Giorgio Montanini. Fra satira, amore e vigorsol

Lo scorso 23 febbraio, al Teatro Lux di Pisa, ha avuto luogo la serata-tributo nazionale al comico americano Bill Hicks, The burning flag, giunta alla quarta edizione. L’ospite principale della serata è stato Giorgio Montanini, attualmente il miglior comico satirico del nostro Paese.
Un’ora prima dello spettacolo, nella penombra del teatro, ci siamo concessi una birra e una bella chiacchierata. 

Giorgio, partiamo proprio da Bill Hicks e dalla tua partecipazione a questa serata. Perché hai scelto di esserci e cosa rappresenta per te Bill?
«La mia scelta di partecipare collima con quello che per me è Bill Hicks. Da un punto di vista tecnico rappresenta il passaggio alla stand-up comedy moderna. Come Lenny Bruce, a suo tempo, ha fatto il suo sacrificio, Bill secondo me ha fatto il secondo grande salto. La satira moderna è frutto di quel periodo lì. Quel modo di interpretare la società in maniera più attuale. Di geni ne nascono due ogni cent’anni. E come tutti i geni che devono restare impressi nella storia e nei millenni, entrambi non hanno avuto la giusta considerazione in vita. Io ho fatto più televisione di Bill Hicks, che è un’assurdità».

Infatti con Letterman ha avuto problemi di censura, le scuse sono arrivate solo vent’anni dopo.
«È così. Come per Lenny Bruce si sono fatti film e celebrazioni vent’anni dopo la scomparsa, anche per Bill Hicks sono arrivate postume le scuse e le dediche di album musicali, ad esempio. Letterman si è trovato nella situazione di dover chiedere scusa alla madre di Hicks in diretta televisiva perché era ormai acclarato che Bill fosse avanti con la sua comicità, una comicità che oggi sarebbe normale. Penso a Doug Stanhope, che forse è più cattivo, mostra più cinismo nei confronti del pubblico. Ma probabilmente senza Bill Hicks non sarebbe esistito. L’insulto al pubblico sarebbe stato mal interpretato. Anche io, senza inventarmi nulla, lo faccio perché si è creato un background culturale favorevole. E quella strada l’ha aperta proprio Bill Hicks. È sempre uno che rivoluziona e apre la strada agli altri. In Italia ho portato io questo tipo di comicità, ma non mi sono inventato niente, lo avevano già fatto quaranta, venti anni fa. Non sono un capostipite».

C’è da dire che Bill Hicks è arrivato a molti, in Italia, grazie al caso Luttazzi. Cosa pensi in proposito?
«C’è poco da dire: se stavamo nel 300 dopo Cristo c’era la parola tua contro la mia. Qui ci sono i video».

Ma lui si è sempre difeso senza mai ammettere colpe.
«Beh, ma se io vado, che so, nel Burundi, e faccio due ore di “essere o non essere” e prendo gli applausi e dico: “Grazie grazie, questa cosa l’ho scritta l’anno scorso”, cosa faccio? Un’opera di disonestà intellettuale. Se tu dichiari prima che il tuo monologo è di George Carlin, allora io ti ascolto volentieri. Anzi, ti ringrazio se me l’hai fatto ascoltare. Ma se non lo dici, le chiacchiere stanno a zero.
Io ero un fan innamoratissimo di Daniele Luttazzi, ma poi ho scoperto di aver amato i comici che lui utilizzava. Penso anche alla battuta di Carlin sulla falena modificata in “mosca”, perché la “c” dura fa più ridere. Cioè: de che cazzo stiamo a parlà?».

Hai lavorato in Rai. Ci sono mai state censure nei tuoi confronti?
«Non c’è stata mai censura, ma un compromesso forte che devi fare con la rete. La gente deve iniziare a capire che i rivoluzionari da salotto sono i più pavidi. La rivoluzione va fatta sul campo, dove si butta il sangue. E se tu pensi di fare gesti eclatanti andando in tv e vantandoti di aver detto certe cose, fai bene o male alla rivoluzione culturale? Questo bisogna pensarlo. Se io facessi il monologo integrale di stasera in seconda serata su Nemico Pubblico su Rai Due, per esempio, allontanerei o avvicinerei il pubblico? Lo allontanerei. Ti respinge perché è troppo distante dal pubblico di Rai Tre, dove faccio i live. E per entrare in contatto con quel pubblico non puoi farlo come un treno merci. Non si può fare come quei fighetti che dicono: “Ho detto queste cose in televisione!” Bravo, poi ti hanno chiuso il programma perché non ti vede nessuno. Quindi la mediazione è fondamentale – senza snaturarti, ovviamente – per esprimere gli stessi concetti in un modo non aggressivo come il live. Perché col live crei un’empatia col pubblico a differenza della tv, che toglie più del 40 per cento del potenziale a un comico. Il compromesso è giusto, poi mano a mano sali con l’asticella».

