Le dieci maestre e i loro dieci mesi di diritto al voto

Pioniere italiane del voto alle donne: le dieci maestre di Ancona 

L’8 marzo ormai è entrato a far parte delle date da segnare sul calendario, eppure, come spesso succede quando le festività diventano consuetudini, ci dimentichiamo da dove provengano e cosa si nasconda dietro le ventiquattr’ore di una giornata. Giusto per fare un esempio, che probabilmente molti già conoscono: la giornata internazionale della donna è stata fissata all’8 marzo in ricordo della manifestazione del 1917 a San Pietroburgo, portata avanti dalle donne in nome della fine della guerra. Invece per molto tempo si è creduto, e molti ancora lo pensano, che fosse stata scelta tale data per ricordare un presunto incendio che distrusse una fabbrica tessile a New York e dove persero tragicamente la vita alcune operaie. Invece non solo questo fatto sembra non essere mai accaduto, ma che neanche sia mai esistita la presunta fabbrica in cui divampò l’incendio. Insomma, si tratta di uno di quei molti falsi storici che spesso vengono ricamati dietro ad una festività, che invece non nasce da un singolo evento, ma da un percorso ben più lungo e complesso.

Questo vale anche per il diritto di voto conquistato dalle donne.

Questo infatti non è comparso improvvisamente nel nostro Paese con le elezioni del 1946, ma se sbirciamo dietro a tale data, possiamo scorgere molti altri tentativi, che non per forza si sono dimostrati immediati fallimenti. 

dieci maestre

(foto di Leonardo Urbani)

 

Pochi ricorderanno le dieci maestre marchigiane che per dieci mesi, tra il 1906 e il 1907, furono iscritte nelle liste per le elezioni politiche. Stiamo parlando di ben quarant’anni prima dell’avvento del suffragio universale. La domanda di inserimento in queste liste fu presentata dalle dieci donne alla commissione elettorale di Ancona, che inaspettatamente accolse la richiesta. Nonostante il procuratore di Stato fece ricorso contro tale istanza, il tribunale di Ancona si dimostrò ancora una volta aperto a una nuova prospettiva: infatti la sentenza della Corte di Appello della città confermò l’iscrizione delle donne alle liste. Su cosa si basò una sentenza così “rivoluzionaria”? Sul termine regnicoli utilizzato nello Statuto Albertino, allora vigente in Italia come carta costituzionale. Infatti nell’art. 24 si affermava che qualsiasi regnicolo fosse eguale davanti alla legge e che godesse di eguali diritti civili e politici, e dunque anche del diritto al voto. Si poteva quindi considerare il termine al maschile in quanto riferito a una pluralità di individui, esattamente come oggi si utilizza il sostantivo cittadini per indicare tanto gli uomini quanto le donne. La sentenza quindi si basò proprio sul testo legislativo, citando anche, a favore della sua tesi, l’art.25 dello Statuto, dove si chiariva che i regnicoli «contribuiscono indistintamente nella proporzione dei loro averi ai carichi dello Stato» e, secondo questo criterio, senza alcun dubbio pure le donne rientravano in tale categoria, pagando anche loro stesse le tasse allo Stato.

Così, se fosse caduto il governo Giolitti prima del maggio 1907, alle urne sarebbero andati i cittadini maggiorenni maschi e dieci cittadine italiane. Purtroppo, prima che questo evento potesse accadere, intervenne un ricorso della Corte di Cassazione di Roma contro cui non ci fu nulla da fare. Venne presentata la distinzione tra i tipi di diritti politici: quelli per i quali era sufficiente il requisito della cittadinanza dovevano essere diversificati da quelli che invece erano destinati ai soli italiani maschi. Ciò significa che le leggi che prevedevano diritti politici per le donne dovevano essere considerate un po’ come l’eccezione alla regola. Inoltre veniva chiarito che il Regno d’Italia non era ancora pronto per un cambiamento simile e che comunque riforme nel diritto pubblico di tale natura avrebbero avuto ripercussioni sull’intero Stato: insomma, la Corte di Ancona non poteva assumersi una responsabilità di questo genere.

Le dieci maestre vennero così cancellate dalle liste del corpo elettorale e di conseguenza anche dalla memoria collettiva della nostra società: per molti di noi infatti  non sono mai esistiti né la loro presa di posizione così radicale e innovatrice né tanto meno il loro diritto sfortunatamente morto così prematuro, ma che comunque avevano visto nascere. 

Quando festeggiamo l’8 marzo non dobbiamo dare per scontato un intero percorso punteggiato da accendi e spegni di speranze e tentativi di cambiamento che gradualmente sono riusciti a cambiare una società non ancora “matura” fino a portarla al voto del 1946, dove donne e uomini hanno contribuito a plasmare una nuova idea di Stato: «una Repubblica democratica dove la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione (art.1) e dove tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art.3)».

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