Cinema in pillole: Maps to the Stars

Maps

Dopo Cosmopolis, Robert Pattinson vive ancora in una Limousine, ma ha cambiato posto. Non siede più dietro, tra i suoi schermi, i suoi soldi e i suoi dati, ma davanti, al volante. La direzione della macchina, però, è sempre la stessa. La direzione di David Cronenberg, forse il regista più morale d’ America, secondo i criteri di moralità cinematografica teorizzati dalla nouvelle vague. Ogni suo film è infatti una tappa di un percorso autoriale lucidissimo, la singola proposizione di un discorso tanto complesso quanto coerente, che come tema portante ha il dolore. Un dolore che dal remoto 1975, data di uscita nelle sale de Il demone sotto la pelle, si è espanso come un’infezione ed ha straziato i corpi di decine di personaggi. Consumate le ossa e non ancora sazio, nel 2002, con Spider, il dolore cronenberghiano ha aggredito anche la mente dell’individuo. Da allora, il cinema del regista canadese si è distaccato completamente dalle regole del film di genere. I suoi drammi hanno cambiato oggetto mantenendo immutato il soggetto, limitandosi a renderlo invisibile, come invisibile è il pensiero all’interno del cranio. Nel 2009 Cosmopolis sembrava aver segnato la fine di questo secondo periodo dell’opera del regista canadese. “C’è abbastanza dolore per tutti”, diceva Pattinson, citando letteralmente l’originale letterario di Don DeLillo. Dove poteva posarsi allora l’occhio crudele del regista ? Dopo quei “tutti”, cos’altro poteva distruggere ?

Il mezzo stesso, il cinema, appena sfiorato nel 1999 con Crash. Maps to the Stars è il seguito ideale di Cosmopolis e forse un nuovo inizio della poetica di Cronenberg, un punto accapo. Si parla ora di Hollywood, del mondo dell’illusione, il cui sipario è già stato strappato più volte, ma raramente in modo tanto spietato. Il bisturi del regista canadese affetta sotto i nostri occhi le vite di stelle cadenti e stelle nascenti nel firmamento hollywoodiano, di scrittori incrudeliti e di figlie perdute. Di fantasmi, infine, uguali ai viventi, torturati dallo stesso asfittico nulla, spiati da Cronenberg come se fossero fatti anch’essi di viscere e carne. Al regno del mostruoso e dell’umano segue ora, nell’opera del regista, il regno dell’inumano. Inumana è l’attrice isterica di Julianne Moore, tormentata dall’immagine di sua madre, che distrugge tutto ciò che tocca e per esistere ha bisogno di un preciso ruolo sul grande schermo, come inumano è John Cusack che ripudia una seconda volta la figlia, Mia Wasikowska, così innocente e bella da risultare agli occhi dello spettatore l’unico vero fantasma, nella spietata savana di Hollywood. Come un fantasma torna dal fuoco e vuole portare con sé i suoi cari, in particolare il fratello, che la roboante macchina dello spettacolo sta rapidamente fagocitando, annichilendo in lui tutto ciò che di bello hanno l’infanzia e la vita.

Contro ogni aspettativa, quindi, Cronenberg non torna sui suoi passi, nè si fossilizza sui traguardi raggiunti dalla sua opera. Il traguardo sembra semplicemente non esistere per lui. La virulenta infezione che porta il suo sguardo ha distrutto corpo, anima ed ora anche lo sguardo stesso. Alcuni potrebbero dire che il serpente è arrivato a mangiarsi la coda, che il discorso è ormai chiuso, saturo, che non c’è più niente da dire. Altri, fiduciosi, uscendo dalla sala si porranno un’ unica domanda: quale sarà il suo prossimo obiettivo ?

Nicola Dardano

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