Alfonso De Pietro. L’attualità, fra memoria e canzone di protesta

PISA – Compositore, autore, chitarrista, cantante, educatore. Campano di origine, toscano di adozione. Alfonso De Pietro è laureato in Scienze politiche all’Università di Pisa, oltre alla didattica musicale, a tenere concerti e a produrre e rappresentare opere di teatro-canzone, si occupa di formazione come educatore, docente e tutor per giovani drop-out (dispersione scolastica) e area del disagio.
Dopo aver fatto parte di diversi gruppi, con un’intensa attività live pluriennale, dopo aver scritto per il teatro e il cinema, da solista nel 2011 ha pubblicato per Storie di Note (Musica&Ideali) il cd (In)Canto civile e nel 2015 Di notte in giorno, con la presentazione di don Luigi Ciotti.

Sei ormai una delle voci di punta del canto di protesta pisano e forse toscano. Qual è lo stato di salute del movimento, se così vogliamo chiamarlo?
«Lo stato di salute del “movimento”? Pessimo, in massa critica e qualità. Ma in fondo è lo spirito del tempo. E il nostro tempo è caratterizzato innanzitutto dall’azione di consumatori, più che di cittadini. Il mercato è il dominus che determina le scelte. Ricordiamo l’affermazione di Pasolini? C’è una sola ideologia che unifica tutti: l’ideologia del consumo. E poi questa è La civiltà dello spettacolo, per citare il titolo di un saggio di Vargas Llosa, in cui è scomparsa la cultura, assassinata dall’intrattenimento. Per cui, opere artistiche troppo complesse, “impegnate”, sono pallose. Non si può “tediare” il pubblico pagante! “Panem et circenses” credo sia ancora la linea di condotta del potere, a tutti i livelli. Quindi, buon divertimento a tutti noi! Basta non si pensi troppo e non ci si affligga… e “facciamo finta che tutto va ben!”, che non a caso era la sigla di apertura di Onda Pazza, il programma satirico di Peppino Impastato su Radio Aut. Ciò detto: eppur bisogna andare! Per (r)esistere».

Alfonso De Pietro

Che cosa hai voluto raccontare con i primi due dischi, (In)canto civile e Di notte in giorno, e che differenze ci sono tra l’uno e l’altro?
«Questi dischi rappresentano fotografie, hic et nunc, del percorso iniziato da qualche tempo, ossia il tentativo di proporre un’arte che abbia anche un respiro e una funzione sociale, senza mai mortificare, però, l’aspetto squisitamente musicale. Canzoni tra memoria e indifferenza, dolore e riscatto, donne che hanno avuto il coraggio della ribellione e uomini colpiti per le loro parole. E preferisco parlare di testimonianza, anziché di messaggi. Racconto e canto storie, mi faccio parola cantante di un tempo ancora fortemente caratterizzato da ingiustizie, violenza, sopraffazione, discriminazioni, ricordando anche chi ha sacrificato il bene più prezioso, la propria vita, per un ideale di giustizia e di verità. Giancarlo Siani, ma anche Rita Atria, Lollò Cartisano… e nell’album precedente, (In)canto Civile, Peppino Impastato e don Peppe Diana, e in Pioggia di maggio Falcone e Borsellino. Uomini e donne, non eroi, che hanno fatto fino in fondo il loro mestiere, fecendolo bene, a testa alta e con la schiena dritta. Tuttavia, il mio tentativo è quello di dare pari dignità a testi e musiche, di modo che lo slancio etico sia accompagnato da una forma estetica di pari valore. In riferimento all’ultimo, Di notte in giorno (disco di colori sfumati, di passaggi, di atmosfere ombrose, ma anche di ironia e leggerezza) ho assecondato linee armoniche e melodiche che scaturivano liberamente jazz, aperte a soluzioni anche inaspettate, ma certamente libere da condizionamenti e, mi auguro, affrancate da costrizioni e costruzioni banali, che rappresentano il mio portato di formazione ed esperienze di anni di studio, di ricerca, di scrittura e di palchi. Ecco, credo sia questo lo “spirito jazz” che più ho introiettato e che cerco di restituire della mia vita in musica (e non solo): l’aspetto libertario e liberatorio».

Quali sono le prospettive del “canto di lotta”? Il rischio, a sentire i modelli culturali predominanti, è di riservare a chi canta la lotta una bella dose di marginalità, che a volte sconfina nella caricatura. Nonostante i messaggi attuali e importantissimi.
«Devo dire che, nonostante gli spazi sempre più ristretti per questo tipo di proposte di canzone d’autore, ogni volta, dopo un concerto o un incontro, riscontro tanta curiosità, interesse ed emozione rispetto a queste nostre storie dimenticate o mai conosciute. E mi viene in mente Leonardo Sciascia che affermava: “Il nostro è un Paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare”. Ecco: sento l’urgenza e quasi l’ossessione di raccontare e cantare di tutto questo che ci riguarda profondamente, perché non posso e non possiamo dimenticare. Lo sento come dovere morale. Forse dovrebbe sentire lo stesso dovere l’editoria musicale, le produzioni che potrebbero far conoscere questi percorsi a tanti più di quelli a cui può arrivare un artista indipendente… Ma, nell’assordante silenzio di questi soggetti, credo che dal basso, la “base”, rappresentata da tutti quelli che credono in questi percorsi, ci possa sostenere e si possa attivare per non farci soccombere.  Riguardo alla “caricatura”, direi che piuttosto il rischio che si corre, trattando questi temi, è scadere nella retorica. Credo che un modo per evitarla sia non pontificare, non pretendere di dover persuadere chi ascolta, ma di raccontare in musica. Semplicemente. Facendo sorgere domande, semmai, non dando risposte. Canzoni, non comizi».

