Il suono del Classico I Kiss

I Kiss: quando il makeup separa l’arte del palcoscenico dalla vita abituale

Kiss_first_album_cover Chi non ha mai sentito parlare dei Kiss e del loro hard rock pirotecnico? Chi non ha mai ascoltato almeno una delle loro hit come I Was Made For Loving You Baby o I Wanna Rock N Roll All Night? Chi non ha almeno una volta dipinto sul volto la loro maschera per una festa di halloween, a tema o di carnevale? Se qualcuno ha risposto io no… Be’ che rimedi subito! Il carnevale è ormai iniziato e dipingersi sul volto due belle ali di pipistrello come faceva il bassista Gene Simmons, è la cosa giusta da fare. E anche leggere questo articolo, per farsi un’idea di chi fossero i Kiss non sarebbe male. Ma ancora più interessante è forse conoscere come è nato uno dei make-up più famosi della storia della musica.

Inizialmente i Kiss non si chiamavano Kiss. Erano i Wicked Lester, band newyorkese fondata nel 1970 dal bassista Gene Simmons e dal chitarrista e cantante Paul Stanley, che si sciolse nel 1972 per l’abbandono di tutti i componenti in un momento di crisi mistica. Simmons e Stanley, anche se non andavano molto d’accordo, in quanto ugualmente narcisisti e istrionici, furono uniti da uno scopo: formare una nuova band con quattro componenti. Come diceva Simmons, un quartetto “alla Beatles” in versione americana, in grado di rivoluzionare il regno dell’hard rock. In poco tempo i due riuscirono a trovare un batterista con un passato jazz, in arte Peter Criss, e nel gennaio del 1973 recuperarono l’ultimo componente del gruppo, il chitarrista solista Ace Frehley. I quattro iniziarono a sperimentare e a suonare ispirati dal nascente movimento del glam, dai New York Dolls, dagli Iron Maiden, Led Zeppelin, Black Sabbath e dai macabri e grotteschi show da Grand Giugnol realizzati dal musicista e cantante Alice Cooper.

«Volevamo essere come i Beatles, ma eravamo troppo machi e alti per essere credibili. L’idea principale era però quella di creare un gruppo come il loro, in cui ogni componente aveva una propria personalità, un proprio spazio da protagonista. Volevamo un gruppo con quattro frontman, magari simili ad Alice Cooper, truccati e vestiti in maniera da creare shock».
Gene Simmons, Kiss And Makeup, London, Arrow Books, 2001.

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E fu proprio così che cominciò l’avventura di questo gruppo mascherato: Ace propose in seguito il nuovo nome alla band, insieme al nuovo logo e, nella primavera del 1973, i Wicked Lester divennero i Kiss. Nell’ottobre del 1973 firmarono un accordo con la casa discografica Casablanca Records e alcuni mesi dopo, nel febbraio del 1974, pubblicarono il loro primo album, Kiss, promosso attraverso un tour negli Stati Uniti e che adesso ci servirà per conoscere le radici musicali ed estetiche di questa band.

Kiss dei Kiss fu il manifesto visivo e musicale dei quattro ragazzi che volevano emulare Alice Cooper, e fu il trampolino di lancio per quel trucco esagerato che divenne allo stesso tempo maschera da palcoscenico, corazza protettiva e segno di riconoscimento distintivo e personale. Sin dagli inizi i quattro erano abituati a sperimentare con trucchi, abiti pacchiani, parrucche e acconciature teatrali: inizialmente Stanley e Simmons si avvicinarono allo stile drag, che prevedeva un travestimento performativo fatto di colori ed eccessi. Stanley voleva assomigliare a Phyllis Diller, eccentrica attrice e doppiatrice americana conosciuta per le sue stravaganti acconciature e per i suoi capelli cotonati ed esplosivi. Ma il fenomeno del glam che aveva portato i New York dolls e Cooper sulla cresta dell’onda, fece tendere i quattro verso qualcosa di più shocking che avesse come elemento ricorrente il colore nero, che all’epoca era un simbolo del rock più crudo e feroce.

