L’Europa, noi e gli altri secondo Tzvetan Todorov

Dipendenze e indipendenze. Dipendo, dunque sono?

Abbiamo provato a porci questa domanda e a dare una risposta attraverso la quindicina di articoli che vanno a comporre il numero di giugno che state virtualmente spulciando, o almeno così ci auguriamo. È una domanda che ne contiene tante altre che non abbiamo avuto paura di porci nel corso della riflessione che ci ha portati a scegliere questo tema da affrontare nel primo vero mese caldo dell’anno.
Caldo come il tema scelto, oseremmo. E il punto di partenza è stato un argomento ogni anno più caldo e attuale, senza retorica (per fortuna o purtroppo): l’Europa.

La pace e l’uguaglianza percepite come valori a rischio, precari. L’Europa con i suoi sogni, l’Europa con i suoi incubi.
L’Europa dovrà essere all’altezza delle sfide che il futuro le porrà davanti. Ma non è una frase appartenente alla politique politicienne, non vuole esserlo. Anzi. Le basi per intavolare un’idea di futuro sono molto concrete. Almeno secondo Tzvetan Todorov. Filosofo e letterato bulgaro naturalizzato francese, è scomparso lo scorso febbraio. È considerato uno dei massimi studiosi contemporanei di teoria della letteratura e dell’alterità. Europeista convinto, ha teorizzato un modello d’Europa che non può lasciare indifferenti gli addetti ai lavori. Soprattutto oggi.

Tzvetan Todorov

 

Nel corso degli anni, lo scrittore ha affinato il proprio pensiero riguardo il nostro continente e le dinamiche che lo governano, senza perdere di vista il suo ruolo nell’intera società occidentale (e, di conseguenza, nel mondo intero). Todorov ha conosciuto il regime stalinista in Bulgaria e ha incontrato l’Europa da “esterno” fino a diventarne cittadino attivo e integrato. È una prospettiva privilegiata per osservare pregi e difetti della società europea. Prendiamo in esame una pubblicazione del 2003, Il nuovo disordine mondiale. L’analisi parte dalla convinzione di essere “cittadino europeo”, per un’Europa unita, solidale, basata sull’elogio delle differenze, viste come una grande ricchezza. Todorov ci presenta un mondo reduce dall’11 settembre e intento a comprendere le profonde trasformazioni appena iniziate. A partire dagli equilibri. Sebbene l’asse geopolitico-economica si stesse spostando sempre più verso potenze emergenti (la Cina su tutte), gli Stati Uniti stavano mettendo in pratica la “guerra preventiva” in Iraq, una moderna forma di colonialismo (e imperialismo). Todorov prende posizione contro la politica statunitense guidata da quelli che definisce “neofondamentalisti”, intenti a “esportare la democrazia”. Più sottilmente, critica il ricorso al mezzo della forza giustificato dal fine, la “libertà”.

A questo modello di “potenza militare”, il pensatore franco-bulgaro oppone e teorizza quello di “potenza tranquilla”. Una strada percorribile proprio dall’Europa.

La “potenza tranquilla” sta a metà fra l’imperialismo e l’impotenza e guadagna la propria legittimità grazie alla consapevolezza dell’autolimitazione del proprio potere. L’azione non è più militare, ma basata su dialogo e accordi internazionali. In apparente contraddizione, la prima cosa che per Todorov l’Europa dovrebbe fare è accrescere e unificare la propria forza militare. Ma l’intento deve essere solamente difensivo e capace di proteggere l’identità europea, che affonda le proprie radici su una sensibilità alle differenze che non ha eguali. Non è un caso che ai valori europei Todorov dedichi un intero e appassionato capitolo.

Ecco come li presenta: «Il continente europeo colpisce quindi per questo: la guerra tra i paesi che lo costituiscono è da poco diventata inconcepibile. Questo fatto, unico nella storia universale, desta sorpresa e domande: qual è la mentalità che l’ha reso possibile?».

Razionalità: «Nella tradizione europea si concepisce la possibilità di una conoscenza razionale del mondo: gli atti più folli, i fenomeni più misteriosi possono essere compresi dalla ragione. E le faccende umane si prestano a loro volta all’esame razionale e alla discussione, che ci porta a scambiare argomenti anziché botte. La ragione è capace di conoscere e di comprendere».

Giustizia: «Sempre nella Grecia antica si riscontrano i primi tentativi per difenderne il principio sul terreno europeo. Vivendo dentro le città, gli uomini si rendono conto che hanno ogni interesse a sottoporre la vita della comunità a delle leggi anziché lasciarla esclusivamente in balìa dei conflitti di volontà. Poiché sono essi stessi che decidono della legge, anche se vi sono sottomessi, non perdono la propria libertà: si sottomettono alla propria volontà, e questa autonomia permette loro di realizzarsi».

Democrazia: «La nostra partecipazione democratica si esprime con il voto, destinato a fare eleggere i nostri rappresentanti provvisori; e poiché ognuno è membro del “popolo” allo stesso titolo, i nostri diritti sono rigorosamente identici e ciascuna voce pesa quanto un’altra. Uno Stato che infrange in qualunque modo questo principio di uguaglianza assoluta davanti alla legge non può quindi essere definito democratico».

