Un’isola di plastica in mezzo al Pacifico

Nel 1992 una nave portacontainer partita da Hong Kong e diretta nel porto di Tacoma, vicino alla più famosa città di Seattle, nello stato di Washington, incontrò una terribile tempesta mentre si trovava nell’Oceano Pacifico settentrionale. La Ever Laurel il 10 gennaio fece cadere dodici container, uno dei quali conteneva 29 mila giocattoli da bagno per bambini: castori rossi, rane verdi, tartarughe azzurre e paperelle gialle. I giocattoli erano confezionati dentro scatole di cartone che però si sciolsero presto nell’acqua, affidandoli alla deriva del mare. Non andarono a fondo, perché i giochi di plastica prodotti dalla cinese First Year Inc. non avevano buchi e non si riempirono d’acqua.

L’oceanografo Curtis Ebbesmeyer

Due oceanografi di Seattle, Curtis Ebbesmeyer e James Ingraham, studiosi di modelli delle correnti marine, iniziarono a seguire gli spostamenti dei giocattoli galleggianti. I due ricercatori stavano seguendo anche altri oggetti fuoriusciti da navi, tra cui più di sessantamila scarpe della Nike perse in mare nel 1990. Loro stessi eseguivano esperimenti, mettendo in acqua bottiglie tappate e seguirne gli spostamenti in mare. Seguire le paperelle era una buona opportunità di ricerca, anche se perdere plastica in mare è terribile; l’incidente fu un fatto importante per le ricerche dei due scienziati oceanografi, perché forniva una quantità enorme di materiale alla deriva. Nei loro calcoli, contavano di raccogliere almeno 500 giocattoli spiaggiati che li aiutassero a definire le correnti oceaniche.

Dieci mesi dopo l’incidente, le prime paperelle raggiunsero la costa dell’Alaska. Le prime dieci furono trovate su una spiaggia vicino a Sitka, in Alaska, il 16 novembre 1992. Le papere di plastica avevano percorso circa 3 mila chilometri. Ebbesmeyer e Ingraham ebbero l’idea di contattare bagnanti, lavoratori delle zone costiere, residenti di località marine per localizzare centinaia di giocattoli spiaggiati lungo una costa di quasi duemila chilometri. Un bagnino scoprì una ventina di giocattoli il 28 novembre 1992; fino all’agosto del 1993, lungo la costa orientale del Golfo dell’Alaska, furono trovati 400 pezzi. Utilizzando i modelli che avevano sviluppato, gli oceanografi predissero correttamente ulteriori arrivi dei giocattoli nello stato di Washington nel 1996 e teorizzarono che molti avrebbero viaggiato in Alaska, prima verso ovest, per spostarsi verso nord attraverso lo stretto di Bering, intrappolati nel ghiaccio. Pensavano che ci sarebbero voluti cinque o sei anni prima che i giocattoli raggiungessero il Nord Atlantico dove il ghiaccio si sarebbe sciolto.

Senza parole…

Questo non è successo, ma la consapevolezza del pericolo di rilasciare in mare plastica ha messo in luce una minaccia molto più temibile. Negli oceani le correnti circolano formando dei vortici, intorno a zone di mare aperto, all’interno delle quali i venti sono molto calmi. Il vortice correntizio ha così la capacità di concentrare al suo centro tutti i detriti galleggianti, tanto che nel mezzo del Pacifico settentrionale si è formata un’isola di detriti grande come la Francia.

Non è facile da vedersi da una barca, ed è pericoloso avvicinarla, perché la navigazione a vela è impedita dall’assenza di venti e le barche a motore possono inceppare le eliche nella plastica. Ma il pericolo maggiore è invisibile, come invisibili sono le microparticelle di plastica che derivano dalla degradazione dei rifiuti più grandi e che vagano nella massa oceanica.

La nuova isola di plastica si trova nell’area del Pacifico che sta tra le isole Hawaii e la California e si deve all’azione del grande vortice del Pacifico. Siccome i vortici oceanici sono presenti in altre parti del mondo gli scienziati temono che i fenomeni delle isole di plastica siano diffusi ovunque.

Un minaccia ancora maggiore è dovuta alla parte di detriti che, invece di galleggiare in superficie, affonda il fondo del mare rendendolo una enorme discarica di plastica e altri oggetti di ogni tipo, dai copertoni di auto ai frigoriferi.

Gli scienziati del National Geographic stimano che circa 80% dei detriti abbia origine da attività localizzate sulla terra ferma, in Nord America e in Asia. Se provengono dall’America i rifiuti impiegano sei anni a raggiungere la grande isola di plastica del Pacifico, solo uno se provengono dall’Asia. Il resto, come le paperelle gialle, provengono da carichi dispersi in mare dalle navi, dai pescherecci, dalle reti, dalle vele abbandonate o disperse.

La plastica è oggi una minaccia per uomini, pesci, tartarughe, mammiferi del mare; sarebbe ora di comprendere bene la questione. E non indignarsi per esempio dei mezzi che ne scoraggiano l’uso come i prezzi imposti all’uso delle buste di plastica per la spesa.

La rete per raccogliere la plastica del Cleanup Project. Foto da Ocean Cleanup Project

Un giovane olandese, Boyan Slat, ha lanciato l’iniziativa Ocean Cleanup nel 2013, per ripulire i mari del mondo. Le correnti degli Oceani possono aiutare gli uomini a raccogliere i detriti concentrandoli verso un apparato progettato dal giovane scienziato Slat. Molti scienziati hanno giudicato l’idea ingenua, insufficiente e inutilmente costosa, indicando la necessità di affrontare molto più drasticamente il problema. Occorre impedire che i fiumi portino plastica al mare e magari pagare  i pescatori Hawaiani per ogni chilo di reti di plastica recuperate e riportate a terra.

Nel 1963, l’italiano Giulio Natta ricevette il Nobel per la chimica, insieme al tedesco Karl Ziegler, per il suo lavoro sui polimeri artificiali, da cui derivano tutte le materie plastiche. Era un benemerito; solo la nostra inconsapevolezza e la nostra incuria ha fatto della suo scoperta un male e una minaccia per la vita del mare e il nostro stesso futuro. Siamo in tempo per rimediare, se lo vogliamo.

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