Il bello del classico – Se questo è un uomo

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Primo Levi

Un uomo già prostrato dal lavoro, infiacchito dalla desolazione del paesaggio, oltraggiato dalle umiliazioni di un potere soverchiante che ti giudica inferiore, neppure umano. Un attimo di sosta nella grande fatica. Una stasi. Poi il passaggio di convogli sparati a grande velocità sui binari dove stava lavorando, e il desiderio di salirci sopra, la fantasia di un attimo, subito dissapata dall’atroce realtà del campo di concentramento. E’ questa una delle immagini più forti, sebbene non violente, che rimangono impresse nelle memoria dopo aver letto Se questo è un uomo.

Primo Levi ci racconta quell’esperienza forse meglio di ogni altro connazionale. Usiamo spesso il condiziale, e la parola forse, in questa rubrica, perché dietro l’angolo si nasconde sempre un libro che avresti dovuto leggere e non hai letto, un autore che dovresti conoscere e che invece ignori; ma anche in questo caso, la sensazione che il volume in questione sia il più rappresentativo, è davvero forte. Primo Levi ci racconta, forse meglio di ogni altro, la realtà dell’olocausto, perché non scade mai nel melodramma: come potrebbe? Il melodramma nasce spesso dall’invenzione, o da un dolore moderato, sopportabile, che si vuole amplificare per renderlo più evidente agli altri. Nelle memorie di Primo Levi, questo non è possibile. Lo scrittore voleva accostarci a quell’esperienza proponendoci i suoi ricordi come qualcosa di ancora vibrante, attuale: voleva portarci in quell’abominio che fu Auschwitz.

E voleva farlo, viene da pensare, lasciando che le immagini, agglutinate in episodi, parlassero da sole, emanando la cruda oggettività di ciò che fu un orrore, come se la memoria del campo di concentramento fosse impressa in lastre radiattive: ed è impossibile sottrarsi a quell’influsso. Gli episodi memorabili sono molti. Fra tutti, spicca quello di una passeggiata, accompagnata da una chiacchierata letteraria. Levi si trova in compagnia di un giovane studente francese soprannominato Pikolo. Il ragazzo (ma anche Primo Levi lo era, che all’epoca aveva 25 anni) fa parte, come Levi, del Kommando chimico, un gruppo di lavoro destinato alla lavorazione della gomma.

Un giorno i due vengono incaricati di trasportare il rancio alla baracca del Kommando. Non esitono lavori davvero piacevoli, ad Auschwitz. Ma esiste il sospiro di sollievo, la minor pena che alcuni di essi garantiscono: Levi e Pikolo devono trasportare un pensante recipiente da cinquanta chili, tuttavia quell’operazione concede del tempo libero, la possibilità di allungare il percorso e sfruttare il tempo per tirare il fiato, parlare. Passeggiare e parlare. Alla fine, di questo si tratta: per un uomo libero, essi sono sinonimo di relax. E così, nello spazio di un’ora, i due si scoprono liberi, o hanno l’illusione di esserlo, grazie a quelle due azioni così semplici e umane.

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Levi comincia a raccontare a Pikolo della Divina Commedia. Il canto di cui vuole parlargli è quello di Ulisse. Ecco che la conversazione sembra lievitare, improvvisamente, aldilà della contingenza: Levi deve attingere alla memoria per recitare a Pikolo i versi del poema. Ma quelli gli sfuggono, è difficile recuperarli; eppure, lo scrittore si rende conto di quanto siano divenuti importanti, sostanziali: stanno comunicando a Levi qualcosa che lui stesso, fino a quel momento, ignorava; una profonda verità che investe la loro condizione attuale, il motivo per cui si trovano in quel luogo di disperazione. E’ un sentimento elusivo, ambiguo, cui si mischia il senso di dignità e di riscatto dovuto al fatto di poter finalmente affrontare una questione che non sia strettamente connessa alla sopravvivenza quotidiana.

Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho biso­gno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.

Auschwitz_Liberated_January_1945Eccolo, il potere inaspettato della memoria. Riportare alla mente quei versi genera una tempesta nell’animo di Levi. Adesso, nel narrare il momento in cui l’Ulisse dantesco avvista la vetta del purgatorio, lo scrittore ricorda le proprie, di montagne. Tutto il trascorso di uomo veramente libero. Poi accade qualcosa ancora più importante. Ricordare Dante, in quelle circostanze, significa attribuirgli un significato diverso: se Ulisse viene punito per il desiderio di innalzarsi sopra gli uomini, inseguendo virtù e conoscenza, è anche vero che questo suo osare gli costa la dannazione eterna: il naufragio. Ma di chi sia, davvero la colpa, il troppo osare… che cosa abbia dato luogo al campo di concentramento, è una risposta che continua muoversi sotto alle righe di Se questo è un uomo, senza mai essere pronunciata direttamente. Levi la intravede, e vorrebbe comunicarla a Pikolo, in un gesto quasi disperato.

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo «come altrui piacque», prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…

Ma il tempo non è abbastanza per dare tempo alla memoria di fornire quella risposta. La verità è che i due sono ormai arrivati a destinazione: il tempo concesso si è esaurito; il racconto deve terminare; non c’è più spazio per la memoria, non più, non adesso: resta solo l’ordinaria amministrazione di un castigo insensato, e la necessità di sopravvivere.

Siamo oramai nella fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle. – Kraut und Rüben? – Kraut und Rüben -. Si annunzia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: – Choux et navets. – Káposzta és répak.

Infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso.

285634_4032932391029_344287144_nFilippo Bernardeschi

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