Immigrati con l’identità in spalla: il valore dello zaino per Floor e Amir

Floor Nagler, ventiquattrenne di Amsterdam, è arrivata quest’anno sull’isola greca di Lesbo come volontaria e si è messa a costruire zaini per i migranti con i resti dei gommini e dei salvagenti. Amir Khezri, studente di regia e cinema nel suo paese, a 21 anni, armato di zaino e tanta paura ha lasciato tutto il suo mondo in cerca di una vita senza guerre di religione.

Le due storie sembrano distanti tra loro ma sono l’emblema delle due facce che la medaglia dell’immigrazione presenta. L’anello di congiunzione tra le due storie è un accessorio estremamente comune: lo zaino.

Floor Nagler

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Floog Nager. Fonte: www.upworthy.com

 

La giovane Floor Nagler, insieme ad una sua amica artista, armate solo di forbici, perforatrice e rivetto, insegna agli immigrati come costruire gli zaini con le parti di gommoni e di salvagenti, che diventano per i ragazzi come Amir l’emblema del loro viaggio e della loro condizione. Il materiale riutilizzato da Nagler, sottratto all’abbandono, arriva a circa 30mila metri cubi di plastica e quindi a ringraziare, oltre agli immigrati, è anche l’ambiente.

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“Dalla barca allo zaino”. Fonte: youtube.com

Il video che la ritrae è stato diffuso dall’organizzazione internazionale Radio Free Europe/Radio liberty. Nagler è la prima speranza per questi viaggiatori che non sanno ancora per quanto dovranno camminare né quello che li aspetterà. Lo zaino, che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi, diventa un indumento essenziale e ormai distintivo per queste persone, un vero e proprio simbolo emblematico della loro condizione di viaggiatori e di precarietà, l’unico a custodire i pochi resti di una vita precedente da cui sono ormai in fuga. Per questo il contenuto ne racconta la loro storia.

Amir Khezri

Ma cosa mette nello zaino chi fugge dalla guerra? La risposta è stata documentata dall’organizzazione “International Rescue Committee”, dando il via al progetto “What’s in my bag”.
Amir Khezri, studente di cinema e regista di cortometraggi, dovette fuggire dalla Persia per questioni religiose. Oggi si sente un Italiano a tutti gli effetti e racconta il contenuto del suo zaino.

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Amir Khezri

Cosa c’era dentro il tuo zaino, Amir?

«Ho portato con me tanta paura, tanta incoscienza e del tonno (sorride, nda). Nel mio zaino c’erano le prime necessità: un telefono per comunicare, delle icone sacre che mi proteggessero durante il cammino, le foto della mia famiglia, cibo in scatola e qualche vestito che però durante il viaggio mi hanno fatto buttare, dato che avrei proseguito in mare e quindi il bagaglio sarebbe stato troppo pesante».

Avevi la minima idea di che cosa ti aspettasse dopo la traversata?

«Assolutamente no. Addirittura da un certo momento in poi ci hanno buttato in mare e abbiamo nuotato tanto, non so per quanto tempo, ma qualunque cosa mi aspettasse dall’altra parte era migliore di quello che mi lasciavo alle spalle…».

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Amir Khezri

 

Quando sei arrivato in Europa cosa hai capito?

«Ho capito che era il momento di cambiare vita, partendo dal modo di pensare, come se dovessi cambiare testa e rinascere europeo. Certo non è stato facile, ma ci sono riuscito; con questo non voglio dire che rinnego la mia cultura o la mia religione, che è più simile alla vostra rispetto a tante altre. È questo il motivo per cui sono dovuto scappare».

 Adesso cosa fai qui in Italia?

«Sono stato fortunato! Dio mi ha aiutato a trovare una nuova famiglia che mi ama e un buon lavoro. Avendo studiato regia, sono bravo nei montaggi e adesso collaboro, sotto contratto, con una televisione del centro Italia: faccio le riprese mi occupo della messa in onda dei telegiornali e molto altro. Sono felice perché mi sento italiano più che mai. Ci tengo a sottolineare che nel mio zaino ho portato anche la mia passione per la regia, motivo per il quale nel tempo libero scrivo sceneggiature per nuovi film che spero a breve di poter girare, ma non ne parlo molto per superstizione».

Tenendo presente la tua storia, cosa ne pensi dell’operato di Floor Nagler?

«Mi commuovo al pensiero di quanto l’uomo possa essere buono e cattivo allo stesso tempo. Questa ragazza è eccezionale e geniale: è come se regalasse una nuova speranza a chi in mare ha perso tutto e troppo. E lo fa proprio con i materiali che hanno usato per il viaggio. Costruire qualcosa di nuovo con ciò che per molti ha voluto significare la fine è un miracolo e un grande dono. Quelli sono zaini che raccontano molto già solo per il loro materiale».

Eleonora Greco

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