Break Dance: l’arte di frontiera

Chiedendo a  Filippo Bernardeschi cosa sia la break dance, capisci da subito che il percorso del suo racconto sarà piacevolmente lungo e appassionato. Lui la break, come la chiamano gli adepti, la insegna da ormai 10 anni ai giovani di tutte le età – ma non troppe, perchè se scegli di ballare a ritmo di b, allora devi tenere in conto il termine ideale, segnato al quarto decennio di vita, quarantacinque se sei bravo-.

Filippo ci tiene a chiarire fin da subito: ” la Break Dance, per me, non è uno sport: è un’arte“. Non è necessario che trascorra troppo tempo per convincersene: il dialogo tra danza, musica e arte è, nella break dance, fondante di un meraviglioso universo controculturale che nasce a partire dalla prima metà degli anni ’70 in America, a New York, nel Bronx. Le catene d’oro e le mosse da pappone temerario a cui siamo abituati, sono solamente una sovrainterpretazione mediatica fiorita in epoca recente, quando si voleva dare un carattere pseudo-eroico alla ben più cruda realtà da cui nasce e in cui fiorisce questa vera e propria danza di rottura.  “Oggi i media giocano a smontare le cose. Guardiamo al rap, per esempio: la persona media ti dice che il rap è Moreno o Fibra o Fedez, sono rapper, sì, ma dietro c’è qualcosa di più profondo” spiega Filippo.

kool-hercIl 1975, quindi. La data non è universalmente condivisa ma gli effetti della devastazione paesaggistica e culturale di quegli anni lo sono. Raccontano la storia di un architetto dal nome biblico, Moses, che, in linea con i più arguti pensieri della sua mente, o, incoraggiato dalla fiorente classe alto-borghese americana, decise di aprire le acque di una Manhattan  bisognosa di spazi sempre più ricchi di infrastrutture. Usa il cemento per dare nuova forma ai quartieri che saranno penalizzati dalla sua estetica armata. Le Cadillac adesso sfrecceranno sulle nuove autostrade: dai luminosi e lussuosi attici della 5th avenue agli scenari fortemente compromessi di quartieri come il Bronx. I presupposti sono quelli giusti perchè nasca una nuova prospettiva verso le cose della vita: qualche anno dopo l’avrebbero chiamata controcultura hip-hop. Chi la fece, non lo sapeva ancora.
Al lento processo di degrado, seguito alla ridefinizione urbanistica, si giustappongono elementi scatenanti di una forte tensione sociale: disoccupazione, mancanza di politiche sociali, criminalità.

Poi il fenomeno degli incendi dolosi e diffusi: un appartamento nel Bronx conveniva bruciarlo piuttosto che affittarlo. ” Un fenomeno che ricorda tanto gli scenari della terra dei fuochi“- racconta Filippo – “I ragazzini venivano pagati per dare fuoco agli appartamenti. Nei centri di aggregazione si formavano gang di ragazzini coinvolti in storie di droga. La divisione territoriale era determinante di un certo status sociale, secondo leggi d’assegnazione che potremmo definire feline, tant’è che ancora oggi rimane vivo il rimando all’universo dei gatti: lo pseudonimo di Fritz da Cat ne è un esempio.”
Vivere nel Bronx voleva dire sopravvivere al prossimo: le sfide tra gli enormi palazzoni in cemento che soffocavano ogni possibile spiraglio di luce nuova erano regolate da leggi tutte darwiniane; quando la ragione si argomenta a colpi di arma da fuoco, alla fine qualcuno perde sempre.

Fu proprio dalla morte di un componente del ghetto che nacque la ricerca di una bandiera bianca che potesse portare non soltanto pace ma anche i colori di una nuova filosofia di vita, di una nuova cultura, portatrice di nuovi valori per i quali crescere e comunicare, soprattutto.

