Flavia Bucciero, il ritorno dal Festival di Busan

PISA – Reduce da un importante successo al 14° festival di Busan in Corea del Sud, la seconda città più importante della Corea dopo Seoul e porto mercantile e turistico del paese, Flavia Bucciero alla guida della compagnia di teatro danza Con.Cor.D.A./Movimentoinactor ci racconta la sua esperienza a contatto con alcune tra le più importanti compagnie del mondo.

Quale è la prima impressione di un paese tanto diverso dal nostro?
«Innanzitutto l’ubicazione del Festival;  la città  è infatti situata su di una bellissima baia che si estende sul mare per molti chilometri al punto da risultare facilmente un palcoscenico naturale di fronte al quale i coreani hanno realizzato una struttura iper tecnologica , capace di accogliere una media di 500  spettatori che si sono appassionati nel vedere compagnie provenienti da 15 paesi diversi, tra i quali noi, che come italiani godiamo di un interesse particolare da parte dei coreani».

Flavia Bucciero

Come vive il paese il rapporto tra “modernità” e “tradizione”?
«Le estreme bellezze del paesaggio si uniscono in modo anche contraddittorio con grattacieli  in stile americano che si affacciano sul mare. Ma tale frizione crea anche una fucina di idee , come il grande interesse intorno alle arti performative anche perché la popolazione ė  giovane, aperta  e molto interessata alle novità».

Come è nata questa collaborazione ?
«Abbiamo avuto un invito dal Busan International Dance Festival dopo che gli organizzatori avevano preso visione del nostro percorso artistico. Di fondamentale importanza è stata poi la partecipazione dell’Istituto Italiano di cultura di Seoul che nella persona della direttrice Dott.ssa Paola Ciccolella e del Console onorario Vincenzo Campitelli di Busan (che ha partecipato ad una trasmissione radiofonica per raccontare il nostro spettacolo) hanno fortemente contribuito alla buona riuscita del progetto».

Quali sono gli elementi del vostro stile che hanno maggiormente colpito il pubblico?
«Credo che uno dei punti di interesse derivi dalla passione che hanno per il cartoni animati e che possono aver ritrovato nel nostro lavoro specialmente nei colori iperreali , nella gestualità molto ampia, acrobatica, ma senza eccessi».


Il lavoro che avete portato è stato ” Wonderful Alice” ispirato alla storia di Alice nel paese delle meraviglie e Alice nello specchio tratti dai racconti di L. Carroll. Come avete interpretato coreograficamente e linguisticamente i lavori di Carroll che erano in fondo letterari?
«La trasformazione di lavori letterari in coreografie ē una delle attività che abbiamo sviluppato fin dal 1990 con Creatura di sabbia , ispirato a L’enfant de sable di Tahar Ben Jelloun (l’autore fu presente anche alla prima che facemmo al Teatro Politeama di Cascina) passando per il Piccolo Principe di Saint Exeupery fino ad arrivare al nuovo lavoro Pinocchio con le musiche originali , che presenteremo ad ottobre il 26 presso il  Teatro Nuovo nel contesto  del Festival Navigarte».

Che contesto artistico avete trovato rispetto anche alla realtà europea ed italiana in particolare ?
«ci ha colpiti molto la grande offerta e varietà presentata dal Festival che ha spaziato dalla danza classica ad un gran numero di spettacoli di danza contemporanea , fino ad arrivare ad una forma di “etnico contemporaneo” tipico coreano».

Quali compagnie l’hanno maggiormente impressionata?
«Il “Chang Yoo Kyung Dance company” di Seoul sicuramente Per il grandissimo livello e qualità artistica che si inserisce in un movimento artistico coreano assolutamente di primo piano
Lei è stata anche giurata per un concorso coreografico internazionale avvenuto dopo il Festival».

Che impressioni ed emozioni ne ha tratto?
«C’erano tre giurie per genere e io facevo parte di quella del “contemporaneo”. La cosa più bella è stata la condivisione con coreografi di vari paesi: ho lavorato a stretto contatto con coreografi di Israele Ungheria, Corea, Austria. Un confronto che ha visto sensibilità molto affini pur provenendo da paesi diversi. Questo ci fa capire come le arti perfomative abbiano un carattere di universalità assolutamente svincolato da qualsisi provincialismo nazionale».

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