Intervista. “La vita dei non nati” di Emanuela Geraci

Proponiamo una chiacchierata con Emanuela Geraci, autrice de La vita dei non nati (Carmignani Editrice).

Trans-identitario. Dobbiamo partire da questa nuova parola, se vogliamo definire questo tuo romanzo d’esordio. Ma vorrei che fossi tu a definire quel termine, per spiegare poi perchè hai scelto quella chiave narrativa.
«Trans-identitario è ogni atto di immaginazione che ci porta nel territorio dell’Altro, il viaggio che compie la nostra coscienza nell’Altro da sè, ciò che è oltre la nostra identità personale.
L’identità non è uno stato sovrano, con confini rigidi e dogane, ma un territorio a volte desertico, a volte ricco di oasi, continuamente attraversato da popoli nomadi. L’identità è qualcosa che costruiamo nell’incontro con l’Altro.  Trans-identitario ne è il processo. Questa costruzione dell’identità in cui noi attraversiamo e siamo attraversati, questo è trans-identitarioQuesto è il motivo per cui nel romanzo i viaggi trans-identitari di Bruna iniziano con un orgasmo. La capacità di Bruna di viaggiare nei corpi e nelle menti di persone a volte completamente lontane da lei, è al contempo la storia del suo diventare madre, e cosa questo vuol dire; quindi, i significati profondi del diventare madre.
La radice di tutto questo è alle origini della vita, quando siamo embrioni nel ventre di nostra madre. Molte donne riferiscono questa sensazione, di una modifica dei proprio carattere e dei propri comportamenti, temporanea, in un processo mimetico dell’Altro, quindi in questo caso del figlio, dell’embrione che ospitano. E’ un processo di accoglienza profonda in cui le donne sono abitate e attraversate dall’altro. E questo riproduce anche quello che le madri fanno quando diventano madri: si rivolgono ad altre madri; è un qualcosa che in psicologia viene chiamato “cercare la matrice” ma è ancora una volta un processo trans-identario, un viaggiare dentro i corpi,  le storie di altre madri,  che possono essere utero per la nuova madre che crescerà.
Tutto questo parte dal piacere, che è il momento trans-identitario per eccellenza. Nell’orgasmo dimentichiamo chi siamo e ci permettiamo di essere l’Altro, di fonderci con l’Altro, di essere Altro. Ho creato una macchina narrativa di fantasia, che amplifica il processo e lo fa vedere, lo porta alla luce, Ho desiderato restituire potenza. magia e visibilità ad un processo che accade normalmente, dentro tutte le donne che diventano madri, ma che spesso rimane oscuro, non detto, non conosciuto».

Quella che credo sia una sorta di tuo alter ego: Bruna, la protagonista, che si avventura in un percorso davvero complicato, che la porta in molti luoghi, dentro molte situazioni, dentro molte persone diverse da lei. Che cosa la guida, cosa la spinge, che cosa la condiziona?
«I viaggi di Bruna non sono intenzionali, le accadono; e questo è una distinzione importante e  la gravidanza in effetti è qualcosa che, una volta instaurata, accade al di là del nostro controllo, e così il parto, si innesca senza la nostra partecipazione intenzionale, senza un nostro volere. Così i viaggi di Bruna accadono; si può pensare che siano guidati dalla antenate e dall’inconscio di Bruna ma hanno tutti in comune una cosa. Da essi Bruna impara qualcosa di importante e a lei sconosciuto per diventare madre Per Bruna diventare madre è anche un viaggio per diventare se stessa, per imparare cosa può dare al mondo, sono “viaggi di istruzione”, una iniziazione ai significati profondi della maternità».

Quali sono i temi forti che attraversano la tua narrazione? E quali gli scrittori che più ti hanno influenzato?
«I temi attraversati sono molti e tutti collegati tra loro: si parla della violenza ostetrica, degli abusi perpetrati sui corpi delle donne, della la ossessione contemporanea per la eliminazione di ogni forma di sofferenza.  l’intima potenza trasformatrice del parto, del rapporto con  la sua dimensione transpersonale. Si riprendono temi novecenteschi come quello della follia e della identità molteplice. Gli autori, che ho amato molto: Pirandello, ovviamente, Karen Blixen e Murakami. In generale amo molto la letteratura giapponese, Tanazaki, Kawabata. E ho avuto da giovane una sacra venerazione per Joyce».

E poi c’è una evoluzione a sorpresa, un momento in cui il racconto prende una piega particolare. Una gravidanza sicuramente non comune. Ma lasciamo che sia il lettore a scoprirlo. Perchè hai introdotto questo particolare, chiamiamo così, espediente narrativo?
«L’espediente narrativo è proprio un esempio di gioco del rovescio, come direbbe Tabucchi, di rovesciamento shakespeariano o blixeniano. La maternità è biologicamente di pertinenza delle donne ma allo stesso tempo portatrice di valori universali. Credo che nel momento storico in cui siamo è particolarmente importante che la coscienza maschile partorisca la propria condizione femminile, la metta al mondo. Gli uomini hanno sempre più capacità e qualità materne e credo che sia il momento che anche nella coscienza e nella cultura collettiva avvenga questo passaggio, che si faccia spazio a questa accoglienza diversa e davvero profonda dell’Altro da sé, a questa accoglienza trans-identitaria».

Cosa ha significato per te lo scrivere? Anche se questo è stato l’anno del tuo esordio, da quanto tempo scrivi?
«Per me scrivere è possibilità di creare in qualche modo altri mondi, e questa è cosa che mi appartiene, così come ho creato il progetto Mondo Doula per accompagnare le donne nel divenire madri. La scrittura credo sia anche un modo di cremare, incenerire i dolori della vita. In terza elementare, ho voluto un quaderno di quarta, quello con le righe, e che aveva, ricordo, una tigre in copertina, per scrivere una mia poesia. A quattordici anni ho scritto una commedia che ho messo in scena con i miei compagni di classe. E non ho mai smesso…».

E adesso, i progetti sui quali lavori?
«Tra i miei progetti per il futuro portare la narrazione trans-identitaria in una storia di amore, che di necessità sarà poliamorosa».

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