Stesso discorso per l’anarchia, per il pensiero anarchico in generale e nello specifico quello pisano, di assoluta rilevanza. Come ti poni verso l’anarchia? Serve oggi?
«La “fiaccola dell’anarchia” brilla da anni nei miei studi e approfondimenti (liceali, universitari, e non solo) e ne sono rimasto sempre profondamente affascinato e suggestionato. Tuttavia, in generale, non sono tanto interessato all’analisi del superamento dell’arché (il “principio regolatore”), quanto alle categorie di questo pensiero che potrebbero guidarci nel declinare una realtà sociale fortemente caratterizzata dall’indifferenza verso gli altri, dalla negazione di un semplice assunto: l’appartenenza ad un’unica razza, quella umana. Ecco, questo dovrebbe essere il focus della ricerca e dell’azione: sistemi e modalità partecipative per dare forma egualitaria ai rapporti umani. Mi chiedi poi di Pisa… Il primo nome che non può non comparire nella mia mente e non affiorare sulle mie labbra è quello di Franco Serantini. Una figura che dovrebbe essere comunicata, conosciuta, valorizzata. Invece, da sempre, prevale la tendenza del potere a tacere, a insabbiare, perché si teme una società costituita da cittadini pensanti, critici, capaci di scoprire gli inganni, i falsi miti, i collegamenti e le connivenze con la criminalità politica e organizzata. A noi non rimane che continuare a raccontare, a cantare, con l’ottimismo della volontà».

Come può la sinistra (in senso ampio: ci includo anche la canzone di lotta) tornare a essere egemonia culturale? L’impressione è che oggi, oltre alle proverbiali divisioni, parli più di persone che di cose, lasciando il campo libero ad altre forze che si intestano battaglie anche marcatamente di sinistra.
«Purtroppo, in questo Paese gattopardesco, in cui tutto cambia senza che nulla cambi davvero – anzi, cambia proprio affinché tutto rimanga uguale – ci sentiamo battuti, abbattuti. Tuttavia, credo che non si debba cedere alla rassegnazione, il peggiore dei mali. Credo ci debba essere una continua tensione, un costante impegno, da parte dei “sopravvissuti”, verso il vero cambiamento, che non è mai un punto d’arrivo, ma un nuovo punto di partenza. Anche le conquiste della civiltà non sono mai al sicuro e definitivamente acquisite. Penso al risuonare sinistro di certe vecchie parole d’intolleranza o agli atti di gravi discriminazioni e di vero e proprio odio razziale. Quindi, finita una lotta, ne ricomincia un’altra. E ciascuno ha il diritto/dovere di fare la propria parte, sennò perde il diritto di lamentarsi e domani gli verrà chiesto: e tu dov’eri? E perché hai fatto finta di non vedere? È la rivoluzione di ogni giorno che, con Pasolini, credo si debba interpretare come un “sentimento”, un cammino, come un processo, piuttosto che come un atto. Una lunga e faticosa traversata nel deserto della barbarie sempre in agguato, sfidando la notte della ragione, per poi conquistare e scoprire una nuova alba di bellezza, dove la giustizia sociale e la dignità umana siano origine e finalità di ogni comportamento, singolo e collettivo». 

Perché hai scelto di dedicare la tua arte alla memoria? Che valore ha la memoria per te?
«La memoria, troppe volte, viene declinata esclusivamente mediante la retorica della celebrazione: indossata la maglietta e sventolata la bandiera dell’occasione, si prova anche una fugace commozione, ma poi tutto riprende come prima, anche nel nostro modo sbagliato di agire. Tenere viva la memoria, invece, richiede impegno, costruzione quotidiana, scelta di una parte, comportamenti radicali e coerenti con quei valori per cui tanto ci commuoviamo, ma per cui tanto poco ci muoviamo. Bisognerebbe raccogliere il testimone di donne e uomini che hanno dato la vita per un ideale di giustizia e libertà. Dunque conoscere le storie, sentirle sulla propria pelle, incise nella propria carne, e seguirne l’esempio, lasciando che interroghino le nostre coscienze. Per non tradire e rendere vano il sacrificio di chi ha lottato per la dignità umana, per tutti noi. Affermare la vitalità e la continuità di quelle idee di cui ci facciamo, tutti insieme, garanti e corresponsabili».

Francesco Bondielli

Francesco Bondielli

Nasce nel 1990, scrive per mangiare e beve per scrivere.
Ama le vecchie canzoni e le ragazze con le doppie punte, non sopporta i palloncini e il caffè a un euro e dieci.
Giornalista prestato alla scrittura e scrittore prestato al giornalismo, non sa dove andare. Ma comunque ci va.
Francesco Bondielli
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