Giovanni Vannozzi parla di “Long Playing- vita a 33 giri”

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Giovanni Vannozzi nasce a Pisa, la scrittura è una sua passione fin da bambino. Giornalista per diversi periodici e riviste, approda alla sua prima pubblicazione letteraria nel 2010 con Basta, smetto” (Edizioni ETS). Tanti i progetti successivi, tra questi la collaborazione con la casa editrice MdS, con la quale ha partecipato al collettivo degli Ottomani con Sulle Spallette alle nove” e al progetto per portare la scrittura in carcere dal quale è nata la raccolta antologica “Favolare”.

Una incontro virtuoso quello con MdS che lo ha portato alla pubblicazione della sua prima antologia di racconti, “Long Playing- vita a 33 giri“, per la collana Cattive strade. La raccolta è suddivisa in due parti proprio come un vecchio Lp (side A: anni ’80 – ’90; side B: anni ’90 – 2000), che ripercorrere la vita, gli umori e i cambiamenti della Pisa degli ultimi trent’anni, attraverso gli occhi di diversi personaggi (bambini, adolescenti e adulti) che sono cambiati e cresciuti insieme a lei.

Giovanni Vannozzi, quando ha iniziato a scrivere?

«Ho iniziato a scrivere in prima elementare, in occasione di uno dei pochi concorsi letterari dell’epoca, era l’anno 1978-79. Vinsi con un racconto e nello scriverlo mi resi conto che mi tornava più congeniale scrivere piuttosto che parlare. Da allora la scrittura mi ha sempre accompagnato. Poi nel 2010 iniziai a frequentare un circolo letterario di Pisa, si chiamava Pink House: era tenuto da Mariangela Casarosa in un attico di via di Pratale; li ho conosciuto il professor Pardi che mi propose di sottoporgli qualcosa di mio da leggere per presentarlo a un concorso letterario. Avevo tra le mani alcuni racconti, che ristrutturai in forma di romanzo, uscendo con la mia prima pubblicazione: “Basta smetto” (Edizioni ETS). Da lì ho continuato a scrivere articoli, racconti, a fare concorsi, ho pubblicato anche “Il primo amore”, dove tra i fondatori c’era Tiziano Scarpa e la professoressa Carla De Benedetti. Fu proprio lei a convincermi ad insistete con la scrittura dopo aver letto il mio primo romanzo.

In ultimo è arrivata la conoscenza con Fabrizio Bartelloni e il mio incontro con MdS Editore nel 2014 in occasione del progetto collettivo degli Ottomani con “Sulle Spallette alle nove”. Dopo il successo del libro, è nata una bella collaborazione con MdS Editore nonché una sincera amicizia con Fabrizio che dura tuttora».

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L’ultima pubblicazione, “Long Playing- vita a 33 giri” (MdS Editore), è una raccolta di racconti. Come mai?

«In realtà avevo una serie di racconti riposti in un cantuccio da un po’ di tempo. Quelli con protagonisti dei bambini –  i primi della raccolta – li avevo scritti nel 2010, mentre gli altri nell’ultimo anno. Così ho iniziato a sistemarli con l’idea di farci una raccolta; proposi l’idea a MdS e da lì ho iniziato a lavorare per creare un libro che raccontasse i miei ultime trent’anni di vita (dai 10 ai 40 anni) attraverso i rioni, i quartieri della Pisa che ho vissuto e visto. Ecco perché all’interno del libro i primi racconti hanno come protagonisti dei bambini che parlano con il registro proprio dell’infanzia.

Inizialmente i racconti non avevano la forma musicale, ma rileggendoli mi sono reso conto che tutti avevano un’atmosfera e una personalità molto riconoscibile esattamente come in un disco musicale. Così ho pensato di organizzare la raccolta come un album con delle tracce musicali. A questo punto mancava solo il titolo e la copertina per le quali devo ringraziare Fabrizio Bartelloni e il grafico di Mds, Carmine Santengelo, che, in una serata insieme, carta e penna alla mano in un baleno ha creato il vinile stilizzato della copertina del libro».