Giorgio Montanini (grazie a Daniela Olivieri per la foto)

 

«Sono favorevole alla satira, MA…». Cosa bisogna fare per eliminare quel “MA”?
«Mai togliere quel “ma”. La satira esiste perché esistono quelli che dicono di essere “favorevoli alla satira, ma”. Se non esistesse la satira, potrebbe essere sia bellissimo che terribile. Bellissimo perché non ci sarebbe più bisogno di evidenziare le contraddizioni della società moderna, perché è talmente evoluta che l’uomo non vivrebbe più delle contraddizioni e delle sovrastrutture imposte dal potere che controllano così le persone. Sarebbe un mondo evoluto. Lì la satira sarebbe bene che non ci fosse. Se invece manca la satira, la parte brutta è perché ci sarebbe una dittatura che la mette a tacere. Quindi finché c’è qualcuno che la osteggia, la satira ha senso di esistere. Ben vengano quelli che odiano Charlie Hebdo, i miei monologhi, Bill Hicks, Luttazzi, eccetera».

Come sta la stand-up comedy italiana?
«È appena nata. È come un bambino. Tu sai che i bambini sono fragili e incapaci di fare certe cose, ma sono praticamente invulnerabili, più degli adulti. La vita che sta per partire lo rende molto più forte nei confronti delle sollecitazioni esterne. La stand-up comedy italiana è ancora fragile, ma noi siamo inossidabili».

Come procede la tua battaglia contro i luoghi comuni, come quello della paternità?
«Il comico satirico, Bill Hicks compreso, non vive quello che voi pensate possa vivere un comico. Un comico non è un rivoluzionario come uno che fa delle battaglie. Il comico è un poveraccio che sta male e che ha solo bisogno di sfogarsi e dire le cose ad alta voce per stare un po’ meglio. Non è lì per cambiare le cose».

Deve essere quindi peggiore di quello che dice.
«È vero. Dico sempre che bisogna pagare un prezzo. Tutti i comici più famosi che conosci hanno pagato un pezzo di carne e di sangue. La gente non lo sa. Bill Hicks che parla di droghe parla prima di tutto di se stesso. Come per le sigarette e la fidanzata che lo lascia. Non fa il figo, semmai lo diventa dopo. Nessun artista che si rispetti parla di cose belle. Se uno si approccia alla comicità e ne parla, o la conosce o deve stare zitto. La comicità nasce per raccontare le tragedie e miserie e lo fa attraverso la risata. Un comico deve far ridere, certo, io contesto il ridere per ridere: in questo caso, il comico migliore è la macchina per il solletico».

Quanto è importante per un comico metterci il cuore?
«Fondamentale. Dove vai sennò? Ecco, della stand up comedy di oggi mi preoccupa che possa avere un buco temporale. Satiriasi, da dove vengo io, aveva delle linee guida. Ci siamo controllati a vicenda per crescere bene, insieme, con uno stile corretto. Perché c’è da spiegare a tanti nuovi aspiranti comici che non posso fare quel che vogliono. È una stupidaggine».

Diventa forse un mero esercizio di stile?
«Anche, ma soprattutto diventa un cinismo inutile, il black humour anglosassone che in Italia non funziona. Puoi avere una tecnica raffinata, ma col cuore tappato. Non sei un comico, sei un tecnico. E la tecnica è il 5 per cento, il 95 è il talento. E come diceva Woody Allen: comico ci nasci».

