Il Re della Street Art avrà amato lo Street Food?

Chissà che cosa mangiava il re della street art Keith Haring? Immaginandolo per strada, mentre riempiva di inconfondibili graffiti i muri e la metropolitana di New York, viene da pensare che vivendo spesso all’aperto, alla continua ricerca di occasioni per dare sfogo alla sua incredibile creatività, si nutrisse del tipico cibo di strada di New York: hot dog, pollo fritto, hamburger e pastrami, ma è solo una supposizione.

Nell’incredibile intreccio visivo delle sue opere ogni tanto compaiono un hot dog, un pesce, delle galline umanizzate. Nel 1978 ha creato un’opera dal significativo titolo di Everybody knows where meat comes from, it comes from the store, ma da qui non si può certo dedurre che fosse vegetariano, altrimenti data la sua fama planetaria sarebbe diventato un eroe postumo della causa. Visto che non possiamo dire niente di preciso rispetto ai gusti di Haring, divertiamoci allora a indagare un po’ su che cos’è la cucina americana.

Manhattan nel 1870

Per parlare della cucina americana bisogna per forza parlare della storia dell’America. L’America, così come la conosciamo oggi, è nata da ripetute immigrazioni in cui uomini e donne giungevano da ogni latitudine alla ricerca di un mondo nuovo, in fuga dalla povertà o dalla mancanza di libertà delle loro terre d’origine: pieni di speranza e anche d’incoscienza cercavano un riscatto, una nuova occasione. All’inizio del XVI secolo era stato però soprattutto il desiderio di nuove terre e ricchezze a spingere molti stati europei a inviare navi, uomini e truppe alla ricerca di un nuovo mondo da sfruttare, sperando di trovare mitici eldoradi. I primi tempi furono durissimi per i coloni spagnoli e inglesi, i primi ad arrivare e a cercare di impiantare villaggi, e se non ci fossero stati gli Indiani, che insegnarono loro come cavarsela, sarebbero tutti morti. Come ben si sa, in seguito i coloni non mostrarono molta riconoscenza verso i nativi di questo immenso paese, e avrebbero trascorso anni e anni a cercare di sterminarli sistematicamente, riuscendoci quasi del tutto.

Dal canto loro i nativi, ignari di quello che poi sarebbe loro successo, insegnarono ai coloni a coltivare la zucca, il granturco e i fagioli, a catturare e affumicare pesci e molluschi, a usare bacche e frutti selvatici, a mangiare le pannocchie crude del mais, e a muoversi in un territorio grandissimo quasi totalmente vergine e selvaggio, dato che all’epoca i nativi non arrivavano a un milione di individui.

Monument Valley

Agli inizi del Seicento iniziarono ad arrivare coloni anche dal resto dell’Europa: nel 1624 gli Olandesi fondarono sull’attuale isola di Manhattan la città di Nieuw Amsterdam, che dopo esser stata conquistata dagli inglesi nel 1664 sarebbe divenuta la mitica New York. Negli stessi anni arrivarono anche i primi africani costretti in schiavitù: i primi giunsero in Virginia nel 1619 a bordo di una nave portoghese. La loro triste condizione non sarebbe mutata fino a che Abramo Lincoln nel 1863 abolì l’abominio della schiavitù, ma fino agli anni ‘60 del secolo scorso la condizione degli afroamericani rimase comunque di segregazione all’interno del loro stesso paese.

Nella seconda metà del Seicento arrivarono anche i Francesi, che presero possesso di quel territorio ancor oggi noto come Louisiana, che battezzarono così in onore del Re Luigi XIV. Qui negli anni a venire trovarono rifugio soprattutto ugonotti e protestanti, perseguitati in patria per il loro credo. Per lo stesso motivo arrivarono in America anche numerosi Tedeschi, e dopo la Rivoluzione Francese anche molti nobili di Francia presero il mare in cerca di salvezza. Alla fine del ‘700 ebbe inizio la migrazione dall’Irlanda, che dopo il 1845, per la grande depressione economica e la carestia derivate dalla malattia della patata (che costituiva la maggior fonte di alimentazione e sostentamento della popolazione irlandese), si trasformò quasi in un esodo.

Nell’800 arrivarono anche Scandinavi, Scozzesi, Italiani e Cinesi. In cerca di un mondo migliore, non tutti lo trovarono, ma tutti introdussero cibi e tradizioni proprie dei loro paesi d’origine, che andarono a mescolarsi con quelli già presenti, creando così una cucina variatissima e profumata, un gran calderone di sapori e ricordi in cui ognuno cercava di ritrovare una piccola parte di patria.

Come si è detto, i nativi insegnarono ai coloni a preparare minestre di zucca e stufare i fagioli, apprezzare il tacchino e cuocere i molluschi, usare lo sciroppo d’acero e anche a fare i mitici popcorn, o perlomeno qualcosa che gli somigliava, mentre gli olandesi diffusero frittelle e cialde dolci, i tedeschi l’insalata di patate e le mele con la carne, gli africani le spezie e il gombo, i francesi i pasticci, gli spagnoli il pesce con gli agrumi, gli inglesi i pudding e i pie. Se la cucina creola di New Orleans mescola sapori francesi e spagnoli, i piatti che oggi consideriamo più caratteristici della cucina americana e che sono ormai noti ovunque, pollo fritto, hot dog, hamburger e crocchette, pare che siano nati spontaneamente dal mix incredibile di ricette e sapori che ha attraversato questo sconfinato paese negli ultimi tre secoli.