Le maschere che i Kiss arrivarono a dipingere sui loro volti nacquero nel corso del 1973. Simmons, di famiglia ebraica, che si era trasferito in America da bambino, era rimasto sin da subito colpito dalla nascente cultura pop americana e dal benessere del secondo dopoguerra, sviluppando una passione sfrenata per i fumetti Marvel e per i mostri dei classici di Hollywood. Il suo trucco e il suo abito infatti derivavano dalla tuta e dalle ali di Black Bolt, un super eroe Marvel presente nella saga The Inhumans del 1965 e dalla tuta di Batman, mentre i massicci stivali dentati erano una rielaborazione degli zatteroni anni 70 ispirati dalle fauci di Gorgo e Godzilla. A questo look nel tempo si sovrappose il fascino per gli indiani d’America visti nei film di Jeff Chandler e la cultura delle maschere del teatro Kabuki giapponese, considerate dall’artista come oggetti dall’espressione mostruosa che lui spesso imitava mostrando la lunghissima lingua.

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«La mia maschera si chiamava The Demon, il demone, ed io la creai non solo per fare spettacolo, ma anche per costruirmi un nuovo io, perché quello vecchio non funzionava. Era una maschera che dovevo indossare sempre in ogni occasione: interviste radiofoniche, conferenze stampa, photoset, non solo quando suonavo, ma sempre. Se non la avevo nessuno mi riconosceva».
Gene Simmons, Kiss And Makeup, London, Arrow Books, 2001.

Allo stesso modo la maschera di Stanley rifletteva un bisogno di evasione dal mondo reale e una necessità di creare una nuova personalità:

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«Sono entrato a far parte del mondo del rock perché lì tu riesci ad avere gratificazioni immediate. La gente applaude e ti adora quando suoni e tu ti senti felice. Da bambino io ho sofferto perché ero sovrappeso e mi prendevano in giro, inoltre avevo un problema all’orecchio che mi rendeva quasi sordo e molti bulli mi chiamavano “mostro” per questo mio difetto. Decisi di creare la mia maschera per liberarmi del passato, e in essa riunii tutti i miei miti (Liza Minelli, Rod Stewart, Mick Jagger) per dare vita ad una creatura androgina con una stella sul volto: The Star Child». (Paul Stanley)
David Leaf and Ken Sharp, KISS: Behind the Mask – Official Authorized Biogrphy, New York, Hacette Book, 2003.

La maschera di Stanley contiene anche un possibile riferimento a 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, dove Kubrick rappresenta la trasformazione di un astronauta in un essere superiore dalle sembianze di un feto chiamato The Star Child.

Il bisogno di un riconoscimento personale e di una personalità riconosciuta tra mille portò anche Frehley e Criss a trovare un loro perfetto alter-ego: il primo divenne The Spaceman e il secondo The Catman. Spaceman riportava in vita la passione del chitarrista per i film di fantascienza e per la tecnologia che gli aveva trasmesso il padre, e allo stesso tempo portava nel glam l’ossessione per i mondi alieni che già Bowie aveva esposto con Space Oddity nel 1969.

The Spaceman e i giochi di fumogeni installati nelle manopole della chitarra

The Spaceman e i giochi di fumogeni installati nelle manopole della chitarra

Catman invece era un travestimento più lezioso e divertente che era nato dalla passione che Criss aveva per i gatti e da un trip allucinogeno in cui egli stesso aveva creduto di essere un gatto:Peter Criss74

«Mi ero immaginato di essere il gatto nero di mia moglie, tutto questo mentre fumavo marijuana mentre cercavo di disegnare il mio costume per gli show live. Ad un tratto mi sono reso conto che io e quel gatto condividevamo la stessa personalità: eravamo entrambi eleganti, agili, misteriosi, selvaggi e indipendenti. E poi come i gatti io ho sempre avuto nove vite! Così nacque il mio costume».
Peter Criss, Makeup to Breakup: My Life In and Out of Kiss, New York, Scribner, 2012.

