Il Quintetto Bartholdy illumina la notte di Santa Lucia

La sera di Santa Lucia, notte magica per eccellenza, quest’anno resa ancor più interessante da una luna straordinaria, mi sono avviata per le strade già silenziose di Pisa verso il teatro Verdi, dove era in programma – nel calendario dei Concerti della Normale – un concerto del Quintetto Bartholdy, un quintetto d’archi formato da straordinari esecutori che da diversi anni avevo voglia di ascoltare dal vivo.

I quintetti stabili sono molto pochi, in genere quando si vuole eseguire musiche per quintetto accade semplicemente che una viola sia invitata a unirsi a un quartetto d’archi (composto da due violini, una viola e un violoncello). Invece nel 2009, proprio per i duecento anni dalla nascita di Feliz Mendelssonh Bartholdy, i musicisti Anke Dill e Ulf Schneider, violini, Barbara Westphal e Volker Jacobsen, viole e Gustav Rivinius, violoncello, si unirono per dar vita al Quintetto Bartholdy. I cinque sono tutti virtuosi del loro strumento e con una lunga esperienza cameristica alle spalle.

quintetto-bartholdy

Entrando in teatro, la cosa che più si notava erano parecchi posti vuoti (forse il quintetto d’archi non è per tutti!), e purtroppo spiccava anche il brutto sipario con il carro di Apollo, dipinto da un pittore a dir poco dilettantesco, che faceva da sfondo ai leggii e alle sedie.

Mendelssonhn

Felix Mendelssohn Bartholdy

Il concerto però è iniziato subito bene, con il Quintetto n. 2 in si bemolle maggiore, op. 27 di Felix Mendelssohn Bartholdy (Amburgo 1809 – Lipsia 1847) compositore, direttore d’orchestra e musicista precoce, raffinato ed elegante: in lui il romanticismo non cade mai in eccessi o stranezze, ma è misurato e limpido. Il Quintetto n. 2 fu scritto nel 1845 a Francoforte, ma non fu pubblicato che nel 1851, dopo ben quattro anni dalla morte precoce dell’autore, che aveva deciso di non pubblicarlo perché non perfettamente convinto del finale. Mendelssohn infatti era un autore che rivedeva lungamente i suoi lavori, per far sì che la stesura finale risultasse colma di grazia e naturalezza. L’opera inizia con un Allegro vivace, in cui il primo violino emerge veemente ma sempre in armonia con il suono degli altri strumenti. Io però preferisco il secondo movimento, Allegro scherzoso, brillante e leggero, con molti deliziosi pizzicati. Il terzo movimento, Adagio e lento, è più struggente, allungato, con un certo tumulto che nasce dalle note del violoncello, mentre il quarto, Allegro molto vivace, è quello meno interessante, forse più di maniera.

Mozart

Wolfgang Amadeus Mozart

Secondo in programma era il Quintetto numero 3 in do maggiore, K 515 di Wolfgang Amadeus Mozart (Salisburgo 1756-Vienna 1791).  Mozart lo compose nel 1787 a Vienna: preso dalla stesura del Don Giovanni, si trovava però in gravi problemi economici, e decise così di comporre rapidamente alcune opere facilmente vendibili. Così scrisse questo bellissimo quintetto, e insieme il K 516 in sol minore, ma i due quintetti non furono mai acquistati da nessuno, forse troppo difficili per i dilettanti, e troppo inconsueta la formazione.

In questo quintetto i cinque strumenti sperimentano ogni possibile combinazione, in movimenti ampli e complessi. Mozart, come sempre, rivela la sua grandezza, e il violoncellista Gustav Rivinius, con la sua aria serena e lieve, sembrava veramente felice di suonare queste note. Dopo l’Allegro iniziale è stato il Minuetto a colpirmi particolarmente con una sorta di sottesa malinconia. Nel magnifico Andante violino e violoncello dialogano intimamente, e infine si giunge all’Allegro finale, in perfetto stile del Mozart degli anni leggeri della gioventù.

Portrait of Johannes Brahms (Hamburg, 1833-Vienna, 1897), German conductor and composer, Engraving

Johannes Brahms

Nella seconda parte del concerto è stato eseguito il Quintetto n. 2 in sol maggiore, op. 111 di Johannes Brahms (Amburgo 1833-Vienna 1897), composto a Bad Ischl, sulle Alpi Bavaresi, durante un soggiorno estivo nell’estate del 1890. Avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni del suo autore, il suo ultimo pezzo, col numero 111, lo stesso dell’ultima sonata pianistica di Beethoven, di cui Brahms si sentita l’erede artistico. Lavoro fra i più belli dell’intera sua opera, Brahms vi ha immesso il materiale tematico di quella che doveva essere una Quinta Sinfonia, poi abbandonata. Il primo movimento Allegro non troppo, ma con brio, ci ammalia con la voce melodiosa del violoncello e con i pizzicati che rimandano a valzer viennesi. La complessità della partitura contrasta con il pathos malinconico del secondo movimento, Adagio, con il suo andamento lento e quasi sospeso. Infine il quarto movimento, Vivace ma non troppo presto, con i ritmi delle amate danze ungheresi sapientemente rivisitate e la vibrazione degli archi, mi ha immerso completamente nell’animo di Brahms.

Il Quintetto Bartholdy ha eseguito perfettamente ogni brano, con coesione interpretativa e grande musicalità. Avrei solo desiderato un po’ più di intensità e di calore, ma forse era solo la luce della luna che aveva reso il mio animo più romantico.


Claudia Menichini

 

Claudia Menichini
Condividi l'articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Leggi articolo precedente:
Fine settimana con “Non ti pago”, brillante commedia eduardiana al Verdi

Un teatro come il Verdi non poteva non rendere omaggio a Luca De Filippo, il grande figlio d’arte che, prematuramente...

Chiudi