Getaway! al cinema Lanteri

The Getaway, Sam Peckinpah, 1972

 

10719338_10152315184036780_343818640_nPer la rassegna cinematografica “Steve McQueen – The King Of Cool”, organizzata dal “Circolo del Cinema Pisa Film Forum”, presso il Cinema Lanteri, Martedì 21 ottobre alle ore 19:15 e alle 21:30, verrà trasmesso Getaway! (The Getaway, Sam Peckinpah, 1972) in versione originale con sottotitoli in italiano.

Tra 1969 e il 1972 il regista californiano Sam Peckinpah ha realizzato pellicole che hanno decretato la fine del western classico, dando vita a qualcosa di diverso, di crepuscolare, di sporco.

È infatti con l’espressione “dirty westerns”, coniata dal critico cinematografico Richard Schickel, che si possono definire alcuni suoi capolavori come Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch, Sam Peckinpah, 1969), La ballata di Cable Hogue (The Ballad Of Cable Hogue, Sam Peckinpah, 1970) e L’ultimo buscadero (Junior Bonner, Sam Peckinpah, 1972): tre pellicole che hanno ridisegnato i termini della nuova poetica del western, presentando non personaggi “pulitini e graziosi” ma solo “gente che ha paura della vita”.

Peckinpah nei primi mesi del 1972 comincia a girare anche il suo primo action-movie: Getaway!.

È la classica storia di un ladro, di un donna amata, di complotti che si compiono dietro le quinte dei protagonisti “positivi”, di un inseguimento e di un finale beffardo e ironico. La sceneggiatura è scritta da un giovane Walter Hill – che negli anni ’70 e ’80 sarebbe diventato uno dei più quotati registi di film d’azione americani – mentre il soggetto proviene da un romanzo di Jim Thompson.

La penna di Hill dà l’opportunità a Peckinpah di liberarsi dai vincoli legati al genere del giallo con la coppia in fuga e creare così delle situazioni inedite, ironiche, iconiche.

Le prime inquadrature del film, su cui scorrono i titoli di testa, ci mostrano le strutture della prigione in cui è incarcerato Don McCoy (Steve McQueen) e al di fuori di esse sono presenti dei cervi al pascolo. Questo parallelismo visivo può essere letto in maniera ambivalente: un primo livello di lettura ci può suggerire come sia il detenuto McCoy che l’animale stiano vivendo un periodo di non-libertà, di restrizione territoriale, mentre una seconda lettura può indicarci un accostamento tra l’animale selvaggio e l’uomo carcerato (poiché selvaggio).

La natura selvaggia dell’uomo, da sempre uno dei cardini della poetica di Peckinpah, è qui affiancata al vitale rapporto/apporto di sua moglie Carol (Ali MacGraw).

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Negli otto minuti iniziali della pellicola si nota come il montaggio alternato adottato dal regista californiano sia lo strumento cinematografico per far raccontare al detenuto McCoy il suo desiderio, attaccamento, mancanza della donna che lo può portare fuori le sbarre. Nonostante i compromessi – fisici e morali – a cui è scesa la donna (quante volte Peckinpah è stato accusato di essere antifemminista!) la coppia arriverà fino in Messico, la vera terra promessa sia per McCoy che per Peckinpah stesso.

McCoy è uscito di prigione grazie all’intercessione di Jack Beynon (Ben Johnson), un politico corrotto e dalla fedina penale sporca, che gli offre di compiere una nuova rapina con l’aiuto di alcuni suoi collaboratori, Frank (Bo Hopkins) e Rudy (Al Lettieri). Il tutto si rivelerà un piano truffaldino per far fuori McCoy.

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L’assedio finale al motel è una trasposizione metropolitana delle sparatorie che hanno reso grandi i suoi western, dove il regista compie la medesima operazione che attueranno in larghe fette delle loro filmografie il già citato Walter Hill e John Carpenter.

I personaggi creati da Thompson, riscritti da Hill e plasmati da Peckinpah non risultano mai tagliati con l’accetta: i “buoni” acquistano un’indole crepuscolare propria dei desperados peckinpahniani, i “cattivi” non hanno niente di terreno, basti pensare alle violenze compiute dal rapinatore Rudy (Al Lettieri) ai danni della coppia che prende in ostaggio durante l’inseguimento dei McCoy.

Peckinpah riesce dunque a traslare la sua poetica western in un ambiente cittadino senza però dimenticare i veri pilastri del suo fare cinema: l’uomo contro l’uomo e il mito della frontiera.

 Tomas Ticciati

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