Elogio della provincia. Dal Bar Sport a Rino Gaetano

Cruda e affascinante, depressa e scintillante, variopinta e squallida.
La provincia contiene in sé caratteristiche molto diverse fra loro. Di lì la difficoltà ad attribuire dei confini al concetto di provincia.
C’è la provincia geografica, che per definizione è quel che sta attorno a un centro (economico, commerciale, politico, strategico).
C’è la provincia mentale o di pensiero. Vale a dire la classica accezione negativa di cui è intrisa – forse irreversibilmente – l’espressione “sei un provinciale”, “pensi come un provinciale” e simili. Vedremo dopo perché quest’accezione andrebbe rivalutata positivamente.

Solo due, insomma. Credevo di più (cit).

La cultura, attraverso tutte le sue manifestazioni, ha attinto a piene mani al pozzo della provincia, capace di ispirare in una maniera non sempre descrivibile opere e pensieri in grado di far comprendere meglio ciò che accade al centro.
Forse la provincia è un punto di vista che si fa punto di partenza sulla strada per la comprensione del nostro presente.
E lo fa mettendo le coscienze di fronte a loro stesse. Quelle degli autori come quelle dei personaggi.
È il caso di due libri molto diversi fra loro ma accomunati, com’è facile dedurre, dall’avere sullo sfondo la provincia. Che è presente in ogni pagina anche se non viene nominata.

In Bar Sport, grande classico della letteratura umoristica – e, perché no, di provincia – pubblicato da Mondadori nel 1976, Stefano Benni si siede al tavolo di un bar della provincia bolognese e racconta la società attraverso oggetti e personaggi oggi forse desueti, ma capaci di mettere insieme una originalissima commedia umana. Dallo sparaballe al professore, passando per il carabiniere, fino alla leggendaria Luisona, che era «la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo».

Bar Sport all’epoca ha raccontato in maniera fedele la realtà dei bar di provincia – realtà, appunto, tangibile e verificabile, al netto delle squisite “esagerazioni” ironiche di Benni. Oggi, a ben vedere, è un testo ancor più prezioso. Scomparsi i bar di provincia, spesso riconvertiti in “colazionifici”, Bar Sport è un testo che raddoppia il suo valore. Diventa portatore sano di memoria. Da saggio ironico-socioculturale a custode di un pezzo importante della memoria collettiva. Non male.

Discorso diverso per Gli anni veloci di Carmine Abate (Mondadori, 2008).

La quarta di copertina lo spiega bene: «Hanno quattordici anni e molti sogni, Nicola e Anna, quando s’incontrano nella bella Crotone in riva al mare. Lui ha il mito di Pietro Mennea, vuole diventare un grande velocista, ha un’energia speciale nelle giovani gambe. Lei ha il mito di Lucio Battisti che ha conosciuto in Toscana, durante la famosa cavalcata da Milano a Roma, e al quale scrive lunghe e appassionate lettere, sognando di vederlo interpretare i testi che gli manda.
Nicola ci mette poco a innamorarsi di Anna. Lei è ritrosa, testarda. Ma davanti al mare scintillante su cui svetta la colonna di Hera Lacinia, nei campi dai mille profumi, in mezzo ad amici rari come Rino Gaetano che cantano e amano la vita, è difficile non innamorarsi. Saranno, per Anna e Nicola anni belli e pieni, anni con il vento tra i capelli. Ma veloci, veloci per il bisogno di allontanarsi, crescendo, da quella terra meravigliosa eppure povera, dura, che ai suoi figli offre, nel migliore dei casi, di respirare veleni lavorando alla Montecatini – un’ombra nera in riva al mare».

La provincia descritta da Carmine Abate è proprio la sua, quella calabrese dov’è nato e che ha dovuto lasciare per seguire la famiglia (e il lavoro del padre) in Germania e cercare a sua volta fortuna. Che, col tempo e da cittadino del mondo, ha trovato. E negli anni ha reso omaggio alla sua terra, raccontandola da una prospettiva originale e non portatrice insana di muri e confini.

