Doni per il trentennale di “Prima del Teatro” da …

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Dal 14 al 30 luglio, a San Miniato, si è svolto Prima del Teatro, celebre festival internazionale, giunto alla sua trentesima edizione. Nato nel 1985 dalla collaborazione fra la Fondazione teatro di Pisa e l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, l’evento si è presto affermato come un momento di scambio reciproco fra importanti scuole teatrali europee e italiane, trasformandosi, nel 1992, in “Scuola Europea per l’Arte dell’Attore”.
Lunedì 21 luglio nella Palestra delle Scuole elementari si è tenuto un omaggio alla memoria di Nikolaj Karpov, uno dei più grandi nomi nel campo del movimento scenico e della biomeccanica teatrale, scomparso questa primavera. A raccontarlo sono stati Lilli Cecere, Roberto Romei e Valeria Benedetti Michelangeli.
Mercoledì 23 luglio, a Palazzo Grifoni, è stata la volta di “Sogni d’oro: la favola vera di
Adriano Olivetti”, ideato da Roberto Scarpa, uno dei padri fondatori di Prima del Teatro.
Giovedì 24 luglio, poi, sono stati offerti ai partecipanti una serie di “doni” per festeggiare
il trentennale: teatro povero e semplice, spettacoli messi in scena e preparati dai ragazzi
delle scuole di teatro coinvolte e da ex allievi di Prima del Teatro. Quando l’Ecole du Theatre National di Strasburgo (TNS) ha ricevuto questa proposta da Luca Biagiotti, a
Maëlle – una ragazza del primo anno – è stata affidata la regia. La sua scelta è stata quella
di focalizzare lo spettacolo sulla comunicazione, l’interazione e il reciproco apprendimento di lingue, culture e scuole di pensiero internazionali.
La performance è avvenuta nell’ex frantoio della chiesa di San Francesco, a San Miniato,
dove gli attori (tutti allievi del primo anno della TNS) entravano nello spazio dimostrandosi spaesati, inconsapevoli e impauriti sia dal pubblico che gli uni dagli altri. In seguito, ciascuno di essi ha tentato di farsi comprendere, scoprendo però di parlare lingue differenti, generando una confusione babelica. Malgrado ciò, dopo vari contrasti che danno luogo a una divertentissima – e al tempo stesso toccante – serie di siparietti, a poco a poco trovano forme di linguaggio comune, come la musica e l’espressione del corpo. Il “dono” si è concluso con la riconquista di un’armonia collettiva, espressa dalle note di una canzone popolare messicana, trasformata in una corale eseguita dagli attori.

Massimo Risi

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