Il Pescione e la Pisa del ‘300

La storia di un ciarlatano nella Pisa del ‘300

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Questo mese Tuttomondo ha voluto dedicare l’uscita di Febbraio al tema della maschera poiché si avvicina il tempo del Carnevale. Vogliamo a questo proposito raccontarvi la storia, veramente accaduta, di un personaggio davvero boccaccesco definito dall’Inquisizione toscana del 1375 “publicum et famosum […] latronem et falsarium…” che seppe recitare tante parti ma senza mai usare maschera che non fosse la sua faccia. Parliamo di Sandro Vanni, detto Pescione, nato nel popolo di San Martino a Carcheri sulle pendici della bassa Val di Pesa, le cui recite ci sono state tramandate nelle carte dell’Inquisizione.

Il suo palco fu il clima di generale povertà, carestia e pestilenze nonché di ignoranza, ingenuità e rassegnazione di fronte alle probabili frequenti prepotenze degli sbirri nella campagna Toscana del ‘300. Il notaio estensore del suo atto d’accusa ne trascrisse solo 28 fra raggiri e truffe commesse nel giro di tre anni, tralasciando un gran numero di “gesta” minori commesse da Sandro.

Pescione talvolta bussava alle case dei semplici “comitatini” spacciandosi per Nunzio Esecutore degli Ordinamenti di Giustizia, oppure Difensore del contado, per estorcere piccole somme e pignorare lenzuoli, tovaglie, armi, e oggetti di modesto valore. Questo tipo di truffe non dovettero però dare grande soddisfazione a Pescione, e infatti non furono niente di originale nemmeno per il notaio che le riportò fedelmente in latino nel grande libro delle accuse.

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Inferno del Castello dei Vicari di Lari. Qui, al gelo e al buio venivano espiate le pene più gravi dai detenuti nella zona più sottorranea della fortezza.

Egli mise veramente alla prova il suo grande talento di attore e ciarlatano con ben altri raggiri, dove una minima ma essenziale infarinatura di nozioni giuridiche, una buona sicurezza di sé e la notevole presenza di spirito gli assicurarono il pane da mettere sotto ai denti, almeno per qualche anno. Dobbiamo, per amore del vero, dire che Pescione non si lasciò mai andare alle rapine o alle aggressioni. A lui la violenza non piaceva; Pescione era un signore al quale talvolta purtroppo restavano oggetti incollati alle mani o dalla cui bocca qualche bugia poteva pur scappare!

Nel pieno della carestia del 1375 si recò in alcuni castelli, ville ed ospedali (per esempio l’ospedale Santa Croce di San Miniato o Sant’Antonio di Ritacchio) presentandosi come fattore di un ricco e generoso mercante fiorentino, Niccolò degli Alberti, noto a tutti per le munifiche elemosine che era solito distribuire ai poveri. Dichiarò che il suo signore voleva fare una pia elemosina in grano ai bisognosi del luogo, ma che non avendo i sacchi per il trasporto non poteva far niente. Presi i sacchi senza grande fatica, li andò poi a rivendere al ricettatore di grano più vicino.

Nel 1373 raggirò una povera donna, moglie di un certo Rampino che abitava in via Ghibellina a Firenze. Si fece dare due sacchi e una tovaglia per conto del marito… o almeno così Pescione le garantì!

In una delle sue performances più brillanti commise anche un falso. Presentò una lettera a nome di un tale di nome Manetto da San Gervasio a Chiova, in Val d’Era, e riscosse indisturbato i suoi 40 soldi. Per mettere a tacere la rabbia di Manetto che presto lo scoprì, Pescione seppe evitare la denuncia risarcendolo alla sua maniera, ovvero regalandogli una bellissima spada da lui rubata, del valore di 40 soldi.

Come un topo si intrufolava nelle chiese rubando torchi e candele, pezzi di ferro, tovaglie e quant’altro. Se si faceva accogliere da qualche fondazione benefica per passar la notte, come successe nell’ospizio della Lastra, non era raro che i lenzuoli sparissero con lui la mattina seguente. A volte però, i periodi erano così duri che dovette accontentarsi di un deludente vomere in ferro preso in un campo vicino a Collegalli il quale, a suo dire, gli valse più fatica che denari.

Furbescamente, andava a rivendere la refurtiva nei mercati cittadini come quelli di Pisa e Firenze, a maggior prova della garanzia della sua buona merce e in luoghi lontani dai teatri delle sue imprese che gli permettevano oltretutto di realizzare somme più elevate poiché in città i prezzi erano sicuramente più elevati rispetto alla campagna. Una vita errabonda, fatta di reati e di un’abilità ciarlatanesca non indifferente ma che garantirono a Pescione solo la sopravvivenza e mai probabilmente la ricchezza.

Vi chiederete come sarà finita a Sandro di Vanni detto Pescione.

La croce nodosa, la spada e l'ulivo e le parole intorno "EXURGE DOMINE ET JUDICA CAUSAM TUAM" costituiscono il simbolo dell'Inquisizione.

La croce nodosa, la spada e l’ulivo e le parole intorno “EXURGE DOMINE ET JUDICA CAUSAM TUAM” costituiscono il simbolo dell’Inquisizione.

Alla fine della lunga lista di reati recitati in latino, il vicario, guardandolo negli occhi rilesse tutto, questa volta in lingua volgare. Gli pose i Vangeli sotto la mano per invitarlo a giurare di riferire la verità, e Pescione ammise tristemente che quanto aveva appena udito, era vero. Perché tristemente? Perché la fine dei ladri nel Medioevo era una e una sola (e Pescione lo sapeva) cioè la forca, giacché trasgredivano al reato più eversivo in una società che si identificava sulla proprietà. La fine di questa storia resta comunque sconosciuta poiché il secondo registro, quello delle pene, è andato probabilmente perduto o alluvionato. A voi lasciamo immaginare l’epilogo della vita di un povero ciarlatano che visse d’inganni.

 

Daniela Farina

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