BoyHood la vita diventa film

 

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 BoyHood – Quando la vita diventa film

Da un incredibile regista, Richard Linklater, arriva un’incredibile produzione: 39 giorni di riprese distribuite nell’arco di 12 anni per creare una vera e propria opera d’arte nonché finestra filmica sul mondo reale.

Questo è BOYHOOD. Vi starete chiedendo:“Perchè 12 anni di produzione se poi il film è stato girato in soli 39 giorni?”

Ebbene, non siamo di fronte ad un film come Avatar che ha richiesto più di 10 anni di lavorazione per ottenere un ottimo effetto speciale; anzi ci troviamo davanti alla storia della vita vissuta di una famiglia americana, descritta seguendo, nel suo svolgersi naturale, la crescita di uno dei suo componenti.

12 anni fa Linklater ha scritturato un bambino di 8 anni (Ellar Coltrane) e lo ha filmato sporadicamente durante tutte le fasi della sua maturazione, dall’infanzia fino all’inizio dell’università.

Con lui veniamo sballottati da una città all’altra, al seguito della sua famiglia, che si forma e si sgretola a causa di incidenti “naturali”, o che meglio definirei credibili e non forzati, come la separazione dei genitori di Mason, l’alcolismo di un padre acquisito, scena ripetuta con il terzo fidanzamento della madre. Nel mentre Mason approda alle scuole medie, la sorella alle superiori, ci sono i primi amori per entrambi, il fumo, la scoperta dell’alcohol, la fine degli studi, un lavoro, il college. La semplice e lineare vita di un ragazzo normale che sogna la macchina a 16 anni e che cerca la propria vocazione per farne il proprio futuro.

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Boyhood si presenta così, lineare, puro, semplice, dolce, ma soprattutto vero. Non si tratta di un film sentimentale, di una commedia, tragedia o cos’altro. Il regista ci mostra in due ore abbondanti la fase cruciale della vita di ognuno di noi: la crescita, la scoperta di noi stessi, o forse la ricerca per scoprire noi stessi. Ricerca dal finale aperto, come il nostro film, perchè la ricerca di chi siamo e cosa vogliamo di certo non termina con l’ingresso nell’età adulta catalogabile con i 20 anni, quando Mason fa il suo ingresso al college.

Il film è la perfetta dimostrazione che a volte non c’è bisogno di trame contorte, effetti speciali inimmaginabili o sentimentalismi forzati per creare un capolavoro; basta piuttosto volgere uno sguardo più attento a ciò che ci sta intorno, a quello che è la normalità della gente comune, al di fuori dell’universo cinematografico, al di fuori di ogni business di grande prestigio e fama. Linklater ci propone quindi una visione del mondo che altro non è che la nostra, per noi umili spettatori sarà difficile non riuscire ad immedesimarci nella storia: chi di noi non ha avuto un amore adolescenziale? Chi di noi non si è trovato davanti alla scelta di continuare a studiare o andare a lavorare per avere finalmente la propria indipendenza? Chi di noi non ha avuto (e non ha) dei problemi e discussioni più o meno gravi in famiglia?

Così il regista ci mostra da un lato gli aspetti più bui di questa famiglia come l’alcolismo con la sua violenza, ma dall’altro anche le piccole discussioni del vivere di ognuno, una semplice litigata con la propria madre o con un fratello o una sorella.

Tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo attraversato questa fase, chi in maniera più radiosa, chi più malinconica e oscura, ma la purezza con cui il regista racconta questi attimi di vita è unicamente umile, delicata e mai ostentata

Una menzione speciale va al padre di famiglia interpretato da Ethan Hawke, che ancora una volta decide di prender parte ad un progetto di Linklater. In questo caso nei panni del padre di Mason e Samantha, con i quali, da padre assente – presenta, cerca a suo modo di mantenere un rapporto genitoriale ed affettivo che li coinvolga nella propria vita, nelle proprie scelte.

Nonostante sia separato da Olivia (una splendida Patricia Arquette), il legame tra i due adulti resta saldo e pieno di rispetto a dimostrazione di quanto il loro rapporto sia rimasto forte nonostante i problemi del loro passato, turbolenze che il regista ha voluto lasciare volutmente un po’ nell’aria senza darne una spiegazione essenziale, lasciando immaginare al pubblico le origini e la fine del loro amore (fallito).

“Carpe Diem – Cogli l’attimo” ecco qual è il fulcro di tutto il film: il regista coglie perfettamente gli attimi più stimolanti e importanti della vita di Mason, quegli attimi che anche inconsciamente ci segnano e formano. Il messaggio di fondo di Boyhood è esattamente questo: prendere la vita come viene e afforntarla nonostante tutto, sbagliando e risollevandosi sempre; non si può sapere dove ci condurranno le nostre scelte ma bisogna comunque affrontarne le conseguenze con forza e coraggio. Il regista sembra sussurrarci di vivere il presente, facendo tesoro del passato perchè è qui che si trova il nostro.

“Non siamo noi a cogliere i momenti, sono i momenti a cogliere noi” perchè ogni istante è un attimo e può essere quello giusto.

 Lorenzo Talotti

 

 

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