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Il 13 agosto del 1973, durante il giorno del compleanno di sua sorella, Kool Herc, dj jamaicano di origine e all’epoca residente nel Bronx di New York, diede vita al primo Block Party della storia: una vera e propria festa di quartiere dove più rappers si sfidavano a suon di musica, dando vita ad una forma di spettacolo musicale unico nel suo genere.

La novità di Herc fu quella di isolare pezzi di canzoni dove erano presenti soltanto le percussioni: i breakdown. Era durante questi momenti che lo spazio scenico passava dalle parole dei rapper alla danza di alcuni giovani afroamericani che cominciarono a motivare questi ritagli di musica attraverso i loro movimenti ritmati, nati in fondo da una pausa, un break, chiamati quindi break-dance. I ballerini sarebbero diventati i b-boys, assecondando la necessità di dare vita ad un nuovo gergo che potesse descrivere al meglio quello che facevano e il perchè lo facevano: erano boys, ragazzini! Lo sarebbero stati anche fino a 30 anni ma mai con la volontà di dichiararsi affetti dalla sindrome di Peter Pan, mai volendo esprimere una filosofia nichilista, anzi, c’è sempre della voglia di fare! L’intento era, in origine, ed è tutt’ora, quello di costruire una nuova identità, a partire dall’uso degli pseudonimi che avevano lo scopo di rendersi irriconoscibili ( quindi inarrestabili dalla polizia), oltre che dalla ricerca di un proprio stile personale: ancora oggi c’è chi si muove prendendo ispirazione dall’ambito zoologico, imitando il movimento di una lucertola presa per la coda o, in metro, a Londra, ricordo di aver conosciuto un b-boy che aveva a lungo osservato il suo cane da caccia e che, danzando, scimmiottava proprio quelle movenze canine, dando un che d’animalesco all’eleganza della danza. Poi c’è Poe One, mio grande punto di riferimento. Lui ballando si ispirava a Spiderman, soprattutto nella posizione delle mani durante l’esecuzione delle varie figure.

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La musica ha da sempre giocato un ruolo fondamentale, quasi imprescindibile, nello sviluppo della cultura hip-hop e quindi della break dance, che possiamo considerare un sottogruppo della prima. Herc aveva da sempre intuito il grande potere della musica e per questo la break dance non può che essere considerata una forma d’arte: ” La tecnica conta ma fino ad un certo punto, oltre il quale non può andare. Lì entra in gioco la libera espressione, l’arte del singolo ballerino. La parte spettacolare della break dance è fondamentale, tutta affidata alle evoluzioni, ovvero le figure di rotazione di questo genere di danza, chiamate anche moves, abbreviazione di power moves: viene dato, già nel nome, importanza al loro grande potere espressivo.

Con i block parties di Herc si fa viva l’esigenza di individuare gli elementi costitutivi di questo nuovo genere espressivo controculturale che andava affermandosi. L’hip hop parte da 4 fondamenti:

  • Rap. Ovvero l’arte di cantare in rima, nata come improvvisazione;
  • Breaking.Deriva dal break che è un momento particolare del bit: il cantante smette di cantare e ci sono le percussioni;
  • Djing.L’arte di mettere dischi e mixare;
  • Writing.Quindi l’importanza del testo, espressione di una condizione sociale disagiata.

Da qui si gettarono le basi per iniziare a parlare una nuova lingua, chiave di lettura di un movimento di emancipazione, quello hip-hop, che “nasce da un paesaggio grigio e devastato e usa il colore per ridefinirlo e far sentire la propria voce – un po’ come i writers che scrivevano sui muri per rendere migliore la realtà grigia in cui vivevano, oltre che per segnare il loro territori –  e dalla voglia di lasciarsi incantare dalla vitale bellezza delle atmosfere funk, genere musicale che accompagna da sempre l’universo della break.” Racconta Filippo.

