Al carcere di Volterra “Santo Genet, commediante e martire”

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Uno stretto rapporto esiste tra i fiori e gli ergastolani.
                                       La fragilità, la delicatezza dei primi sono della medesima natura della brutale insensibilità dei secondi.
Ch’io abbia da raffigurare un forzato lo coprirò di tanti e tanti fiori ch’esso,
scomparendovi sotto,ne diventerà un altro gigantesco, nuovo.
  J. Genet  

Non è facile la prima volta. L’ingresso è scandito da tutti i passaggi dell’ingresso in carcere.
Le grate, le guardie, lo spossessamento dei tuoi pochi averi, la tua spersonalizzazione con la sottrazione del documento d’identità, e poi le attese, apparentemente senza motivo; e ancora passaggi, aperture di porte che si richiudono dietro di te, ancora grate ed infine il cortile.
I primi suoni, una musica.

Si apre davanti a te un grande spazio completamente bianco. Sotto il sole di luglio, il
bianco del pavimento, delle pareti, degli oggetti di scena, del fondale è accecante.
Così è stato modificato il cortile, in un grande spazio bianco che aspetta di essere vissuto, trasformato.
Ma è solo un passaggio, lo spettacolo ha inizio all’ interno, dove del sole non arriva mai traccia.
Di colpo sei catapultato in un’altra dimensione.
La dimensione del teatro, quello magico, quello onirico.

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Niente ti parla più del luogo dove sei realmente, adesso sei immerso in un turbinio di
colori, di parole, di personaggi. La realtà e la finzione non hanno più confini, non riesci neppure a capire quale immagine è reale e quale è quella riflessa perché centinaia di specchi sono intorno a te, sopra, di lato. Specchi che riflettono altri specchi, in un gioco infinito di rimandi.

L’elemento caratterizzante che ti arriva appena prendi contatto con ciò che ti circonda è l’abbondanza, l’eccesso. Di persone e di personaggi, di colori e di particolari, quasi una dimensione barocca.
Ma è un eccesso che dà gioia che trasmette forza, vita.

Qui sta l’altro paradosso, perché il tema principale dell’opera è la morte. La morte che torna sempre  nei testi, nelle rappresentazioni, nelle parole, di nuovo, quindi, una contrapposizione.  D’altronde sappiamo bene che letteratura, teatro, arte vivono di contrapposizioni, di un tema e del suo opposto.

In mezzo a questo caleidoscopio di personaggi: marinai, transgender, prelati, “Culafroy”, generali e crocerossine, si staglia, con il fascino che lo contraddistingue, Armando Punzo.

La sua voce suasiva ti accompagna per tutto lo spettacolo e la sua figura snella e sinuosa ammantata in un sericeo tessuto nero ti conduce nel gioco.

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Ti accompagna alla scoperta di quel personaggio così discusso e controverso da essere considerato uno dei maggiori scrittori/drammaturghi del secolo scorso, ma anche un vagabondo, carcerato, ladro sempre schierato dalla parte degli oppressi e dei dimenticati: Jean Genet.

Il gioco non è semplice da seguire, perché si snoda tra un lungo corridoio e le tante piccole stanze che vi si affacciano, e non ci sono regole.

Puoi entrare e uscire quando vuoi, puoi lasciarti trasportare o rimanere in disparte, puoi farti distrarre da un filo d’aria che scosta una tenda e lascia intravedere il resto del corridoio e le altre stanze che vi si affacciano non coperte dai tessuti e la realtà, quindi, potrebbe sopraffarti, ma Punzo conduce perfettamente il gioco e riesce a realizzare uno spettacolo potente e magico al tempo stesso.

La bellezza è la cifra stilistica che contraddistingue la rappresentazione, che culmina in un ballo catartico tra gli spettatori e gli attori/detenuti che infrange qualunque parete e confonde di nuovo le carte tra realtà e finzione e mentre, stai ancora ballando la voce guida ti  suggerisce che “quando arriverete a casa vi accorgerete che ciò che vi circonda è più falso di tutto quello che avete visto qui”.

“Santo Genet  commediante e martire” di A. Punzo  interpretato dai detenuti/attori della Compagnia della Fortezza è uno di quegli spettacoli che vorremmo vedere più spesso, uno spettacolo che racchiude l’impegno civile, la provocazione e la bellezza, che ha bisogno di  essere decantato per poterne apprezzare appieno le emozioni e le sensazioni che ti lascia.

Maf

Visto 21.07. carcere di Volterra, nell’ambito di Volterrateatro

Santo Genet
drammaturgia e regia: Armando Punzo
scene: Alessandro Marzetti, Silvia Bertoni, Armando Punzo
costumi: Emanuela Dall’Aglio
musiche originali e sound design: Andrea Salvadori
con: Armando Punzo e i detenuti-attori della Compagnia della Fortezza

 

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