Il Bello del Classico: La Terra Desolata

Nell’arte dovrebbe esserci interpenetrazione e metamorfosi

T.S. Eliot

Ci sono opere che a una prima lettura rischiano di apparire incomprensibili. È il caso della Terra Desolata, di T.S. Eliot. Il poema che ha segnato l’inizio della modernità – e che meglio ha saputo ritrarla nella sua frammentaria e disorganica aridità – è anche uno dei più criptici del Novecento.

Accostarsi a queste pagine senza la dovuta preparazione è pericoloso (il rischio è quello di sentirsi inetti) e probabilmente, anche inutile. Per apprezzare questo libro, situato in una zona di confine dove s’incontrano filosofia e simbolismo, religiosità occidentale e spiritualità orientale, mitologia e quotidianità, è necessario armarsi di pazienza e desiderio: non sono indispensabili lunghi anni di studio o una cultura enciclopedica; ma spirito d’avventura, passione per l’indagine e voglia di approfondire, almeno in parte, un vasto universo letterario.

Come ogni impresa faticosa, tuttavia, esplorare La Terra Desolata può offrire laute ricompense.

Thomas_Stearns_Eliot_by_Lady_Ottoline_Morrell_(1934)

Il poeta premio Nobel T.S. Eliot

Ma di che cosa parla, The Waste Land? Il poema fu composto nel 1921 durante un momento di crisi psichica dell’autore. In quel periodo Eliot si trovava in cura a Margate e Losanna; l’opera rispecchia quindi una fase di drammatico cambiamento, individuale e collettivo.

Riassumerne in breve tutti gli argomenti è impossibile; ma se è vero che ogni opera d’arte si basa su poche, cruciali contrapposizioni, possiamo affermare che La terra Desolata indaga il rapporto che intercorre fra morte e rinascita.

È una poesia che riassume in sé gli elementi del rito d’iniziazione: per Eliot la civiltà occidentale non è più in grado di fornire adeguati strumenti di crescita interiore; la vita è ormai una landa sterile – desolata, per l’appunto – contrassegnata dalla perdita, apparentemente irreversibile, di valori innanzitutto spirituali.

La visione pessimistica di Eliot si basa su un’attenta osservazione del mondo borghese; fu senza dubbio influenzata dalla calamità della prima guerra mondiale e anticipa con intuizione profetica la disgregazione dell’identità oggi così diffusamente avvertita.

Questo panorama di frantumazione, unito alla ricerca di una via di scampo, divenne per Eliot la materia stessa della propria scrittura: La Terra Desolata nasce dalla giustapposizione di blocchi narrativi, descrittivi o riflessivi, di memorie e flussi di coscienza fra loro contrapposti – sebbene mai dissonanti – ispirati dalle più importanti opere di sempre. La Commedia di Dante, La Bibbia, La Tempesta di Shakespeare, le Upanisad e i discorsi del Buddha s’incontrano qua con la vita della casalinga, coi ricordi della nobile aristocratica o i pettegolezzi di un bar londinese.

la terra desolata

la terra desolata

L’obiettivo di Eliot è quello di illustrare la sterilità dello psichismo moderno, cercando scampo da una realtà soggettiva connotata da un senso di futilità e intessuta di luoghi comuni, dove anche il sesso perde la sua naturale capacità rigenerativa.

Man mano che ci si addentra in questo magmatico coacervo, nella confusione viene delineandosi un percorso, dettato dalla musicalità dei versi e dall’individuazione di temi ricorrenti, affrontati con un linguaggio che vira dall’ironico, o parodistico, a un respiro sempre più alto e drammatico, culminante nello splendido capitolo finaleCiò che il tuono disse.

Ci sono altri due libri la cui conoscenza (anche indiretta) è imprescindibile per la comprensione di The Waste Land. Uno è From Ritual to Romance, di Jessie L. Weston; l’altro Il Ramo d’oro, di Frazer. Sono entrambe opere di antropologia. La prima collega la ricerca del Graal a un antico rito di vegetazione, volto al recupero della fertilità perduta del Dio-Re, nella leggenda del Graal chiamato Re Pescatore. Questa figura è centrale nel poema di Eliot, e nei versi di chiusura si identifica con la voce stessa del poeta, come a suggerire il tanto sospirato recupero di un senso.

Ma tale senso non può darsi senza la sofferenza del trapasso.

Il TheWasteLandEpigraphdolore generato da questa contraddizione investe l’intero poema e lo carica di tensione: per questo molti lettori hanno messo in risalto il carattere lamentoso, negativo, del poema.

Ma quella che Eliot cerca (e costruisce) è una vera e propria metamorfosi. L’intento è suggerito in limine, con la citazione dal Satyricon di Petronio, dove la Sibilla Cumana, condannata a eterno invecchiamento nell’immortalità, invoca la morte quale suo unico desiderio.

Il concetto è ribadito nel celebre incipit, in cui è condensato il nucleo tematico dell’intero poema:

Aprile è il mese più crudele, genera
lillà dalla terra morta, mescola
memoria e desiderio, desta
radici sopite con pioggia di primavera.

Come fa il bruco con il suo bozzolo, Eliot utilizza i frantumi culturali della civilità e in cui vive e  puntella la propria crisalide con schegge d’opere altrui: le utilizza a scopo catartico, le rimaneggia alla maniera di un alchimista per una palingenesi personale, fino ad avvolgersi nelle fiamme purgatoriali, in attesa della pioggia imminente, portatrice di pace e – presumibilmente – di una nuova condizione esistenziale, corroborata dall’acqua della vita dopo tanta aridità.

Per quanto complicata, La Terra Desolata è un’opera che, con un po’ di sforzo, si lascia intendere. E che vale la pena di leggere, perché attuale: parla dei nostri giorni disgregati, sempre più incerti, immersi in un marasma culturale che lascia pochi appigli alla comprensione di sé e del prossimo.

In un mondo destinato a patire ancora a lungo, e forse fino all’estremo, le conseguenze di una progressiva alienazione, sedotto dalle lusinghe di una visione egoica, scollegato dalla natura e sbriciolato nell’ansia dovuta all’assenza di futuro, fra esoterismo a buon mercato e venditori di verità usa e getta, leggere La Terra Desolata di Thomas Stearn Eliot – magari nella bella edizione curata da Angelo Tonelli per Feltrinelli, o nella splendida versione musicata di Stefano Benni – potrebbe rivelarsi, davvero, un piccolo gesto rivoluzionario.

IOFilippo Bernardeschi

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