Le donne nei film di Carlo Verdone nel periodo 1980 – 1988

Sono pochi i registi di commedie italiane che nel corso degli ultimi 35 anni siano riusciti come Carlo Verdone a valorizzare, con continuità e varietà, il ruolo della figura femminile. C’è di più: le fasi di ideazione, di scrittura e di sceneggiatura dei suoi film hanno sempre cercato nella donna il perno centrale delle avventure/disavventure raccontate. In questo articolo, in cui si parlerà unicamente dei suoi film tra il 1980 e il 1988, si cercherà di tracciare alcuni percorsi tra le protagoniste femminili dei film dell’attore-regista romano e raccontare anche qualche aneddoto su di esse.

Il debutto sul grande schermo di Carlo Verdone è Un sacco bello, film ad episodi uscito nel 1980, prodotto da Sergio Leone, il quale fu molto colpito dagli sketch televisivi di Verdone e capì che ci sarebbe stato del potenziale su cui lavorare. Con Un sacco bello Carlo Verdone porta al cinema il personaggio del coatto (Enzo), dell’ingenuo (Leo) e dell’hippie (Ruggero) attraverso tre storie intrecciate, tutte ambientate il giorno di ferragosto. Già in questo primo film capiamo quanto la donna sia importante nella definizione delle caratterizzazioni e dei confini entro i quali esse si muovono. Enzo è il coatto per definizione del cinema verdoniano. Brillantina e ovatta nei pantaloni, penne biro e calze colorate, sono le uniche armi che può sfoderare per riuscire a conquistare una donna, ma non una donna italiana bensì una polacca. Fulcro narrativo di questo episodio è dunque la mitizzazione che aveva l’italiano medio della donna che viveva oltre la cortina di ferro, una donna che – secondo le leggende del periodo, raccontate dallo stesso Verdone reduce da un viaggio polacco nel 1971 – si lasciava conquistare anche con pochi oggetti provenienti da Ovest. Se le donne di Enzo stavano tutte nell’allora rossa Polonia, Leo ne ha addirittura due: una mamma al telefono che lo costringe ad andare a Ladispoli ed una spagnola svampita che riesce ad ammaliarlo e illuderlo allo stesso tempo. L’episodio con l’hippie Ruggero è quello meno caratterizzato dal lato femminile: la sua partner Fiorenza, interpretata da Isabella De Bernardi (figlia dello sceneggiatore Piero De Bernardi) è circondata da quattro maschi, di cui tre interpretati dallo stesso Verdone, che soffocano l’esplosività del suo personaggio che regala comunque qualche flash battutistico notevole.

L’anno successivo è la volta di Bianco, rosso e verdone, secondo lungometraggio di Verdone e ulteriore carosello di personaggi. La romanità più verace e spontanea è quella che esplode dalla bocca della Sora Lella (al secolo Elena Fabrizi, sorella del ben più famoso Aldo) che nell’episodio di Mimmo interpreta il ruolo della nonna che vota comunista e finirà morta nella cabina elettorale. L’intensità quasi amatoriale delle battute recitate dalla Fabrizi («c’ho un nipote grande, grosso e fregnone che scambia ‘na sorca per un par de mutande») rappresentano la summa massima di comicità raggiunta nel film. Come contraltare alla Fabrizi, Verdone costruisce la figura di Magda (Irina Sanpiter), fragile, succube del marito Furio ma che con lo scatto d’orgoglio finale riesce a staccarsi dalla famiglia-recinto per fuggire con il playboy di turno.

Il 1982 è l’anno di Borotalco, primo capolavoro di regia e recitazione nel quale Verdone si reinventa personaggio senza bisogno di trucchi e voci. In questo suo lavoro riesce a costruire attorno la figura di Nadia (Eleonora Giorgi) l’archetipo della ragazza emancipata degli anni ’80. Non proprio una donna in carriera – come Mike Nichols raccontera da lì a pochi anni nel celebre film con Harrison Ford, Sigourney Weaver e Melanie Griffith – bensì una donna che viene sempre rappresentata libera, determinata, spigliata, appassionata di musica e dedita al suo lavoro ma allo stesso tempo ingenua tanto da credere alle decine di menzogne raccontate da Manuel Fantoni/Sergio Benvenuti. Se con i primi due film Verdone era riuscito a cogliere lo zeitgeist attraverso dei personaggi particolari, quasi borderline, è con Borotalco che riesce pienamente ad immergersi negli anni ’80 più pop e rendere la figura di Nadia come il prototipo dell’eroina verdoniana.

