Borgo, borghese, borgata, borgataro…

La parola borgo, oggi sembra avere più un senso positivo che negativo. Perché la città sta diventando caotica, anche quando non è ancora megalopoli. Eppure, i due significati simili ma diversi che in origine ha il termine inducono qualche idea di mediocrità.

In origine per borgo si intende uno sparuto gruppo di edifici, al massimo un centro abitato di media e piccola grandezza, oppure la parte di città che esce dalle proprie mura e che non è campagna ma non è neanche città. Sarà per questa “medietà” e “incertezza” tra città e campagna che da borgo derivano epiteti e aggettivi che esprimono giudizi negativi tutti, a cominciare da borghese. Gran Borghesi sono stati chiamati Ugo La Malfa, Bruno Visentini, repubblicani della più bell’acqua, dimenticati fautori di politiche di austerità, oggi chiaramente anti-popolari. E come si sa il popolo… Gran Borghese è stato chiamato anche Sergio Marchionne, di cui si diceva che era un genio, ma che era pure Canadese e licenziatore di operai in massa per far fare gran quattrini al padrone. Dopo i grandi (o prima?) ci sono gli aristo-borghesi, i pariolini, quelli che si guardano bene dall’abitare in un borgo di periferia, a cui preferiscono il Centro. Antipopolari anche questi. Procedendo nell’imborghesimento “a calare” ci sono i piccoli borghesi, quelli che hanno una mentalità gretta, chiusa, pronti “a calarsi” le braghe per fare carriera. Nemmeno la tragica figura di Giovanni Vivaldi nel film Un borghese piccolo piccolo di Monicelli e Sordi ha il potere di liberare la borghesia dal suo stato di miseria morale. Un borghese non è un villano, un rustico, ma è spesso un uomo grasso, un modesto, che ama vivere tranquillo e ordinato, attaccato al benessere materiale, purché stabile, conservatore, ligio alla morale corrente e all’ordine costituito; un tradizionalista, avverso al nuovo, senza distinzione né raffinatezza. E perfino: borghese nel senso di non militare, senza divisa. Per degrado lessicale il borgo si trasforma in borgata, e il borgataro è quanto di più lontano ci possa essere dal borghese. Anzi lo si deve chiamare in qualche caso “coatto”, perché nelle borgate ci fu portato per forza, strappato al rione Borgo di Roma e alle vecchie case di via dell’Impero. Il termine “borgata” fu usato per la prima volta nel 1924, quando fu costruita in zona malarica, quindici chilometri  lontano da Roma, Acilia. Borgata indicava pezzi di città senza le qualità e le dotazioni di un quartiere cittadino. Sottospecie di borghi che oltraggiosamente non sono né città né campagna. Una città che non era una città, una Roma che non era Roma, dove le persone arrivavano dai luoghi più diversi, da Roma centro e dalle periferie d’Italia.Allora non ci resta che recuperare le idee di Sergio Ricossa che nel 1980, iniziava il suo Straborghese (ed IBILibri) così: «È tale la confusione indicibile sulle idee venute fuori intorno alla parola “borghesia”, da rendere necessario di escluderla dal novero di quelle adoperate dalle persone decise a non imbrogliare il prossimo»: così credette Luigi Einaudi in un momento di malumore. Ma “borghesia” è parola tanto bella e gloriosa, che toglierla dal vocabolario sarebbe fare un piacere esclusivamente ai nemici della borghesia. Sarebbe come ammainare una bandiera storica. Se ci arrendessimo ai corruttori  del linguaggio, gente che sbraita nei megafoni, i “logorati”, dovremmo mai più pronunciare Dio, patria, famiglia, libertà, giustizia, e innumerevoli altri vocaboli, che essi hanno insozzati o distorti. Dobbiamo  farci rubare  la parte migliore  del lessico? Proprio  no: chiamiamo ladri i  ladri, imbroglioni gl’imbroglioni,  non facciamo il loro gioco, e recuperiamo  il bottino. Altrimenti, se nemmeno i borghesi sanno più quale sia il senso del loro nome, non c’è più speranza per loro».

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