Libertà individuale: «L’individuo acquisisce uno statuto in Grecia, poiché è lui che accede alla ragione (data a chiunque), beneficia della giustizia (universale, ma a cui ciascuno soggiace) e partecipa della democrazia (vi esercita il proprio diritto). La formula “l’uomo è la misura di ogni cosa” esige che si valuti l’utilità delle azioni anche in rapporto ai benefici che ne ricava l’individuo, benché gli interessi della comunità, o addirittura dell’umanità, non siano trascurati».

Laicismo: «Il laicismo designa non l’assenza o il rifiuto della religiosità, ma quella stessa separazione, e quindi il rifiuto di imporre i valori cristiani con la spada. […] Il contrario del laicismo è l’ideocrazia, cioè la confusione tra ideologia e Stato. Essa può assumere la forma di teocrazia, con il clero che decide le scelte politiche degli uomini; ma anche – ed è in questa forma che la minaccia si è concretizzata nel XX secolo in Europa – quella del totalitarismo, quando il Partito, portatore dell’ideologia, si confonde con lo Stato. L’esperienza traumatizzante del comunismo e del nazismo rende gli europei particolarmente vigili riguardo a ogni deroga dal laicismo. È anche, probabilmente, la parte del mondo in cui le pratiche religiose sono più rigidamente riservate alla sfera privata».

Tolleranza: «Parte da una constatazione, quella della straordinaria diversità tra gli uomini e tra le società; e pone una distinzione tra le differenze tollerabili e quelle che non lo sono. Ciò che dentro uno Stato è intollerabile viene punito dalla legge: i delitti e i crimini, la violenza posta al servizio dell’intolleranza. Ciò tralascia l’immenso campo delle differenze tollerabili. Né gli individui né i gruppi sono obbligati ad approvare i modi di pensare e di agire degli altri; ma non hanno il diritto né di impedire loro di persistere nella propria scelta né di perseguitarli».

Questa Europa è quindi per Todorov “il migliore dei mondi possibili”? Naturalmente no. Ma lo scrittore suggerisce alcune riforme realizzabili. Il concetto di “potenza tranquilla” va di pari passo con l’indipendenza dalla Nato, nel tempo, dando modo anche ai paesi dell’Est di oliare al meglio i meccanismi democratici da poco installati.

Le profonde differenze anche sul modo di intendere la difesa potrebbero essere tenute insieme da un nuovo approccio: costruire un’Europa a tre “cerchi concentrici”: quello più interno, formato dai paesi che accettano la constatazione che non tutti intendono l’integrazione militare allo stesso modo; il secondo, formato dall’Unione europea attuale destinata a diventare una federazione; il terzo cerchio andrebbe oltre l’Europa. «L’Europa non può esistere se non ha frontiere all’interno delle quali può crearsi un certo consenso. […] L’Europa non deve essere separata dal proprio Sud e dal proprio Est, dove d’altronde le frontiere geografiche sono facili da attraversare; le popolazioni, le risorse, i bisogni sono qua e là complementari. Per ragioni storiche e geografiche è verosimile che certi paesi europei favoriranno gli scambi con il resto del Mediterraneo, altri con l’est del continente; gli uni e gli altri sono necessari all’Europa».

Todorov avanza, poi, proposte volte a un’unificazione politica (non più solo economica) dell’Europa e a un “accordo” linguistico per migliorare la comunicazione e favorire il contatto con l’altro e la sua cultura (in particolare, indica l’inglese internazionale come lingua da adottare). Il passo in avanti che compie il filosofo franco-bulgaro è legare la teorizzazione dell’alterità alla vita politica dell’Europa. L’incontro con l’altro, in questo caso con le altre nazioni e i loro cittadini, può dare dei frutti solo se portato avanti unitariamente. Vale per l’Europa, ma parte da ogni singola scelta che facciamo nella nostra vita quotidiana.

La risposta alla domanda «come ci si può, come ci si deve comportare nei riguardi di coloro che non appartengono alla nostra stessa comunità?» combacia con una possibile conclusione della questione dell’alterità in Todorov. Domanda e risposta sono offerti dallo scrittore nella sua opera Nous et les autres: «La prima lezione appresa consiste proprio nel rinunciare a basare i nostri ragionamenti su una distinzione come questa. Gli essere umani, tuttavia, l’hanno fatto da sempre, cambiando soltanto l’oggetto del loro elogio. Seguendo la “regola di Erodoto”, essi si sono giudicati i migliori del mondo e hanno stimati gli altri cattivi o buoni a seconda che si trovassero più o meno lontani da loro. Viceversa, servendosi della “regola di Omero”, essi hanno creduto che i popoli più lontani fossero i più felici e i più degni di ammirazione, mentre non hanno visto nella propria società altro che la decadenza. Ma si tratta, in entrambi i casi, di un miraggio, di un’illusione ottica: “noi” non siamo necessariamente buoni, gli “altri” neppure; tutto ciò che si può dire a riguardo è che l’apertura agli altri, il rifiuto di respingerli senza esame, costituisce in ogni essere umano una qualità».

 

Bibliografia:

Todorov Tzvetan, Il nuovo disordine mondiale, Milano, Garzanti, 2003
Todorov Tzvetan, Nous et les autres, Paris, Seuil, 1989

Francesco Bondielli

Nasce nel 1990, scrive per mangiare e beve per scrivere.
Ama le vecchie canzoni e le ragazze con le doppie punte, non sopporta i palloncini e il caffè a un euro e dieci.
Giornalista prestato alla scrittura e scrittore prestato al giornalismo, non sa dove andare. Ma comunque ci va.
Francesco Bondielli
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