Il connubio di rock, effetti speciali e travestimenti aggressivi fu esplosivo. Kiss sebbene inizialmente non riscosse molto successo come album, fece faville (in senso sia figurato che letterale) con i live che si presentavano come show pirotecnici e tecnologici. Dal vivo i Kiss diventavano idoli proprio perché avevano indosso quelle maschere, quegli abiti, che li rendevano unici e incomparabili a nessuno. La loro musica era cominciata come uno spettacolo artificioso e artificiale con fumogeni, laser, fiamme, sangue finto e fuochi d’artificio, mentre il loro rock che ricordava solo lontanamente le grandi band dell’heavy, strizzava l’occhio a reminiscenze rock and roll.

Se ascoltate il primo pezzo dell’album, Strutter, sentirete tanto dei Rolling Stones quanto dei New York dolls, e tanto glam alla Bowie. È un rock and roll strozzato che fa rivivere le mascherate del Rocky Horror Picture Show che però all’epoca ancora non era uscito. Forte richiamo agli Stones è Firehouse, una sorta di Satisfaction rallentata, mentre la voce di Stanley tende ad emulare Jimmy Page sebbene con meno rudezza. Black Diamond è il pezzo che chiude l’album, il pezzo migliore, con doppie voci prog, bilanciato, ritmicamente ricco, con un assolo finale degno di un posto nel salone dell’heavy metal. A parte qualche perla, le canzoni più o meno si somigliano molto tra loro, il tempo è cadenzato da rock americano, e ci si sentono anche i Deep Purple, Chuck Berry, Jimi Hendrix, i Beatles e i T-Rex. Il disco non è un eccelso capolavoro, ma il modo in cui si presenta è eccezionale. Queste canzoni sono figlie del rock anni 50 e del nascente glam rock e sono passate attraverso l’heavy metal ma hanno mantenuto spesso un tono più morbido…Queste canzoni come Love Theme From Kiss e 100.000 Years (quest’ultima che a mio giudizio già presenta dei riff wave) hanno tutt’ora quella forte carica sensuale e innovativa che avevano all’epoca, e la custodia che le racchiude mostra un’immagine, una maschera, che è l’incarnazione di quel calore rock e di quella sensualità scoppiettante e luccicante che poi diventerà la sessualità spinta delle band glam rock degli anni 80.
I Kiss così si proponevano ai loro fan con un album che, sebbene non eccezionale, veniva promosso live nel migliore dei modi, tramite l’uso della maschera e dello show. I quattro recitavano la parte di superstar e i fan si innamoravano del loro aspetto: tutti e quattro diventarono infatti veri e propri sex symbol… O meglio la loro maschera divenne l’oggetto del desiderio carnale delle fan.

Imprigionati dal trucco del successo già da subito però iniziarono a sentirne le conseguenze. Voler essere unico e originale aveva un prezzo.

«Se non ti truccavi e andavi in giro dicendo “Io sono Gene Simmons dei Kiss” nessuno ti credeva. Una volta andai senza trucco in un bar e dissi al barista che ero Simmons. Lui mi rispose “Si certo amico! E io sono Mick Jagger!” Portare la maschera era bello, ti sentivi un dio, il trucco prima dei live o di alcuni eventi era una specie di rituale iniziatico in cui il tuo nuovo io ti possedeva. Ma una volta finito tutto anche la maschera se ne andava e tu ritornavi ad essere una persona normale. Vestire un costume e portare un trucco che cambiava i tuoi lineamenti ti elevava a superstar, e allo stesso tempo ti dava la possibilità di separare la vita del rocker dalla tua vita privata.
Da una parte una prigione, dall’altra una terapia che difendeva la nostra vita personale».
Gene Simmons, Kiss And Makeup, London, Arrow Books, 2001.

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Virginia Villo Monteverdi

Fatta di musica, arte, immaginazione e altre cose intellettuali e magari noiose.
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