Sempre di anni ’80 si parla con Acqua e sapone, uscito l’anno successivo, visto che il tema principale del film è quello dello sfruttamento ossessivo delle baby-model, fenomeno particolarmente caro a quel decennio. Verdone nei primi anni ‘80 assistette all’arrivo a Roma della giovanissima Brooke Shields, attrice e giovane modella che era seguita da una scorta degna di quelle di un politico o di un capo di stato. Da qui l’idea di costruire un film attorno a Sandy (Natasha Hovey) e al suo finto professore privato, un Carlo Verdone travestito da prete. Alcuni registi alla metà degli anni ’80 (e particolarmente in Italia) hanno tentato di portare avanti un discorso legato al lolitismo che oggi sarebbe totalmente censurato da qualsiasi organo. Basti pensare al quasi coevo Colpo di fulmine, film di Marco Risi (grande amico di Verdone), in cui l’undicenne Vanessa Gravina s’innamora del trentenne Jerry Calà. I due non finiscono a letto, ma Verdone e la giovanissima Sandy ci finiscono eccome. Un azzardo coraggioso quello del regista romano, ma obbligatorio, a mio parere, per rendere Acqua e sapone una favola dal finale agrodolce nella quale Sandy risulta essere una perfetta e credibile donna-bambina, citando la canzone degli Stadio che faceva da colonna sonora al film.

Ne I due carabinieri, 1984, troviamo un Verdone in divisa invaghito di sua cugina (Paola Onofri), ma il film non offre appigli interessanti per una definizione del carattere femminile. Invece in Troppo forte del 1986, il personaggio di Nancy (Stella Hall) riesce a far intuire le difficoltà delle migliaia di starlette inglobate e triturate nel sistema cinematografico. Il finale, retto solamente da un dialogo fatto di menzogne, è lo specchio del cinema portato nella vita reale degli attori. 

In Io e mia sorella ritroviamo un Verdone succube di due donne: se in Un sacco bello Leo era combattuto tra la madre e la spagnola, l’oboista Carlo di Io e mia sorella lo è della moglie (Elena Sofia Ricci) e della sorella (Ornella Muti), rientrata a Spoleto dopo la scomparsa della madre. In questa pellicola il confronto tra due visioni del mondo e della vita viene portato agli estremi: la moglie rappresenta la borghesia più edulcorata ed educata, la sorella l’anarchia e l’ingenuità più naïf. Anche la scelta delle attrici e il loro look risulta adeguato per questo confronto familiare visto che il ricciolo botticelliano e il lineamento nobile della Ricci bene si scontrano lo charme più casual e ribelle della Muti.

Dato che in Compagni di scuola, 1988, le attrici sono più o meno 8, direi che l’elemento femminile e sensuale che spicca in questo film sia rappresentato dalla costruzione dei titoli di testa. Le immagini di Nancy Brilli durante le fasi di trucco, con inquadrature di dettagli come fard, cipria, rossetti, sono girate con una tale eleganza flou da infondere al personaggio della Brilli un’aura mitica anche se poi alla fine del film scopriremo quanto poco di mitico sia rimasto negli animi di quel manipolo di ex compagni di scuola.

In tutto il suo cinema, passato, presente e futuro, Carlo Verdone ha sempre saputo delineare figure femminili intense, interessanti e mai banali (a parte quelle più recenti, forse un po’ stereotipate e televisive) e questo, soprattutto nel cinema commerciale non è assolutamente scontato.

Tomas Ticciati

Nato nel lontano 1985 a Pontedera, laureato in Storia dell'Arte a Pisa. Per Tuttomondo, da settembre 2014, mi occupo di cinema, recensioni e interviste. I miei interessi spaziano dal cinema italiano (in ordine sparso Fulci, Verdone, Fellini, Argento, Scola, Avati i miei preferiti) a quello americano (i maestri della new hollywood e del new horror anni '70/80), non guardo le serie tv.
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