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Osservando la performance di un breaker è impossibile non notare il profondo legame con il suolo, il contatto con la terra è, in effetti, uno dei momenti topici di questa danza, che non cessa mai di trovare conferma nell’eco delle abitudini primordiali. A tal proposito Filippo chiarisce: “Il pavimento, nella break, lo senti come habitat: è qualcosa che ti lega al terreno lo tocchi con tutto il corpo, lo cerchi e non lo abbandoni mai, il contatto è totale. Sembra quasi di assistere ad una lotta del singolo ballerino con i suoi stessi impulsi vitali, anche quando si balla in coppia, raramente si cerca il contatto: può essere rischioso, per la velocità dei movimenti, ciò nonostante, il riconoscimento dell’altro è fondamentale nella sfida, durante le coreografie avviene uno scambio fisico più visivo che effettivo. A suo modo, anche la break dance sa essere una forma d’espressione quasi teatrale.

Parlando del legame col territorio, invece, credo che nasca dalle possibilità che quello stesso territorio ti offre: la vera break dance nasce in strada, i primi breaker ballavano sul cemento, senza alcuna protezione, al massimo qualche cartone per terra. Oggi i ragazzini imparano nelle palestre, sacrificando il carattere urbano di questo genere di danza; sono gli insegnanti, poi, a trasmettere determinati valori che soltanto la strada può darti. Io personalmente ho iniziato per strada: osservando e avvicinandomi ad alcuni ragazzi che facevano break. Oggi non esito nell’offrire ai miei allievi quante più possibilità di crescita e confronto portandoli a lezione anche da altri insegnanti, dando loro la possibilità di scegliere e di formare uno stile personale a partire dalle suggestioni esterne

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Ritorno alla terra quindi, e ricerca dei valori più semplici e di un equilibrio fisico oltre che mentale. La break dance sa essere un linguaggio per tutti, quel tanto ricercato Esperanto che in tanti avevano provato a idealizzare come forma comunicativa universale. Le atmosfere evocate a partire dagli angoli più remoti del Bronx americano hanno finito per trovare punti di contatto perfino con la benpensante cultura borghese: “i pezzi rap puoi sentirli tuoi, è un mondo del quale non ho mai fatto esperienza ma che fa parte di me e che sento anche un po’ mio. Entrano in ballo temi universalmente riconoscibili, a quel punto l’empatia è soltanto il prossimo passo.” Spiega Filippo, aggiungendo: “se penso alla break dance, penso a qualcosa di universalmente valido, alla fluidità che è possibile ritrovare in ogni elemento della cultura hip-hop. è come pensare ad un liquido che si adatta alla superficie che lo contiene. Bruce Lee spiega la filosofia dell’arte marziale con un semplice sillogismo: se metti l’acqua nella tazza l’acqua diventa la tazza. Così il breaking si adatta facilmente, pur conservando i suoi tratti distintivi.

 “La break dance nasce insomma dalla capacità d’osservazione di tutto ciò che sembrerebbe lontano da noi e finisce per insegnarti a coesistere con il diverso da te: puoi sempre provare a fare un po’ tue anche quelle cose che non avresti mai messo in conto e lo farai divertendoti, danzando, gioendo e poi, certo, faticando anche un po’ ma qualcuno disse che soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una grande felicità ed io, sento di voler aggiungere alla pazienza anche un minimo di sacrificio e poi la dedizione costante, senza la quale ogni obiettivo rimarrebbe soltanto un ideale e basta.”

10418311_10205598476590583_6960417844902770498_nFilippo Bernardeschi è giornalista e insegnante di break dance presso il centro Oltredanza a Livorno, ai ragazzini che volessero iniziare a fare break dance lui dà un consiglio: “Si inizia come quando hai in mente di scrivere un romanzo: prima impari l’alfabeto poi scrivi qualche frase sgrammaticata e infine, con tanto esercizio, arriverai al tuo grande risultato! Internet può comunque aiutarti a tenere sotto controllo i vari eventi organizzati.”

Grazie a Filippo per la sua grande disponibilità nell’averci reso possibile la conoscenza del meraviglioso universo della Break Dance.

Se questo non bastasse, dai un’occhiata qui.

Tuttomondo-immagineprof-GiuliaGiulia Buscemi

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