L’Inno di Mameli? Non è una marcetta

Era autunno quando, nel 1946, in quella riunione del Consiglio dei ministri presieduto da Alcide De Gasperi si stabiliva «che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’Inno di Mameli». È di nuovo autunno quando la commissione Affari Istituzionali, dopo 71 anni, un mese e quattro giorni, finalmente lo istituzionalizza.

Il poeta Goffredo Mameli

Il Canto degli Italiani, popolarmente noto come Inno di Mameli, era appunto l’inno provvisorio ma – per dirla con Giuseppe Prezzolini – «In Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio»: dopo la scelta del testo di Goffredo Mameli musicato da Michele Novaro, nessuno ha più avanzato alcuna proposta su un eventuale inno da adottarsi. 

E però non bisogna trascurare il fatto che spesso si sentano commenti poco entusiasti sul nostro (ormai ufficiale) inno: chi lo giudica brutto, chi lo vorrebbe scritto da uno dei grandi compositori italiani, chi lo vuole di Verdi, magari il Va’, pensiero (ignorando che Verdi effettivamente scrisse un papabile inno d’Italia su testo – manco a dirlo – di Mameli, il truce Suona la tromba, ma che non si è mai affermato popolarmente) insomma neanche su questo riusciamo a metterci d’accordo.

Il compositore Michele Novaro

Qual è il commento più comune sull’Inno di Mameli? “Massì, è una marcetta, fa il suo lavoro ma nulla di che”. Vi rivelo un segreto: il nostro inno fa sempre una magra figura perché c’è sempre un errore di comprensione alla base di quasi tutte le sue esecuzioni che mi è capitato di udire: l’Inno di Mameli non è una marcia ma una cabaletta.
Vedo già i punti interrogativi materializzarsi sulle vostre teste, per cui andrò dritto al sodo: la cabaletta è una forma musicale tipica dell’opera lirica dell’Ottocento e la sua particolarità sta nell’avere una ritmica molto incisiva e coinvolgente. In sostanza è il momento in cui il compositore, dopo un lungo e melenso cantabile, vuole infiammare il pubblico e strappargli sonori applausi. Perciò capite bene che un inno in forma di cabaletta dev’essere interpretato in modo assai brillante e vivace, non come una sorta di marcetta.

Per farvi capire meglio cosa aveva in mente Novaro, immaginatevi questo: palcoscenico, in un vasto paesaggio il coro (un gruppo di popolani) sente lontani gli echi di una battaglia, colpi di cannone e spari di moschetto, che causano un certo timore.
Ad un tratto entra il tenore, immaginatevi un tizio a cavallo con cappa e spada, tipo Garibaldi. Il tenore si avvicina baldanzoso al coro e con fierezza esclama (notare f con molta energia):

In poche parole il nostro tenore a cavallo annuncia che la storica impresa è compiuta. Il suo tono solenne e glorioso impressiona ed emoziona il coro e Novaro ha la geniale intuizione delle note ribattute che oltre a stupore e meraviglia suggeriscono anche il battito del cuore. Il coro inizia a parlare tra sé, in modo concitato, segno che una grande emozione si sta impadronendo di lui.

A questo punto il tempo cambia: da un Allegro Marziale si arriva a un Allegro Mosso, che suggerisce bene l’idea di un vociare serpeggiante tra il popolo, e proprio come un vociare di folla si alza e si abbassa d’intensità, fino alla strepitosa climax finale in cui si fondono coro e tenore che gridano «sì!» (la testa dell’ultima nota a forma di x significa proprio che quella nota va pronunciata e non cantata).

Questa dev’essere l’intenzione che ognuno deve avere nell’intonare Il canto degli italiani (chiedete a Riccardo Muti), non una marcetta eseguita così, solo perché è obbligatorio cantarla prima di ogni partita.

lfmusica@yahoo.com

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Luca Fialdini

Classe '93, sono uno studente di Giurisprudenza all'Università di Pisa e di pianoforte e composizione alla SCM di Massa. Mi piace chiacchierare di musica, far conoscere brani e autori poco conosciuti o svelare i segreti di quelli più noti e amati... offritemi un the e vi racconterò tutto!
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