Damian Marley a Metarock: live report della seconda serata

Damian Marley a Metarock: a tutto reggae

Foto di Ronny Bellagotti (per gentile concessione)

Damian Marley, Foto di Ronny Bellagotti (per gentile concessione)

PISA – 4 settembre 2016. La seconda serata di Metarock, è stata un concentrato di divertimento dal sapore tutto reggae: sul palco si è infatti esibito l’attesissimo Damian Jr. Gong Marley, figlio minore dell’immortale musicista Bob Marley.
Ad aprire le danze è stata Mama Marjas, giovane ed eclettica artista pugliese, capace di portare il sound reggae a livelli molto alti densi di carica emozionale. La cantante già si era esibita sul palco della Cittadella ad Aspettando Metarock ad aprile scorso. In attività dal 2007, ha prodotto finora ben quattro album che possono vantare collaborazioni importanti come Neffa, Tre Allegri Ragazzi Morti, Clementino, 99 Posse e molti altri. Nel 2015 è uscito il suo ultimo lavoro dal titolo Mama che porta Mama Marjas a sperimentare con sonorità nuove, in un perfetto mix tra dancehall, reggae, musica caraibica e sudamericana. Una voce potente ed estremamente particolare, uno stile unico e la voglia di comunicare col pubblico rendono questa ragazza un’artista unica nel suo genere.
Durante l’esibizione Mama Marjas ha proposto molti suoi brani di cui scrive sia musica che testi, come ad esempio La gente, oppure Bless the ladies, canzone denuncia della condizione femminile nel meridione. Ma non solo: la reginetta del reggae non ha mancato di omaggiare artisti come i 99 Posse e Gianni Morandi proponendo versioni tutte sue di Curre corre guagliò e Se puoi uscire una domenica sola con me.

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Mama Marjas, foto di Ronny Bellagotti (per gentile concessione)

Alle 22 circa il palco del Metarock si è svuotato per circa una mezz’ora prima dell’arrivo di Damian Marley. In questo frangente la classica musica di attesa del cambio palco è stata sostituita con l’esibizione dal vivo di Forelock, voce della reggae band sarda Arawak, che ha intrattenuto i presenti con il suo flow ritmato dalla postazione della consolle; soluzione interessante e diversa.
Verso le 22.30 finalmente è stato annunciato a gran voce l’inizio dell’evento con l’arrivo sul palco di Damian Marley. L’artista è entrato in scena pieno di energie cantando Confrontation.
Con un look total black e dread lunghissimi in continuo movimento, Damian Marley ha cercato fin da subito di instaurare un rapporto intimo e caloroso col pubblico, nonostante le oggettive barriere linguistiche. A favorire l’interazione ha giocato sicuramente un ruolo molto importante il mega schermo posto alle spalle dell’artista, che ha accompagnato ogni brano con video che guidavano lo spettatore verso mood quasi surreali.
Oltre ai video, degna di nota è stata la scelta di inserire uno sbandieratore che durante tutto il concerto ha fatto sventolare con energia la bandiera simbolo del rastafarianesimo, a sottolineare le origini non solo di Marley ma anche della filosofia di vita che contraddistingue il questi artisti giamaicani.
Le grandi hit della decennale carriera di Damien non sono mancate: il secondo brano della serata è stato Make it bun them (realizzato in collaborazione con Skrillex), seguito da altri successi come Hey girl, War/no more trouble (cover di un pezzo del padre) e Affairs of the heart.

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Foto di Ronny Bellagotti (per g. c.)

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Foto di Ronny Bellagotti (per g. c.)

Immancabili sono state inoltre le cover “paterne” come Could you be loved, Get up stand up, Exodus, tutte rivisitate in una chiave nuova che sembra unire al classico sound reggae sonorità quasi elettro-dub. Questo è ciò che caratterizza l’erede del grande Bob Marley: l’insaziabile voglia di sperimentare continuamente per creare sound che superino la concezione del reggae tradizionalmente conosciuto, creando qualcosa di diverso, di originale.
Il concerto si è concluso con la potentissima Welcome to jamrock, contenuta nell’omonimo album del 2005 che gli ha valso il Grammy Awards per la miglior interpretazione urban/alternative.
Damian Marley è stato capace di dare espressione ai sentimenti di fratellanza e di giustizia che provenivano dal numeroso pubblico accorso a vederlo. Un pubblico estremamente colorato, multietnico, in cui treccine e i dread dominavano e dove non esisteva nessun discrimine se non quello del sentirsi più o meno parte dell’universo reggae.

Daila Gracci

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