Questa tua frase mi è piaciuta un sacco: «Ho imparato ad amare mia figlia dopo tre mesi che stava a casa mia, perché prima era una sconosciuta». E allora domanda spiazzante e forse da rivista patinata: cos’è l’amore per Giorgio Montanini?
«No, con la premessa che hai fatto è una bella domanda, centrata. Hai fatto riferimento al mio monologo. Beh, l’amore – non nell’essenza – è una convenzione per come viene spacciato e così la gente si ritrova ad amare per forza certe cose o a sentirsi in colpa se non ne ama altre o se non ama come la società ti dice che devi fare. L’amore è un sentimento che ha delle caratteristiche. Se parli d’amore e queste caratteristiche vengono meno, sei falso, sei ipocrita. Hai scritto delle regole tue, false. Non sai quante persone mi hanno avvicinato dicendomi: “Anche io non ho amato mia figlia dal primo momento che l’ho vista”. Perché è normale, è giusto che sia così. Cioè, un conto è non amarla, un conto è sentire che daresti la vita per lei fin da subito: è diverso, eh. Ma l’amore è una cosa che si costruisce piano piano. Mia figlia posso dire di averla iniziata ad amare da poco, ha quasi un anno e c’è davvero un rapporto, uno scambio quotidiano. Questo è l’amore. L’amore fatto sulla carta è ipocrisia».

«Tre chili e una vigorsol» dicevi di tua figlia sempre nel monologo.
«Esattamente. Tre chili e cento, quindi forse qualche pacchetto di vigorsol…».

Da Nibiru a Per quello che vale… (che stai portando a teatro), come sono cambiati Giorgio Montanini e il suo pensiero?
«Nibiru, scritto tra il 2010 e il 2011, era proprio un’altra cosa rispetto a quello che faccio oggi. Anche sul palco c’era tutta un’altra presenza scenica. Ora mi sento davvero padrone del palco. La qualità dei monologhi migliora ogni anno, o almeno finora è sempre stato così, vedremo in futuro. Affinando la tecnica, poi, la tua forma mentis cambia. Cambia quanto di metti in discussione. All’inizio, quando cominci a scrivere monologhi, hai delle idee più ferree, più monolitiche e su alcune cose magari non la penso più come prima. E avere la sensibilità di dire “aspetta, forse ho detto una cazzata”, ti fa fare magari dei monologhi meno popolari, ma più belli. Per quello che vale… segue questo concetto, e lo ritengo un monologo selettivo. Se sei un neofita non partire da questo, ecco».

Crozza, Grillo e Brignano sono considerati i più grandi comici satirici in italia. La cosa non ti fa incazzare?
«Ci sono due ambiti. Uno è quello dei gusti comici, l’altro del tipo di comicità.
La comicità di Brignano è stata derubricata dalla storia come comicità da avanspettacolo, da villaggio turistico. La cultura l’ha messa lì. Perché anche chi ha rivalutato il pop come Andy Warhol e chi fa “comicità pop”, che non è necessariamente leggera (ma è comunque non satirica), non è minimamente assimilabile alla comicità di Brignano o Pintus.
Si parla di gente come Jim Carrey, Robin Williams, Bill Cosby. Ascoltati i monologhi di Robin Williams e vedi se c’è qualcosa di paragonabile a Brignano. Quello che fa Brignano è solamente frutto di una paralisi culturale che c’è stata in Italia e che ha permesso di riproporre l’avanspettacolo degli anni Cinquanta – tipo Totò, ma allora aveva un senso –, che ora è anacronistico. E chi in questo caso parla di gusti è un ignorante.
E poi. Se si vuole parlare di satira, occhio: ci sono delle oggettività. La satira ha delle caratteristiche che non sono state inventate né da Giorgio Montanini, né da Bill Hicks, né da Lenny Bruce, ma sono 2.500 anni che la satira è così. Ascolti Brignano, ascolti Grillo, ascolti Crozza e capisci immediatamente che quella comicità non è satirica. Il fatto che noi vivessimo in un paese in cui non c’era traccia di una vera comicità satirica tranne, a suo tempo, Luttazzi, non giustifica il trombone che dice che quella di Grillo, Crozza e Brignano è l’unico esempio di satira in italia. Crozza è evidentemente reazionario nella sua comicità, è contrario alla satira».

Qual è la cifra stilistica della tua comicità? Cioè, cosa ti contraddistingue dagli altri?
«Mi contraddistingue dagli altri solamente il fatto che in Italia non lo fa nessuno, o siamo in pochi. Per il resto nulla di diverso dalla comicità di tutto il mondo: attuale, moderna. Nulla di più».

Francesco Bondielli

Nasce nel 1990, scrive per mangiare e beve per scrivere.
Ama le vecchie canzoni e le ragazze con le doppie punte, non sopporta i palloncini e il caffè a un euro e dieci.
Giornalista prestato alla scrittura e scrittore prestato al giornalismo, non sa dove andare. Ma comunque ci va.
Francesco Bondielli
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