È proprio la prospettiva uno degli elementi centrali de Gli anni veloci.

I filoni narrativi sono due: Nicola da ragazzo, con gli amori, le inquietudini, la perenne tensione verso l’utopia, talmente densa da poterla quasi percepire. E Nicola da adulto, con le inquietudini mutate in vera e propria paura, che si traduce in immobilismo. Le due grandi delusioni della sua vita appesantiscono l’esistenza: il gravissimo – ed evitabilissimo – infortunio che gli ha impedito di partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles, per le quali si era brillantemente qualificato. E Anna. Che ci piace rivedere sia in quella di Lucio Battisti e Mogol, sia nella Anna bellosguardo dell’altro Lucio (Dalla), forse più calzante come personaggio, raccontata come «stella di periferia».

Anna per il Nicola adulto rappresenta un grande irrisolto. E il viaggio che intraprende quattordici anni dopo il loro ultimo incontro per cercarla è anche un viaggio verso se stesso, per ritrovarlo. Per ritrovarsi. Per far pace, azzardiamo, con la provincia interiore, che fino a quel momento aveva avuto paura di raggiungere, incantato com’era da quella esteriore. E qui è doveroso lasciare spazio e tempo alle descrizioni di Abate, che con la sua scrittura “saporita” rende al meglio la tremenda bellezza di quei luoghi.

Un interessante incontro tra centro e periferia lo abbiamo nel capitolo Tra Firenze e Roma. Nicola raggiunge Anna – che studia lettere a Firenze – quando le gare di atletica glielo permettono. Rino Gaetano, loro amico e anche lui figlio della provincia, sta per esibirsi a Sanremo con la celebre e mai amata dall’autore, Gianna. Rino è andato a Roma, quindi al “centro” per cercare fortuna, ed eccolo a Sanremo, palcoscenico ancora più “centrale”. Nicola, Anna e Rino fondono in questa scena i concetti di centro e periferia, in uno dei rari momenti di quiete assoluta del romanzo.

Rino Gaetano

 

«La sera del festival Anna e Nicola guardarono la televisione dal letto. Rino fece il suo ingresso in frac e scarpe da ginnastica; al posto della camicia indossava una maglietta di cotone a righe rosse e bianche e al collo un papillon bianco, sul petto si era appuntato una rosa di medaglie, sorrideva spaesato sotto il cappello nero a cilindro. “Glielo ha regalato Renato Zero” disse Nicola, che pochi giorni prima aveva assistito alla scena.

Rino iniziò a cantare emozionato: “Gianna, Gianna, Gianna sosteneva tesi e illusioni…”. E anche loro, stretti sotto le coperte, erano emozionati. Il gradimento del pubblico fu immediato, Rino lo captò e si mise a sprigionare la sua energia a piene mani, distribuendo sorrisi, inchini, medaglie dal petto. “Ma la notte la festa è finita, evviva la vita” cantava con ironia, “la gente si sveste, comincia un mondo, un mondo diverso, ma fatto di sesso, chi vivrà vedrà”.

“Geniale” commentò Anna, e alla fine della canzone stringe Nicola, lo bacia con trasporto, è felice per il trionfo di Rino, felice per loro, per il futuro.

Nicola le accarezza il seno con la mano calda e asciutta, avvicina la bocca, i capezzoli gli guizzano tra le labbra, li lecca lentamente, a occhi aperti. Anna gli infila le dita nei riccioli e gli spinge la testa lungo il ventre».

 

Per concludere. Perché elogio della periferia?

Nel tempo della globalizzazione del pensiero e delle azioni, la crediamo un luogo privilegiato da cui ripartire per capire quello che succede nel mondo. Generatrice di prospettive sane, può permetterci di creare un punto di vista. A patto che si accetti la contaminazione, esercitando il dubbio e godendo dell’incontro con l’altro.

«Che la vita è comunque bella: ecco cosa non devi mai scordare», recita l’incipit. E il cerchio si chiude.

Francesco Bondielli
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