Così, gli hamburger erano in origine una piccola bistecca sminuzzata, fatta saltare in padella e servita al sangue, e solo verso l’inizio del ‘900 venne usata la carne macinata, servita in un panino tondo e morbido. In seguito furono aggiunti altri ingredienti, come formaggio, pancetta, insalata e salse varie, e ora gli hamburger sono così alti che a volte è difficile addentarli!


E gli hot dog, che a New York vengono serviti praticamente a ogni angolo di strada nei caratteristici baracchini, pare siano stati inventati nel 1904 durante l’Esposizione Universale di Saint Louis, mentre il nome probabilmente è nato a Coney Island: in genere vengono serviti con senape o ketchup, ma anche con crauti, formaggio, sottaceti, peperoni piccanti e fagioli.

Adesso, se avete voglia di provare la cucina americana, vi consiglio due ricette molto popolari, sperando che siano state le preferite anche di Keith Haring. La prima è una delle tante versioni del pollo fritto, la seconda è la ricetta del mitico New York Cheesecake.

Fried Chicken

Ingredienti: un pollo da circa 2 kg, 1 uovo, 150 ml di latte, 250 g di farina, 250 g di lardo e 250 g di margarina vegetale (io preferisco mettere burro e olio di oliva, ma la ricetta originale richiederebbe questi ingredienti), 2 tazze di panna liquida, sale e pepe.

Tagliate il pollo a pezzetti, sbattete l’uovo con il latte e immergetevi i pezzi di pollo, scolateli e appoggiateli su un piatto salandoli e pepandoli su entrambi i lati, quindi passateli nella farina. Mentre scaldate il forno a 120°, in una grande padella fate sciogliere il lardo con la margarina (o il burro con l’olio), e al momento giusto disponetevi gentilmente i pezzi di pollo a friggere a fuoco vivo per circa 7 minuti per lato. Poi abbassate il fuoco, coprite parzialmente la padella e fate cuocere il pollo ancora per 20 minuti, fino a che assume un bel colore intensamente dorato. Scolatelo bene e mettetelo in forno al caldo. Ora preparate la salsa: prendete due cucchiai del grasso di cottura, aggiungetevi un cucchiaio e mezzo di farina e cuocete per 2 o 3 minuti, poi unite la panna e portate a bollore mescolando dolcemente, e mentre la salsa si addensa aggiungete sale e pepe. Servite il pollo bello caldo assieme alla salsa e vi sentirete subito in America.

New York Cheesecake

Per la pasta: 125 g di farina setacciata, 60 g di zucchero, 1 cucchiaino di buccia di limone grattugiato, 1 cucchiaino di buccia d’arancia grattugiata, 125 g di burro, 1 tuorlo, ¼ di cucchiaino di essenza di vaniglia.

Per il ripieno: 1250 g di ricotta, 440 g di zucchero, 3 cucchiai di farina, 1 cucchiaino e mezzo di buccia di limone grattugiata, 1 cucchiaino e mezzo di buccia d’arancia grattugiata, un quarto di cucchiaino di essenza di vaniglia, 5 uova e 2 albumi, 60 ml di panna liquida.

Mescolate la farina con lo zucchero e le bucce grattugiate di arancia e limone, unite il burro ammorbidito, il tuorlo e la vaniglia, e lavorate con le mani a formare una palla che terrete in frigo per almeno un’ora. Intanto scaldate il forno a 200° e preparate il ripieno: mettete nel mixer la ricotta, lo zucchero, la farina, le bucce di arancio e limone e la vaniglia, e fate amalgamare bene gli ingredienti, poi unite le uova e gli albumi montati a neve, per ultimo unite la panna lentamente.

Intanto avrete steso un disco di pasta in una teglia dai bordi abbastanza alti, lo avrete cotto per circa 20 minuti e lasciato raffreddare. Portate il forno a 250°, ungete i bordi della teglia e dopo aver spianato la pasta rimasta tagliate delle strisce che sistemerete lungo i bordi, saldandoli bene alla base già cotta. A questo punto versate dolcemente l’impasto del ripieno e cuocete per 10-12 minuti, poi abbassate la temperatura a 95° e cuocete ancora per un’ora. A cottura ultimata lasciate raffreddare la torta su una griglia, e servitela fredda dopo averla tenuta due ore in frigo. A me piace mangiarla anche senza il passaggio in frigo, ma la ricetta americana lo prevede, provate voi in quale modo vi piace di più.

Claudia Menichini

Claudia Menichini

Sono l'old lady della rivista, ma ho le stesse curiosità dei vent'anni. Amo l'arte e la vita degli artisti, gli archivi e le vecchie carte, i libri antichi e nuovi, la cucina e le storie che girano intorno al cibo, e la pittura botanica che pratico con risultati alterni!
Claudia Menichini
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