“Sveglio Fantasma” dei Piccoli Animali Senza Espressione: l’intervista

I Piccoli Animali Senza Espressione sono Edoardo Bacchelli (voce), Andrea Fusario (basso) e Filippo Trombi (chitarra). Il 2 maggio è uscito il loro ultimo disco Sveglio Fantasma, prodotto da Tenedle (Dimitri Niccolai) con i testi di Annalisa Boccardi e la collaborazione di Nabil Salameh (Radiodervish) e il maestro Mauro Grossi. Tuttomondo ha fatto quattro chiacchiere con la band per entrare all’interno del nuovo disco e scoprirne i vari lati, influenze e messaggi e fare un tuffo tra sound elettronici, reminiscenze degli anni 80 più pop e patinati e liriche evanescenti che richiamano alla memoria i viaggi orientali di Battiato.

Il nome del vostro progetto è molto particolare: come è nato?

«Era il 2009 e stavamo componendo il nostro primo brano (La soglia del dolore). L’allora autore dei testi, Gianluca, suggerì il nome come titolo del brano, ma ci piacque talmente tanto che decidemmo di farlo diventare il nome della band. Piccoli Animali Senza Espressione è il titolo di uno splendido racconto di D.F. Wallace, scrittore americano particolarmente caro ai tutti noi, purtroppo suicidatosi qualche anno fa. Attualmente, con l’ingresso di Annalisa Boccardi come nuova autrice del gruppo, le nostre liriche sono un po’ cambiate, divenendo più evocative e sognanti rispetto al passato».

Il pezzo La mia parte lagunare richiama molto quei paesaggi e stati d’animo evanescenti del Battiato più orientale, di Strade dell’Est e Voglio vederti danzare; In cammino deve molto a Black Celebration e Construction Time Again dei Depeche Mode, armonizzazioni vocali e rumori di fondo compresi. Anche La lupa non può non far pensare a dischi come Exciter. Immagino che questi artisti siano stati dei punti di riferimento per voi. Ma non conoscendo i vostri lavori precedenti vi chiedo: questi sono sempre stati i vostri riferimenti o c’è stata un’evoluzione dai dischi precedenti a Sveglio Fantasma?

«Direi di si, anche se non sono gli unici. Siamo in quattro per cui esiste un minimo comun denominatore del gusto musicale della band ma ci sono anche altre influenze. Mi viene in mente per esempio un certo tipo di pop che poi è stato catalogato come “dream pop” (Cocteau Twins in primis), ci sono i Radiohead più elettronici, c’è sicuramente tutto il mondo sonoro rappresentato da David Sylvian, band particolarmente eighties quali Ultravox e Art of Noise nonché un certo art rock rappresentato da gruppi storici come gli Yes e soprattutto i King Crimson».

Siete degli evocatori di mondi, di paesaggi, di atmosfere e di ricordi con una vena letteraria e vicina alla filosofia (Tracce separate) e alla storia dell’arte (Il punto e la linea inevitabilmente risveglia Kandinskij). Con questi mondi volete comunicare la necessità di fuga dal reale quotidiano verso una specie di Eden, Arcadia o Avalon, oppure è un disco fatto principalmente di ricordi che guarda ad un futuro migliore? È stata l‘autrice Annalisa Boccardi a darvi questa linea concettuale ed evocativa?

«Tutto giusto. L’album, attraverso le nuove liriche di Annalisa, cerca di trasportare l’ascoltatore in un Eden, Arcadia o Avalon che sia, ma interiori. La fuga dal reale quotidiano non è oltre noi ma dentro di noi. Nei ricordi che riaffiorano da una foto d’epoca, nell’emozioni che si provano ascoltando un ruscello e vedendo un tramonto, negli odori di spezie nei mercati e così via. Chiediamo all’ascoltatore di prendersi un pò di tempo e di farsi cullare dall’intreccio stretto tra  note e parole per ritrovare quella parte nascosta di sè che il mondo di oggi, così frenetico, ci fa dimenticare».

Che apporti ha portato la produzione di Dimitri Niccolai? Come avete lavorato nella pre-produzione?

«Abbiamo lavorato prevalentemente a distanza tra Livorno e Amsterdam, anche se ci sono state delle occasioni in cui ci siamo visti in carne e ossa nella nostra “cantina”. Soprattutto abbiamo agito diversamente rispetto al passato portando gli arrangiamenti solo a un primo stadio. Da qui è cominciato il lavoro vero e proprio di Dimitri che ha cercato in primis il sottile equilibrio tra l’elettronica, anche se spesso suonata, e gli strumenti a corda. In alcuni casi è intervenuto anche sulle strutture dei brani proponendoci delle soluzioni diverse da quelle iniziali, plasmando di più il lavoro sulle canzoni a sua immagine e somiglianza. Devo dire che, almeno a leggere le prime recensioni pubblicate dagli addetti ai lavori, gli obiettivi sono stati pienamente raggiunti».

In Come il quadrato ci ho sentito tantissimo Garbo, con la sua Il fiume, sia per la musica che per la voce. Soprattutto lo stile vocale e il timbro alla David Sylvian del periodo Quiet Life o alla Tony Hadley rendono il i brani di questo vostro disco ancora più dreamy. Edoardo ha sempre cantato così, è una sua particolarità o è uno stile che ha elaborato per questo disco?

Edoardo: «Intanto ti ringrazio. Essere accostati vocalmente a mostri sacri come Sylvian e Hadley non può che farmi un enorme piacere. In effetti lo stile dreamy è un pò quello che cerco quando canto. Non riesco ad essere un “urlatore”. La mia estrazione musicale è quella. Quando canto mi piace la ricerca della parola, dell’intenzione. Cerco di fare tutto il possibile perché attraverso la mia voce arrivino emozioni. Inoltre faccio teatro da più di vent’anni e questo sicuramente mi aiuta nell’interpretare le liriche che mi vengono proposte».

Ho letto che avete lavorato con Robin Guthrie dei Cocteau Twins. Avete mai pensato di realizzare un pezzo insieme ad Elisabeth Fraser? Siete mai venuti in contatto con lei?

«Ci abbiamo pensato eccome! Sarebbe una collaborazione eccezionale ma difficilmente realizzabile. Sappiamo che è quasi impossibile contattarla per cui probabilmente rimarrà solo un sogno. Un’altra opzione bellissima sarebbe ospitare su un brano la splendida voce di Tracey Thorn, la ex cantante  degli Everything But The Girl».

Ultima domanda: che fantasmi avete svegliato e volete ancora svegliare con questo disco?

«Abbiamo già svegliato il fantasma della nostra voglia di fare musica e di uscire dal guscio della quotidianità e quello del coraggio di andare oltre, fuori da ogni torpore. Altri fantasmi da svegliare? Quanti più possibile con questo disco!»

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