Il terzo numero del Magazine è dedicato a Keith Haring

Il terzo numero di Tuttomondo Magazine è dedicato a Keith Haring, l’autore del murales pisano da cui questa rivista prende il nome.

C’era un muro a disposizione ed era grande 180 metri quadrati. La città di Pisa cedette all’idea di Piergiorgio Castella di trovare uno spazio da dipingere per un artista americano. Cedette volentieri, però, nonostante qualcuno storcesse la bocca, come di solito avviene di fronte alle novità. C’erano pisani con la bocca storta, ma erano pochi, e soprattutto c’era fermento a quei tempi formidabili. Il mondo si agitava, come sempre avviene da che mondo è mondo, ma quella volta si agitava di più.

Succedeva, allora come ora, che le città – non solo Pisa – si guardassero compiaciute l’ombelico, senza alzare lo sguardo oltre i confini del proprio fiume, delle proprie colline, delle proprie mura. Abbiamo la Torre Pendente e pure Galileo, non ci basta? No, non bastava, perché stava per finire l’epoca di un ordine mondiale fondato sulla Guerra fredda. Il mondo tremolava sul filo del solido racconto che le Superpotenze erano due, solo due, e ognuno di noi doveva decidere di stare da una parte o dall’altra. Restando però fermo, che alle due Superpotenze piaceva così, faceva comodo così. Non c’era la terza via. La narrazione diceva che c’era un Terzo mondo, non sviluppato e povero, appunto certificando che i Mondi principali erano due: quello abitato dai Russi, sviluppati e ideologizzati e quello degli Americani, sviluppati e liberi. Ma il mondo tremolava.

Le figure disegnate da Keith Haring erano tremolanti anch’esse, dinamiche; avevano ed hanno ancora la frenesia del movimento. Pisa si muoveva, allora? Pare proprio di sì, anche se non tutti capirono subito l’importanza di ospitare l’artista e i suoi pennelli. Quando venne da queste parti, Keith Haring era già famoso, era una persona importante nella comunità artistica di New York, nella quale erano attivi artisti e musicisti rock: Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Kenny Scharf, Madonna, Yoko Ono e Boy George.

Oltre che opere effimere e graffiti sui muri, dalla metà degli anni Ottanta Keith Haring aveva prodotto quadri dipinti a olio o con colori acrilici. Li aveva esposti in molti musei nazionali e all’estero, aveva lavorato su commissione di importanti fondazioni. Faceva quadri e li vendeva a prezzi che superavano i 350 mila dollari. E regalava invece le opere più grandi alla vista pubblica, nei cartelloni intorno ai campi di basket, sui muri lungo le strade, sul Muro di Berlino.

Contro la sua arte non mancarono voci critiche che l’accusavano di mercificazione e affarismo, di dipingere per far soldi, un mucchio di soldi, e non per amore dell’arte per se stessa o per scopi sociali. La polemica ebbe il suo picco quando aprì il Pop Shop, al 292 di Lafayette nel distretto di SoHo a Manhattan, per vendere T-shirt, giocattoli, poster e altri oggetti che riproducevano le proprie opere. E il negozio stesso era un’opera d’arte, coi muri istoriati dei suoi segni. I critici si accanirono anche di più quando creò immagini pubblicitarie per la vodka Absolut e gli orologi Swatch. Un venduto? Un’abile mercante? Un falso prodicatore?

Lui diceva questo per controbattere le critiche: “Guadagnerei molto di più producendo poche opere e gonfiando a dismisura i prezzi di ognuna. Il mio negozio è la continuazione di quello che facevo nelle stazioni della metropolitana, rompendo le barriere che separano arte alta e arte bassa.”

Oggi Keith Haring avrebbe appena 60 anni, se non fosse morto di Aids nella sua casa di New York a Manhattan, solo un anno dopo avere lasciato a Pisa il suo Tuttomondo. L’anno prossimo cade il trentennale dell’evento, Tuttomondo Mag conta di esserci.

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