I racconti sono tutti ambientati a Pisa. Perché questa scelta?

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Vannozzi (a sx) con Bartelloni

«L’idea di base era quella di offrire uno sguardo diverso, capace di raccontare Pisa allontanandomi da certi cliché letterari riguardanti la città. Per farlo ho pensato di partire da come io ho conosciuto la città fin da bambino. Ho ricevuto un’educazione molto rigida e severa. Mio padre è sempre stata una figura molto autoritaria – non a caso le figure paterne nel libro non sono mai descritte in modo troppo simpatico – ma io, fin da piccolo, sono sempre stato molto insofferente verso ogni forma di autoritarismo. Questo significava disobbedire spesso a mio padre e scappare quando possibile per andare a esplorare la Pisa che non conoscevo e che non volevano che vedessi. Questa curiosità di conoscere ed esplorare poi me la sono portata avanti fino a oggi, anche se addolcita, forse, da un pizzico di maturità!».

Quanto c’è di lei nel libro?

«Di realmente autobiografico non c’è niente, ma c’è un estratto vitale che resta e permane nel libro. Il punto di vista dei racconti infatti è il mio punto di vista. Molti episodi li ho inventati, ma il loro contorno è assolutamente reale».

Il racconto a cui è più affezionato?

«Overdose di amore, il racconto di Stefano, il ragazzo transessuale che muore alla fine del racconto, uno degli ultimi del Side A. Stefano infatti è esistito davvero, abitava in via Piave. Non lo conoscevo bene, ci avrò parlato forse una decina di volte, ma era una persona molto buona, di cui conservo tuttora un ricordo molto forte. Mi dispiacque e mi colpì molto la notizia della sua morte».

Quanto è diversa la Pisa di oggi rispetto a quella dei suoi racconti?

«Potrei rispondere attraverso uno dei racconti del libro, “Quella dei Kiss“, in cui un vecchio amico di passaggio a Pisa, dopo averla lasciata definitivamente, al suo rientro ovviamente non fa che sparare a zero sulla città e su come è cambiata. Ma è solo un gioco delle parti, io infatti sono uno di quelli che dopo aver lasciato la città per altri lidi ci sono voluto ritornare. Certo la Pisa di oggi non è la Pisa degli anni ’80, ma resta una città a cui sono molto affezionato. Ne amo la struttura dell’urbe, mi piace il suo essere una cittadina raccolta, mi piacciono le spallette del Lungarno da cui si vede la curva del fiume che corre libero verso il mare. Questo senso di libertà mi fa sentire bene».

Lo stile dei racconti è molto riconoscibile: un linguaggio sporco, colloquiale ma mai banale. Ci sono dei modelli a cui ha guardato?

«Mi piace molto la letteratura inglese: Joyce, Nick Horby, Jonathan Coe, ma anche Carver e Bukowski. Di loro mi piace la scelta di usare un linguaggio sporco e ruvido. Accanto alla letteratura anglosassone, mi sento vicino anche a quella nord-americana, in particolar modo a Kerouac e agli autori della Beat generation. Sono autori che mi hanno aperto nuovi orizzonti, anche se nello scrivere seguo molto i miei gusti, senza attenermi a una linea necessariamente definita».

Abbiamo intuito che la musica è una componente centrale del libro. Perché?

13122845_961644633950954_1883717340420281630_o«La musica è, da quando ho ricordo, una componente fondamentale della mia vita. Mio padre suonava, così  ho la musica mi ha  accompagnato nei momenti belli e in quelli brutti fin da bambino. Molti dei miei ricordi sono legati a una traccia musicale. Nel libro infatti ho inserito spesso citazioni o brani musicali – spesso musica inglese – e musicale è la struttura della raccolta nella sua interezza. In fondo il leitmotiv del libro è proprio la musica, una musica che accompagna le mie storie attraverso i cambiamenti avvenuti in me all’interno di una città che negli ultimi trenta anni ha mutato e continua a mutare il suo volto».

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Biancamaria Majorana

 

 

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