The Beggar’s Opera – L’opera del mendicante

Agli inizi del XVIII secolo la scena musicale albionica venne assorbita nell’egemonica orbita del melodramma italiano. Oltre a recare con sé tutte le magagne del trapianto in un humus ben differente da quello natio, il melodramma in Inghilterra fu aggravato anche da un progressivo imbastardimento in cui regnava sovrana l’ottusità della tradizione: gli autoctoni rimanevano a dir poco storditi dal vedere in scena tradimenti, vendette, omicidi, squartamenti e ogni tipo di truculenta malvivenza che però conduceva – attraverso un deus ex machina o dei carpiati della logica da far rabbrividire – inesorabilmente a un lieto fine. L’opera italiana (o di matrice italiana, quindi made in UK ma compiacente della moda dell’epoca) era inoltre un monumentale coacervo di soggetti desunti dalla storia antica o dalla mitologia classica, un universo culturale alieno a quello proprio delle isole britanniche. Fu così che il dissenso divenne protesta e la protesta divenne opera: The Beggar’s Opera, l’Opera del mendicante, nata nel 1727 da John Gay e Johann Christoph Pepusch.

Qui e sotto, due momenti del nuovo allestimento curato dal regista Robert Carsen

A onor del vero, l’idea di un’opera “sovversiva” rispetto ai canoni del melodramma italiano venne circa un decennio prima al grande Jonathan Swift, autore dei Viaggi di Gulliver. Il sarcastico scrittore di Dublino – in risposta ai soggetti ingessati, immutabili e perfetti della tradizione italiana – suggerì a Gay un’opera intitolata Newgate pastoral, in cui l’ambientazione arcadica (pastoral, «pastorale») veniva sostituita dalla prigione londinese di Newgate e ne erano protagonisti mendicanti, prostitute, magnaccia, ladri, truffatori, tagliaborse, tagliagole e ogni specie immaginabile di grassatori. John Gay si convinse a realizzare il progetto avvalendosi del compositore tedesco naturalizzato inglese Christoph Pepusch; insieme realizzarono un’opera in cui appaiono tutti questi loschi figuri, combinandone di cotte e di crude, e per giunta (in ossequio alla tradizione italiana) alla fine vengono portati in trionfo.

Si tratta quindi di un parodia, straordinariamente cruda ed efficace, in cui si punta il dito non tanto contro il genere del melodramma italiano – che viene comunque abbondantemente dileggiato – ma contro la società dell’epoca. L’Opera del mendicante è uno spregiudicato atto d’accusa verso un tessuto sociale ipocrita nel suo autocompiaciuto perbenismo, verso un’epoca dominata dall’ascesa della borghesia che pretendeva non solo la cristallizzazione di nuovi valori ma anche che questi venissero recepiti e rappresentati acriticamente dalle arti e dalla letteratura. Ecco che allora Gay affila i denti aguzzi della satira e pone la burbanzosa borghesia di fronte a ciò che non vuole vedere e lo fa modellando i malfattori della Beggar’s in modo riconoscibile sui connotati di reali criminali dell’epoca: il protagonista Peachum (che a sua volta è un nome parlante e ricorda «impeacher», il delatore, colui che faceva soffiate alla polizia per far ingabbiare qualche “collega” e poi intascarsi la ricompensa) è tratteggiato sulla figura di Jonathan Wild, celebre capo di una banda di ladri e ricattatori attiva nel Regno Unito nel primo Settecento.
Però il vero bersaglio degli strali di John Gay si nasconde proprio dietro i briganti, vale a dire la classe politica britannica: il politico viene essenzialmente equiparato al ladrone, asserendo che le azioni di entrambi non sono mosse che da mero interesse utilitaristico, indipendentemente dal proprio lignaggio. 

L’Opera del mendicante, fonte della ben più celebre Opera da tre soldi di Bertolt Brecht, è quindi un’opera di attualità. Analogamente alle commedie di Aristofane esiste quindi un concreto problema per lo spettatore moderno: per noi è impossibile comprendere la quasi totalità dei riferimenti di cui il libretto è infarcito. Sotto questo aspetto è interessante considerare il lavoro del regista canadese Robert Carsen: il libretto originale non è stato né rinnegato né stravolto, casomai si può dire che sia stato aggiornato al nostro tempo. Ciò che viene cantato e recitato dagli attori è per almeno un 75-80% l’effettivo testo elaborato da Gay, ma contiene alcuni riferimenti all’attualità, come Theresa May e la Brexit, quindi si tratta di un aggiornamento che trae la sua ragion d’essere direttamente dal cuore pulsante di Londra, lo stesso che ha generato l’opera di Gay e Pepusch. 

Interessante anche il fatto che, pur essendo definita «opera» persino nel titolo, questa non sia una vera e propria opera. L’impianto pensato da Gay e Pepusch è qualcosa di quanto più possibile distante dall’opera italiana che tanti consensi mieteva nella Londra di Giorgio II: dopo una pomposa ouverture all’italiana (ma che guarda ferocemente anche allo stile händeliano) ogni possibile consonanza con l’opera tradizionale viene disgregato e il tutto si riduce al canone dello spettacolo popolare, con parti cantate brevi e incisive – senza tutti quei gorgheggi, i trilli e le ornamentazioni che erano il sale dell’opera italiana – intervallate da lunghe parti recitate. Proprio come, nei secoli successivi, avverrà con il Singspiel, l’operetta e soprattutto il musical, di cui l’Opera del mendicante è considerata antesignana. Inoltre i due autori ebbero anche l’intuizione di non mettere in bocca ai personaggi dell’opera, dei popolani di infimo strato, melodie dal gusto raffinato; piuttosto visitarono molte delle osterie, delle bettole e dei bordelli londinesi raccogliendo autentiche canzoni popolari britanniche, tra cui la celeberrima Greensleeves. Il resto delle melodie sono originali di Pepusch oppure desunte, con intento evidentemente canzonatorio, da Geminiani e Frescobaldi o da compositori sì britannici ma ormai assimilati dall’egemonia italiana come Henry Purcell o George Friedrich Händel. L’Opera del mendicante è quindi un testo unico, che coi suoi modi asciutti e sarcastici unisce la potenza della satira d’attualità con la trasversalità della denuncia dei più deboli e degli intellettuali verso un potere corrotto e distorto. Nihil sub sole novum.

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Luca Fialdini

Classe '93, ho strappato una laurea al dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Pisa e studio composizione all'Istituto Musicale "Boccherini". Mi piace chiacchierare di musica, far conoscere brani e autori poco conosciuti o svelare i segreti di quelli più noti e amati... offritemi un the e vi racconterò tutto!
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