“Il Nullafacente” e il valore del tempo

Domenica 12 marzo abbiamo assistito all’ultima replica di Il Nullafacente, ultima produzione del Teatro della Toscana, presentato in prima nazionale al Teatro Era.

«È grande colui che usa vasi d’argilla come fossero d’argento». È citato Seneca nell’introduzione allo spettacolo e nessuna frase sarebbe stata più adatta. Niente è più duttile del tempo, né tanto versatile. Niente rischia di essere perso con tanto rammarico come il tempo e, allo stesso modo, niente vale tanto, se ben utilizzato.

Gira tutta intorno a questa riflessione la drammaturgia di Michele Santeramo, che ci regala l’occasione per meditare su un tema, oggi più che mai caro a molti, ma ancora troppo spesso posto in secondo piano rispetto alle problematiche del quotidiano.

Un uomo (Michele Santeramo) e una donna (Silvia Pasello), marito e moglie. Lei non può far niente perché è malata in maniera terminale, lui sceglie di non far niente, con convinzione, nella certezza che sia meglio utilizzare il tempo che ognuno ha a disposizione, nel migliore dei modi, ovvero senza affaticarsi, senza affannarsi alla ricerca di cosa vane, senza aspirare ad una vita inutilmente migliore di quella che già si ha. La convinzione dell’uomo è spiazzante, i suoi ragionamenti tanto chiari da apparire ovvi e tanto paradossali da stordire lo spettatore, che resta attonito di fronte a scelte così scorrettamente lapalissiane da risultare condivisibili.

(foto di Guido Mencari)

Così, quando la moglie ammette la propria paura per la perdita di tutte le cose che la morte comporterà, nessuna rassicurazione ci appare più adatta di quella che le fa il marito: ognuno possiede soltanto se stesso e dunque la morte non potrà portarsi via niente se non la persona ormai morta che, a quel punto, non potrà accorgersi della propria mancanza.

E il marito? Non ha forse paura, il marito, di perderla? Ma non si possono perdere cose che non possediamo.

Ma perché non curarla? Perché non tentare di prolungare ancora un po’ il tempo che le rimane? Si chiedono gli altri tre personaggi in scena: il fratello della moglie; il medico, ex amante della stessa; e il proprietario dell’appartamento, l’esatto opposto del marito, un uomo che di notte sogna banconote in fila indiana, e dispera le mancate mensilità dell’affitto. Perché non cercare ancora tempo, dicevamo. Semplice: perché è inutile. Il tempo è un bene relativo, meglio vivere quel poco che abbiamo e farlo bene, soltanto così dieci secondi potranno avere più valore di molti anni vissuti ad accanirsi contro una morte che, prima o dopo, arriva comunque. Il tempo, se utilizzato bene, è oro, o in questo caso sarebbe meglio dire argento.

 

Regia e scena, firmate da Roberto Bacci, sono studiate nel dettaglio per accompagnare lo spettatore all’interno della drammaturgia. Parola d’ordine è l’essenzialità, una scenografia semplice e concreta, arricchita da un utilizzo delle luci funzionale e di massimo effetto. Uno spettacolo intenso, che in un’ora soltanto ci scaraventa davanti riflessioni inaspettate, amare, che ci obbliga a non restare indifferenti, che ci emoziona e ci fa anche ridere. Di un riso amaro però, del riso greve di chi percepisce ciò che vede e molto altro.

Lo spettacolo si conclude con l’inevitabile morte della moglie, mentre il marito è accanto a lei, dopo essere riuscito a farla sorridere ancora una volta. Arriva il buio in dissolvenza e per qualche interminabile attimo ce ne restiamo lì, in silenzio. Mentre applaudiamo i bravissimi attori (tra cui anche Michele Cipriani, Francesco Puleo e Tazio Torrini) ripenso a quel marito, così abile nel far valere il proprio credo anarchico nella scelta di resistere ad una vita che tenta di rubargli il tempo, e stoico quanto basta per resistere ad una morte, che il tempo se lo porta via senza chiedere. Ripenso a lui e a tutta la tristezza celata nei suoi sorrisi e non riesco a non chiedermi che ruolo abbia giocato la paura per la morte della moglie nella scelta di non fare più niente e se nelle giustificazioni addotte vi credeva davvero o cercava piuttosto di convincere se stesso.

Durante lo spettacolo il marito parla rivolgendosi a un bonsai, ispirandosi alla piccola pianta per la forza con cui riesce a vivere nel proprio vaso in piena consapevolezza, senza mai cedere all’aspirazione di farsi più grande, di diventare altro. Il bonsai vive nel suo vaso, nel suo tempo, godendosi ciò che ha. Anche quel coniglio bianco, che ci dà le spalle sulla locandina, ha i piedi ben piantati in un vaso: questo è il desiderio del marito e questo è l’invito che Santeramo fa agli spettatori.

«Anche noi siamo costretti, dal tempo, dalle persone, dal contesto, dentro una forma. Ma in questa forma, sappiamo trovare anche noi vita e bellezza?».

Fino al 19 marzo il Teatro Era invita gli spettatori di Il Nullafacente ad andare a visitare l’orto botanico di Pisa (l’ingresso è gratuito per chi presenterà all’ingresso il biglietto dello spettacolo). Un modo in più per continuare a riflettere e provare a godersi la lentezza del tempo che abbiamo, indipendentemente da quanto esso sia.

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