Catalani e “La Wally”, quell’opera troppo tedesca

Alfredo Catalani. Ormai questo nome è noto alle nostre orecchie solo per essere quello dell’acerrimo rivale di Puccini. I due agguerriti lucchesi. Certo, esistono altri compositori coevi che non godono di questo gran favore presso il pubblico e che però sono riusciti a ricavarsi un proprio spazio nel repertorio lirico, hanno un piccolo ma solido stuolo di sostenitori e non mancano di essere oggetto di studi e pubblicazioni, ad esempio Mascagni. Catalani nemmeno questo. La bibliografia, sia sulla vita sia sull’opera, è piuttosto esile e – detto francamente – nemmeno entusiasmante; inoltre nessuna delle sue opere è mai entrata stabilmente in repertorio, neanche la più celebre: La Wally.
La Wally, al pari di Catalani, è un nome che siamo abituati a sentire e ne conosciamo molto bene anche una romanza (l’unico brano famoso dell’intera opera), la splendida Ebben? Ne andrò lontana, però al di là di questo non si va. Si sbaglia anche la pronuncia del nome della protagonista: Vàlli, non Vallì (quest’ultimo poi si è affermato come nome proprio di persona). Anche la prima rappresentazione, pur ottenendo un buon successo di pubblico (fu seguita da tredici repliche), fu aspramente giudicata dalla critica: se da una parte fu lodata l’architettura drammaturgica, ritenuta più solida rispetto ai lavori precedenti, dall’altra vennero ribadite le accuse di scarsa ispirazione e invenzione. Verdi (che pure, dopo la morte di Catalani, ne ordinò un busto da conservare a Sant’Agata), la definì «un’opera tedesca, priva di cuore e di ispirazione». Per contro, La Wally fu molto apprezzata da Toscanini, dall’eterno rivale Puccini e persino da Gustav Mahler che la diresse nel 1891e la definì la migliore opera italiana che avesse mai diretto. 

Alfredo Catalani

Ma, tra tutto questo, che cos’è La Wally? È una delle prime completamente attecchite affermazioni in Italia delle teorizzazioni wagneriane, e non lo si dice con intento denigratorio né, tanto meno, di bollare Catalani come blando imitatore. Il giudizio critico attuale è unanime nel riconoscere l’autentica forza di quest’opera nella straordinaria coesione tra musica e drammaturgia, vale a dire uno dei principî cardine enunciati Opera e Dramma di Richard Wagner, unita al fatto che Catalani e il librettista Illica abbandonano la struttura a numeri chiusi in favore di un dramma musicale effettivo e completo. Sì, esistono all’interno della partitura alcuni episodi a numeri chiusi (ad esempio la canzone dell’Edelweiss, la canzone della nonna e quella del Pedone di Schnals), ma si tratta di episodi esclusivamente coloristici e, si può ben dire, non sono altro che marginalia degli eventi strettamente drammaturgici.

Il fatto che Illica e Catalani abbiano puntato tanto sull’unitarietà dell’azione piuttosto che dilungarsi sulle trite (ma che avrebbero facilitato tanto il loro lavoro) convenzioni dell’opera italiana è una chiara dichiarazione di intenti: con La Wally si voleva dire qualcosa di nuovo. Di certo non si pensava a un’opera rivoluzionaria e simili, ma semplicemente a un modo per dire una parola nuova sull’opera italiana, provare a battere un nuovo sentiero e lasciare qualche segnale per gli altri esploratori. Anche il fatto che Illica abbia deciso di eliminare tutti gli elementi più crudi del romanzo da cui ha tratto il libretto (Die Geier-Wally di Wilhelmine von Hillern) per concentrarsi sull’aspetto psicologico della vicenda è un segnale importante, una dichiarazione che equivale al dire: «In Europa l’opera sta cambiando, questa è la strada che vogliamo seguire». Effettivamente la corrente operistica europea, una corrente in cui si va a incanalare anche Puccini, è molto più interessata ai travagli interiori che non a mitiche gesta ed è una scelta stilistica che poi influenzerà in modo determinante anche buona parte dell’opera del primo Novecento: si pensi alla Madama Butterfly di Puccini, al Castello di Barbablù di Bartók, alla Sancta Susanna di Hindemith, vedendo queste opere a primo impatto si potrebbe pensare che in scena accada ben poco. Ed è proprio così, perché ciò che conta davvero, all’interno di questa corrente, è quel che accade interiormente ai personaggi, le loro dinamiche nascoste. 
Queste dinamiche interiori sono il vero fluido vitale della Wally, il suo sangue, l’elemento distintivo. Per rendere più esplicito questo fatto, Catalani non manca mai di caratterizzare i momenti cruciali della storia con particolari condizioni atmosferiche che cambiano seguendo passo passo il mutare dei sentimenti, delle situazioni, un espediente tratto pari pari dal romanticismo, in cui la presenza di un certo fenomeno sta sempre a simboleggiare un particolare stato emotivo (il famoso «era una notte buia e tempestosa»). 

Catalani segue Wagner anche nell’architettura musicale, creando per la sua ultima opera un flusso di musica continuo, ininterrotto, dove esistono sì numeri chiusi ma che – come si diceva sopra – sono intessuti direttamente all’interno della trama stessa, e in questo aspetto si può dire che prende molto da Verdi. Nelle opere verdiane, infatti, è frequente incontrare brani musicali “chiusi” ma che fanno parte del flusso drammaturgico stesso, inoltre in tutta la partitura si può apprezzare il gusto di Catalani per archi melodici che a tratti richiamano il belcanto, per la scrittura orchestrale che – pur ricalcando il grande sinfonismo wagneriano – non adombra il canto ma lo sostiene e per uno stile musicale più lineare e meno contorto, queste sono tutte caratteristiche tipiche dell’opera italiana. Ecco l’elemento di maggior interesse dell’opera: La Wally costituisce un tentativo di sommare i pregi del teatro tedesco con quelli del teatro italiano, di cui Catalani fa parte e che non ha intenzione di abbandonare. Perciò ha senso dire che La Wally sia un’opera tedesca, ha senso eccome. Però, allo stesso modo, non si può dire che sia più tedesca di quando non sia italiana.

lfmusica@yahoo.com

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