Dante Gabriel Rossetti

“Could I revive within me her symphony and song” e’ il verso cruciale dell’intera strofa, perché’ racchiude in se’ la speranza da parte di Coleridge di poter riconquistare, riportare per l’appunto alla memoria gli spunti unici derivanti dalla sua visione, il canto nella fattispecie dell’ispirazione. Come Kublai ha ricevuto in virtu’ della sua derivazione divina il dono di poter realizzare il suo straordinario tempio, cosi’ il poeta esalta la deep delight, la condizione suprema di estasi donatagli in forma esclusiva nel corso dei suoi sogni profetici al fine di condividerla con gli altri uomini, ai quali basterebbe infine dare ascolto alla propria immaginazione.

“and all who heard should see them there! […]
his flashing eyes! his floating hair”! (“E ognuno che li ascoltasse li vedrebbe, […] i suoi occhi di lampo, le sue chiome fluenti”!)


Enrico Esposito

 

 

 

 

 

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