Il Requiem di Verdi e il commiato di Gardiner

PISA – Giovedì 20 settembre il Duomo di Pisa si è conclusa la XVIII edizione del festival Anima Mundi, un concerto che ha visto salire sul podio il direttore artistico uscente Sir John Eliot Gardiner, al quale è subentrato – proprio da questa edizione 2018 – il M° Daniel Harding. Si è trattato quindi di un concerto “di commiato” del M° Gardiner che, dopo dodici anni alla guida di Anima Mundi, ha salutato Pisa e il suo pubblico con il Requiem di Giuseppe Verdi.

Quest’anno Gardiner esce dalla sua zona di conforto e sceglie di dedicare l’ultimo concerto a un autore all’Ottocento; una scelta che ha stupito e incuriosito e che sicuramente ha accresciuto l’interesse da parte del pubblico per l’evento.
La Messa da Requiem di Verdi è una composizione sacra monumentale, sia per le dimensioni sia per il suo impatto sullo spettatore, e ha subito una genesi piuttosto turbolenta. Scritta appositamente per celebrare il primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni, è in realtà figlia di un ben più ambizioso progetto, ossia della famosa Messa per Rossini: alla morte del compositore pesarese – nel 1868 – Verdi propose per commemorarne il primo anniversario l’anno successivo la stesura di un Requiem per così dire collettivo, in cui le varie sezioni fossero composte da diversi autori (dodici più lo stesso Verdi). Per cause contingenti, pur essendo la Messa già completata, non se ne fece nulla e non venne mai eseguita; l’idea di una grandiosa Messa da Requiem venne recuperata dal Cigno di Busseto nel 1873, in occasione, appunto, della morte di Alessandro Manzoni. 

Sin dalle prime battute, ove i violoncelli dell’Orchestre Révolutionnaire et Romantique intonano un canto grave e sommesso, quasi originasse dalla terra stessa, il M° Gardiner evoca un colore monocromo e plumbeo. Dalla triade minore degli archi si leva il canto, sottovoce, del Monteverdi Choir, che stavolta si presenta di dimensioni ragguardevoli, fino al maestoso, arcaico Te decet hymnus che conduce senza soluzione di continuità all’ingresso dei quattro solisti nel Kyrie. Introitus e Kyrie si presentano come di natura quasi contrapposta: il primo talmente intriso del più puro spirito della musica sacra che quasi emana odor d’incenso e a ogni passaggio abbonda di richiami agli antichi maestri, soprattutto Palestrina, il secondo nettamente più improntato alla musica operistica ma parimenti ricco di tutte quelle arditezze armoniche e timbriche di cui Verdi ha saturato il suo Requiem. Episodi come il pirotecnico Dies irae, che Gardiner dirige con piglio severo e sanguigno, sono certamente di ottima riuscita, cionondimeno si registrano alcuni momenti dove il direttore – solitamente tanto acuto e penetrante – non coglie pienamente nel segno: è il caso, per fare un solo esempio, del Tuba mirum, per il quale il Maestro del Dorset sceglie un tempo eccessivamente corrivo, che spegne il particolare carattere voluto da Verdi ossia di monumentalità, di pesantezza, di terrore nel vedersi schiudere i cieli e comparire le sette trombe dell’Apocalisse, cosa che svilisce la formidabile sezione degli ottoni dell’orchestra.

Da sinistra: Sir John Eliot Gardiner, Corinne Winters, Ann Hallenberg, Edgaras Montvidas e Gainluca Buratto.

Il resto della Sequenza sino all’Offertorio incluso è dominio incontrastato dei solisti, cui il compositore offre splendide parti. Una delle più celebri di queste è senza dubbio l’Ingemisco che viene affidato al tenore, in questa sede al lituano Edgaras Montvidas, che purtroppo non si dimostra all’altezza delle aspettative. Si preoccupa molto di sfoggiare un timbro squillante e intenso, ma l’effetto percepito dallo spettatore è di uno sforzo continuo: in alcuni passi di questo Requiem, per ragioni d’interpretazione, è anche ammissibile che si ricorra a un canto piuttosto “caricato”, ma non in ogni momento perché risulta davvero pesante e anche abbastanza faticoso da digerire. Discutibile anche la performance del soprano Corinne Winters: cantante di chiara fama, si presenta nell’esecuzione del capolavoro sacro di Giuseppe Verdi un po’ sottotono, a tratti incerta nell’intonazione e generalmente poco convincente. Ognuno può avere una «giornata no», tuttavia il brutto del mestiere del musicista (e del critico) è che si giudica sulla singola esecuzione, indipendentemente da quanto venga fatto prima o dopo di essa.

Ottimi ex aequo, invece, il mezzosoprano svedese Ann Hallenberg e il basso italiano Gianluca Buratto. Il M° Hallenberg ha immediatamente imposto la sua presenza dalle prime battute di quello che è sostanzialmente il recitativo del Liber scriptus, parole pronunciate con una voce ferma e salda come una lancia che però nei numeri successivi – in particolare il Quid sum miser e il soave Recordare – si è dimostrata duttile e cangiante, perfettamente in grado di passare con disinvoltura da accenti squisitamente drammatici a toni più intimi e meditativi. Gianluca Buratto, invece, più che una voce da basso ha un tuono: oscuro, possente, sovrasta l’orchestra anche nelle situazioni più concitate con signorile compostezza e il calore di un contrabbasso.

Si tratta indubbiamente di un’esecuzione ragguardevole (e non poteva essere altrimenti), tuttavia non era al livello cui Gardiner ci ha abituati in questi anni: quella sua precisione, quella sua pregnante visione d’insieme in questo caso non erano presenti come in altre occasioni, estendendo queste considerazioni naturalmente a tutto il resto del cast artistico. Il riscontro dell’esecuzione è comunque da considerarsi molto positivo: pur essendo ravvisabili diverse debolezze nella lettura dell’opera verdiana, l’interpretazione di Gardiner non manca di eleganza e fascino, colla sua straordinaria capacità di creare nello spettatore un animo perturbato e commosso o atterrito e inquieto, come nel caso della terrificante climax conclusiva del Libera me, Domine e della lunga coda finale che tocca veramente le corde del cuore; ma soprattutto, non si può non parlare del lunghissimo applauso finale, l’affettuoso saluto da parte del pubblico a chi per dodici anni ha reso Pisa uno dei luoghi più in vista nel panorama musicale mondiale.

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Luca Fialdini

Classe '93, ho strappato una laurea al dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Pisa e studio composizione all'Istituto Musicale "Boccherini". Mi piace chiacchierare di musica, far conoscere brani e autori poco conosciuti o svelare i segreti di quelli più noti e amati... offritemi un the e vi racconterò tutto!
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