Il Bello del Classico

LETTERATURA-ITALIANA

 

Anche nella sez. Letteratura questa sarà una Rubrica fissa, e quindi tutti i mesi potrete leggere una riflessione su un libro entrato ormai a far parte di quelli che sono considerati i classici della letteratura.

Perchè, secondo noi, se un libro (così come un film, un disco o quello che volete) entra nell’immaginario collettivo, continua a piacere a generazioni diverse, un motivo ci sarà….

Questo mese, buona lettura con

Cent’anni di Solitudine

 

Molti libri hanno segnato la mia vita di lettrice. Uno dei primi, quando ero bambina, è stato Il libro della giungla di Kipling. Più tardi, verso i dodici anni, mi sono innamorata del Cavaliere Inesistente di Calvino che mi ha portato poi a conoscere anche gli altri Antenati.

Da adolescente ho cominciato a frequentare la poesia: oltre al grande Prévert, mi portavo sempre dietro l’Antologia di Spoon River, come fosse un manuale di vita.

Ma, tra tutti, c’è un romanzo che ha contribuito anche a dare una svolta alla mia vita di studentessa e a indirizzare le mie scelte universitarie. Finalmente avevo capito cosa volevo conoscere, capire, approfondire: la letteratura.

Questo libro è Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez.

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E’ un libro che ha avuto molto successo, di pubblico e di critica, è il romanzo che ha portato il suo autore ad ottenere il Nobel per la letteratura nel 1982.  Su questo libro sono stati scritti migliaia di saggi critici, recensioni e tesi di laurea. Ai suoi luoghi e ai suoi personaggi si sono ispirate altre opere d’arte: il nome di Macondo è diventato sinonimo di comunità utopica e il nome dei Buendìa è conosciuto anche da chi questo romanzo non lo ha mai letto.

Non mi resta, quindi, niente di nuovo da aggiungere e, d’altra parte, non ho aspirazioni da critico.

Vorrei solo raccontare l’importanza che questo capolavoro ha per me, nella speranza di condividere le mie emozioni con altri che lo amano e, magari, spingere a leggerlo chi non lo ha ancora fatto.

Ho incontrato Cent’anni di solitudine quando avevo diciassette anni. A consigliarmelo, tra decine di altri testi, era stato il mio giovane insegnante precario di Latino, un certo Antonio Tabucchi.

All’epoca leggevo di tutto, senza una guida e senza alcuna sistematicità. In questa anarchia mi lasciavo guidare dall’istinto, dalla curiosità e da cosa trovavo in biblioteca: avevo pochi soldi per comprare libri nuovi. A scuola, Tabucchi ci suggeriva continuamente libri da leggere. Io scrivevo i titoli rimandando l’acquisto a epoche economicamente migliori e, negli anni,  pian piano, li ho comprati e letti tutti. Ma di questo romanzo il Prof fece una presentazione così entusiastica che riuscii a risparmiare sulle sigarette e a comprarmelo. Edizioni economiche Feltrinelli. Sulla copertina, l’immagine di una giungla tropicale dove liane e fiori colorati avvolgevano lo scheletro di un galeone.

La magia di questo libro cominciava da lì.

Se non lo avete letto non vi racconterò la storia per non togliervi il piacere di scoprirla da soli e di perdervi dentro al complicato albero genealogico della famiglia Buendìa; se lo conoscete non c’è bisogno che cerchi di riassumere, anche perché impossibile, vicende e personaggi mirabolanti. Non si riassume la poesia, bisogna gustarla pian piano, ripercorrerla, assorbirla in solitudine.

La critica parla di Realismo magico. Io, quando l’ho letto la prima volta non conoscevo questo termine, né le mie letture precedenti mi avevano preparato all’incontro con una storia che è amalgama di storie, dove il quotidiano e il mito si fondono senza strappi; dove la morte e la vita si confondono e, più che condizioni oggettive, sembrano convenzioni che si possono mettere in discussione; dove la bellezza e l’amore sono straordinari e terribili.

Macondo, il villaggio dell’utopia, fondato da un manipolo di sognatori che cercano la giustizia e la pace isolandosi dal resto del mondo, il luogo dove per anni non c’è un cimitero perché la morte non lo ha ancora scovato lì, tra le paludi e la foresta, è quel Sud America fantastico, selvaggio e misterioso, così lontano dal civilizzatissimo, conosciutissimo Vecchio continente che, proprio noi europei siamo abituati a considerare il mondo.  Ecco l’emozione che ha accompagnato la mia prima lettura di Cent’anni di solitudine: la scoperta di un luogo dell’anima, dove la verità non vive necessariamente sui binari della realtà oggettiva e scientifica, dove lo spazio del possibile non è limitato dalla fisica.

Potrei anche parlarvi di quello che ho scoperto in queste pagine nelle letture successive: la storia di un continente colonizzato dall’arroganza del potere delle armi prima e del denaro dopo; la tragedia di popoli ingannati dai loro pur amati populismi e trucidati da feroci dittature; i sogni e le lotte dei libertadores. Come tutti i capolavori, anche questo libro, infatti, ha la capacità di riservare sorprese e di rinnovarsi anche agli occhi di chi crede di conoscerlo bene.

Ma in realtà, come ho già detto, non voglio raccontare nulla. Posso solo anticipare che la storia della famiglia Buendìa si dipana in cento anni nei quali il mondo perde la sua verginità, e questa storia è ambientata in un continente vasto e incredibile come l’immaginazione e il sogno.

Questo libro, infatti, è la strada maestra per iniziare l’esplorazione di un mondo, una foresta di storie, sapori, musiche e colori dove si muove tutta la letteratura sudamericana, prezioso scrigno di tesori inesauribili. Dopo Cent’anni di solitudine non sono più riuscita a lasciare Màrquez; ho letto ogni romanzo, ogni racconto, ogni riga che ha scritto. E dopo di lui, attraverso lui, ho scoperto altri grandissimi autori come Borges, Cortazàr, Vargas Llosa.

Tuttavia Cent’anni di solitudine è stato il primo e a questa storia, a questi personaggi rimango legata da un affetto particolare. Come il primo grande amore, come la prima volta che vedi il mare, il ricordo è quello che passa dallo stupore di trovarsi coinvolti, inaspettatamente, in qualcosa di magico e misterioso.

E quindi, quello che mi auguro è di aver suscitato la curiosità di alcuni o di aver risvegliato i ricordi di altri. Spero che tra chi legge queste righe, stasera ci sia chi avrà voglia di lasciarsi andare alle storie che partono da questo incipit:

Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. 

Io, a distanza di decenni lo rileggo e l’emozione è la stessa, con in più la sensazione di ritrovare vecchi amici e di condividere ancora qualcosa, ovunque egli sia adesso, con il mio amato Tabucchi.

 

Donatella Piccini

 

 

 

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