“Essere giornalista nella rete” all’IF2015

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 Oggi il giornalista guadagna meno perché conta meno

Per la serie di eventi “Living Cultura” all’interno di Internet Festival di Pisa, kermesse pisana sul web e nuove tecnologie che si è appena conclusa, Michele Mezza, saggista, docente universitario e giornalista RAI, ha presentato alla Libreria Feltrinelli di Corso Italia il suo nuovo libro, Giornalismi nella rete. A moderare l’incontro c’era un altro illustre giornalista, Roberto Davide Papini, redattore della Nazione, che si occupa della redazione internet a Firenze.  12164457_1643724629239671_427471664_oMezza, citando Umberto Eco e Platone, ha esordito dicendo che “tutti rimpiangono una perduta età dell’oro, ma in realtà nell’informazione non c’è mai stata un’età dell’oro”. Questa è la prima di una serie di dichiarazioni scomode, politically incorrect nei confronti della categoria cui lui stesso appartiene, che sintetizzano quanto ha scritto nelle pagine del suo libro, il cui sottotitolo recita provocatoriamente: “Per non essere sudditi di Facebook e Google”.

“Oggi il giornalista guadagna meno perché conta meno, per un semplice processo di relazioni sociali in corso dovuto al fatto che tutti siamo in grado di divulgare notizie sul web, specialmente attraverso i social”. Beh, in effetti, come dargli torto? “Ormai i lettori ne sanno più dei giornalisti – ha rincarato la dose – poiché si è ripristinato il meccanismo bocca a bocca, o meglio post a post, una forma veicolare di notizie nata sin da quando l’uomo è uscito dalla caverna, e che ora si sta riproponendo in una community dell’informazione”.

Papini, da buon moderatore, ha cercato effettivamente di moderare l’esuberanza di questa e simili affermazioni, facendo riflettere sul fatto che “dietro a click e condivisioni noi giornalisti finiamo col riempire la rete di autentiche bischerate, tralasciando il ruolo principale che dovremmo continuare ad avere anche nell’epoca di Internet, ossia di approfondire quello che succede nel mondo”.

Ma il punto, ha prontamente replicato Mezza, è che non si può pretendere di trasportare il modello del giornalismo cartaceo sul web, aggiungendo un’altra importante considerazione: “io sostengo che il giornalismo finirà di essere una professione retribuita e diventerà una pratica sociale diffusa”. Anche tal evenienza, per quanto spiacevole a sentirsi, non è certamente da escludere, anzi, la tendenza sembrerebbe davvero questa.

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Tendenza di fronte alla quale Papini ha voluto sottolineare però le conseguenze immediate: “il giornalista ha ancora la percezione deontologica della responsabilità su quello che scrive, mentre moltissimi post e foto pubblicati su Facebook (vedi ad esempio le foto che ritraggono minori) sono tutti passibili di querela!” Su questo aspetto, ben lungi dal trovare una possibile soluzione, Michele Mezza è sembrato essere in parte d’accordo.

L’autore poi ne ha avuto anche per Twitter che, nonostante tutto, oggi sono pur sempre tra i principali mezzi per trasmettere informazioni, e per di più in tempo quanto mai reale: “Un messaggio di 140 caratteri non è altro che la frase-tipo inglese senza gli aggettivi!”.

Ma forse anche i cinguettii non sono poi da deprecare, e anzi andrebbero rivalutati nell’immaginario collettivo, in una società in cui “tutte le notizie, che prima si chiudevano in pagina, sulla rete non sono mai chiuse poiché, appena si pubblica un articolo, può giungere in redazione una notizia che lo aggiorni, lo modifichi o addirittura lo smentisca, e magari proprio attraverso un tweet”, ha fatto giustamente notare Roberto Papini.

Quindi, certamente bisogna riconoscere, come ha osservato in conclusione dell’incontro Mezza, che “alle famose cinque W del giornalismo tradizionale oggi si è aggiunta la sesta, while, proprio perché la notizia è continuamente in divenire”.

12162318_1644166575862143_604910332_oAlla fine della presentazione, autografi di rito per Michele Mezza sulle copie del libro acquistate dai tanti presenti, e una battuta calcistica per rispondere agli sfottò di Papini, tifoso della Fiorentina: “credo che la superiorità dell’Inter, da interista quale sono, stia nel fatto che è l’unica squadra calcistica al mondo ad essere stata fondata da quarantaquattro intellettuali, pittori e scrittori futuristi!”

Francesco Feola

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