Il viaggio come formazione culturale

C’è stato un momento storico in cui il viaggio serviva alla formazione culturale. I rampolli maschi delle più ricche famiglie europee dei secoli XVII e XVIII secolo si facevano un giro turistico per vedere i posti più importanti del Vecchio Continente. Alla maggiore età di ventun anni, accompagnati da un tutore di famiglia, partivano per il mondo, e che mondo! Anche qualche giovane donna, dotata di mezzi familiari o forniti da uno sponsor che mettesse i denari, poteva partire; equivaleva a fare un debutto in società di alto livello.

L’usanza si può dire che sia iniziata a metà circa del ’600 e abbia avuto termine nella seconda metà dell’800, per il nascere di mezzi di viaggio più alla portata di tutti e anche più comodi. Il viaggio si svolgeva lungo un itinerario standard, attraverso molte nazioni europee, ma soprattutto Francia e Italia. Dove notoriamente era facile educarsi alle belle arti e apprendere a vivere cercando le radici più autentiche della civiltà occidentale. La cucina poi… ancora prima di diventare cuisine o enogastronomia a chilometro zero aiutava i viaggiatori a stare fuori casa volentieri.

A fine Ottocento, nobili e ricchi europei iniziarono ad andare meno in giro, imitati e anzi sostituiti da Nord e Sudamericani. Al cedere dell’entusiasmo per la cultura classica, e all’avvento del turismo dei molti, il Grand Tour fu sostituito dal Cook’s Tour, inventato dal primo operatore turistico Thomas Cook. Un benefattore delle masse del tempo, imitato oggi da un’intera industria globale del tourism and travel. Più di altri, all’epoca del Grand Tour, i giovani ricchi Inglesi per viaggiare potevano contare su dotazioni finanziarie potenzialmente illimitate; lo fecero con lena, arrivando anche in Italia per studiare il Rinascimento, girando per rovine e monumenti antichi, anticipando in meglio quello che oggi è il turismo delle Città d’arte, oggi invase da troppi masticatori di tranci di pizza e trangugiatori di bevande col gas. Il viaggio consentiva di apprendere e studiare, ma soprattutto di visitare specifici luoghi mai visti, vedere certe opere d’arte, ascoltare musica “inaudita” prima, provare la sindrome del bello e magari svenire. Il Grand Tour serviva alla formazione e allo svago e, più che altro, alla definizione di quale fosse la cultura egemone e di quale classe sociale essa fosse espressione.

Su questo viaggio, insomma, si è costruita la cultura occidentale che ancora domina anche al di fuori dell’Europa, in tante parti del mondo e che detta le regole di come si comporta la gran parte dei turisti moderni. I granturisti, cattolici o protestanti che fossero, di fatto, seguivano le orme e gli itinerari tracciati dai pellegrini religiosi; in Italia avevano come meta Venezia e Roma, Torino, Genova, Firenze, e poi Pompei, Ercolano, Napoli, la Sicilia e l’Etna. Ma i soggiorni erano di piacere estetico e intellettuale, non affatto di penitenza religiosa. Insomma si potevano benissimo sollazzare, i giovani nobili e ricchi, mentre studiavano. Se poi erano anche artisti, meglio: potevamo affinare le loro qualità espressive insieme a qualche maestro italiano.

Viaggiare per curiosare e divertirsi è un’idea di John Locke che, nel suo Saggio sull’intelletto umano, espone la teoria che la conoscenza derivi interamente dalle esperienze sensoriali e dagli stimoli fisici a cui una persona è sottoposta. Andando da un luogo a un altro, le nostre capacità e le nostre conoscenze aumentano e si affinano. Chi può dire che l’inventore del Leviatano avesse torto? In fondo, anche gli odierni smutandati turisti in infradito che visitano Firenze o Pisa possono tornare a casa (un po’) migliori di quando sono partiti.

Conosci te stesso e fallo viaggiando, insomma. Se scrivi una memoria poi è ancora meglio, se lo racconti a chi è rimasto a casa ancora di più. In questi termini il Grand Tour era una specie di obbligo per chi si riteneva avveduto e voleva manifestarsi al mondo. E a testimonianza di questo loro progredire i viaggiatori si facevano ritrarre immersi nei paesaggi italiani. Altro che selfie…

Andavano poi molto di moda gli antiquari, che a Roma facevano affari d’oro con i granturisti stranieri che acquistavano opere d’arte di ogni tipo, medaglie, monete antiche, libri, strumenti scientifici, altari, fontane e statue. Alcuni artisti italiani fecero particolare fortuna e divennero famosi. Le opere del ritrattista Carlo Maratta, considerato il migliore del suo tempo, andavano a ruba e Sir Robert Walpole, Molto Onorabile Primo Conte di Orford, fu un appassionato collezionista delle sue opere. Il lucchese Pompeo Batoni fu un ritrattista di successo per tutti gli inglesi che passavano dall’Italia. Altri, come Canaletto, Pannini e Guardi, vendevano quadri di vedute come fossero beni di prima necessità. Il più povero dei granturisti doveva riportare a casa almeno un album delle incisioni di Piranesi.

Oggi, è vero, girano meno soldi, ma ci si può accontentare di un corno rosso napoletano o di una boule de neige con dentro il ponte dei Sospiri o un improbabile Colosseo?

 

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