“Diesel” di Eugenio Finardi (1977). In un LP, le ribellioni di un decennio

Dopo aver visto il musical Musica Ribelle – la vera forza dell’amore, basato sulle musiche di Eugenio Finardi e ambientato in parte negli anni Settanta (qui la recensione), abbiamo deciso di approfondire proprio il lavoro di questo cantautore italiano tanto particolare, che fu molto ascoltato in quegli anni dai ragazzi che facevano parte dei movimenti studenteschi e dalle generazioni contestatarie del sistema politico e sociale del periodo.

La produzione musicale di Finardi ha caratteristiche che ne rendono difficile la categorizzazione. Le modalità di scrittura e le tematiche affrontate lo legano inevitabilmente al filone cantautoriale italiano, ma le sonorità lo avvicinano piuttosto ai nuovi fermenti rock, che si sviluppano verso la fine del decennio. Proprio nel 1977 la produzione del musicista milanese subisce una svolta e con l’uscita del terzo album, Diesel, Finardi presenta una serie di brani caratterizzati da una forte vena politica: 9 canzoni in tutto che, a distanza di 40 anni, permettono ancora oggi di rivivere il clima culturale e storico che ha segnato gli anni Settanta, in Italia e non solo.

Il brano che dà il titolo all’album, Diesel, è un elogio all’impegno lavorativo e una dedica alle nuove generazioni che, lottando contro l’arrendevolezza, mandano avanti la società con i propri sforzi. A ben guardare l’intera raccolta è una dedica alle generazioni più giovani, in una contrapposizione tra “noi” e “loro” che in qualche modo si fa carico del pensiero, condiviso al tempo, di una generazione schiacciata dai padri e costretta a lottare con ogni forza.

La prima canzone che inaugura il disco  Tutto subito, fa infatti riferimento all’evoluzione consumistica della società e al riscontro negativo che questo processo ha sul singolo, privato della possibilità di esprimersi nel pieno della propria individualità. Si può vivere anche a Milano, sull’altro lato del vinile, esprime attraverso sonorità paradossamente rinascimentali questa stessa freneticità, calata nella nuova metropoli milanese.

Distinto è anche il riferimento a fatti politici specifici come la liberazione della città di Saigon da parte dei vietnamiti antimperialisti nell’aprile del 1975 (raccontati nel brano Giai Pong), o a questioni politiche sviluppatesi direttamente a livello nazionale. È il caso dei nuovi movimenti studenteschi nati in Italia proprio nel 1977: nel dicembre del 1976 il ministro Malfatti presenta una proposta di legge per una nuova riforma dell’università, che viene percepita fin da subito come un tentativo di ristabilire subordinazioni di tipo classista (primo punto sotto accusa è infatti  l’aumento delle spese d’iscrizione), nel gennaio ’77 le proteste divampano attraverso manifestazioni e occupazioni, portando in qualche caso anche alla morte di studenti manifestanti e di agenti.

Scuola è allora una critica all’istituzionalizzazione del sapere (tema certamente non nuovo nel panorama cantautoriale italiano, affrontato anche da artisti come Bennato, più o meno nello stesso periodo, e addirittura già nel 1962 da Tenco con Cara Maestra). Allo stesso modo Non diventare grande mai, brano arricchito dalle sonorità non convenzionali dello xilofono, lancia un messaggio di ribellione generazionale, invitando i più giovani a non subire passivamente le regole degli adulti.

Ma la politica, in quegli anni di contestazioni, permea a tutti i livelli la vita di chi vi partecipa attivamente. Ecco che è possibile trovare riferimenti ad essa anche nei brani più privati di questa raccolta, quelli che fanno riferimento alla sfera amorosa. In Zucchero, invito a vivere con serenità tutti gli aspetti della vita per conciliare scelte pubbliche e private, Finardi canta «fare l’amore è un po’ come suonare e ciò che è politico è anche personale perché ciò che è giusto è anche naturale», e allo stesso modo Non è nel cuore, canzone d’amore sulle prime esperienze con l’altro sesso, si conclude ancora una volta con un riferimento alle lunghe discussioni politiche tra coetanei: «Oggi ho litigato con la Elia/ si parlava di diritti e di doveri».

Chiude il disco un brano dalla tematica tanto particolare quanto drammatica per il periodo che di lì a poco si sarebbe sviluppato. Sul finire degli anni Settanta, l’eroina inizia a prendere il sopravvento e là dove non era arrivato il disfattismo, la miscredenza e l’abbattimento morale per la situazione politica, arriva la droga, diventando una delle principali nemiche dei giovani. Scimmia racconta proprio l’esperienza del primo buco, denunciando la situazione troppo spesso taciuta di una generazione che, abbandonata a se stessa, si rifugia nell’eroina, spesso non riuscendo più ad uscirne.

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